Caro professor Bardi,

dopo aver letto il suo articolo Le ragioni della sconfitta del PD spiegate da un marziano, sono stato immediatamente colto dal desiderio di replicarle, in una maniera più completa ed esaustiva di quella possibile tramite la piattaforma commenti di Effetto Cassandra. Le ragioni sono essenzialmente due:

  • nel periodo giovanile sono stato un simpatizzante se non un vero e proprio un militante, anche oggi mi dichiaro ‘persona di sinistra’ malgrado il mio interesse per la decrescita e le problematiche ambientali mi abbia con il tempo allontanato dalle visioni ortodosse, creando talvolta veri e propri steccati con i compagni di lotta di un tempo;
  • resto sembre abbastanza sbattezzato nel constatare come persone capaci di riflessioni complicate e brillanti in materia ecologica (e non sono certo il solo a pensare che lei professore rientri a pieno titolo tra queste), improvvisamente  si trovino in difficoltà quando, sostanzialmente, si tratta di fare 2+2 riguardo questioni di carattere politico-sociale.

 

Spero quindi che mi permetta di farle da nano sulla spalla del gigante cercando di chiarirle dove la sua analisi mi sembra un po’ limitata. Premetto che la mia simpatia per il PD e in particolare per il suo leader Matteo Renzi è più o meno la stessa che provo per l’orticaria; tuttavia, se c’è qualcosa che ho imparato da tanti errori nella mia breve e sconclusionata militanza, è che da ingenui confidare nell’ingenuità di chi occupa posizioni rilevanti in campo politico, economico e sociale. Comportamenti apparentemente frutto della peggiore ignoranza possono essere certo del tutto irragionevoli se non proprio criminali, ma quasi mai sono irrazionali.

Prendiamo ad esempio la ricerca della crescita continua, del tutto assurda su di un pianeta finito. Allora perché questo dogma intoccabile? Nel libro L’enigma della crescita, Luca Ricolfi illustra i quattro principi fondamentali per cui si dovrebbe auspicare la crescita economica:

  • la distanza che separa le società avanzate da quelle meno sviluppate;
  • il pesante indebitamento di molte nazioni (vedi i cosiddetti PIIGS), obbligate a perseguire la crescita per evitare il fallimento;
  • il debellamento delle sacche di povertà presenti anche nelle società più ricche;
  • il rischio di generare tensioni sociali tra ricchi e poveri.

 

Il primo e il quarto punto sono particolarmente significativi: siccome viviamo in una società globale stratificata, con profondi dislivelli sia tra i diversi stati sia all’interno delle medesime nazioni, la crescita rappresenta una strategia di legittimazione del sistema, la garanzia che è possibile la mobilità verso l’alto di chi occupa i gradini inferiori della piramide. Di fatto Ricolfi, malgrado gli intenti apologetici, ha svelato quanto già suggerito tempo prima da Baudrillard, ossia che la crescita economica sussiste in funzione della disuguaglianza, per renderla tollerabile e accettabile. Il capitalismo non è certo la prima società stratificata della storia umana – ce ne sono state innumerevoli – ma, mentre le altre presentavano un carattere statico e immutabile giustificato solitamente per motivi religiosi, l’ideologia liberal-borghese legittima la stratificazione decantandone il carattere dinamico e anti-elitario. Con crescita bassa o nulla, le classi sociali tendono a trasformarsi in ceti e tornano in auge privilegi familiari e di posizione tipici dei regimi oligarchici, con tutto il malcontento che cià comporta.

E’ in tale scenario che agisce la sinistra politica. Non stupisce affatto che il trentennio del boom economico post-bellico abbia segnato il periodo di massimo splendore  per questa forma di pensiero (sia nella variante occidentale socialdemocratica-keynesiana sia in quella comunista): con tassi di crescita annua del 5-6%, la torta era abbastanza grande per garantire la mobilità sociale degli strati inferiori senza intaccare particolarmente chi occupava il vertice.

Ovviamente, non mi permetto certo di spiegare a lei che cosa è successo a partire dal 1973 o di disquisire su I limiti dello sviluppo – il nano sa di essere nano. Resta però da capire quale possa essere il ruolo della sinistra in una società con tassi di crescita anemici o recessivi, dove è finita l’epoca della botte piena e della moglie ubriaca. Se la missione storica della sinistra consiste nel creare il più possibile un’uguaglianza di condizioni materiali, nel nuovo contesto l’unica opzione concreta sarebbe operare una ridistribuzione ai danni delle classi sociali più elevate. A livello di rapporti tra nazioni, significherebbe abolire la gerarchia centro-periferia ripartendo le quote di consumi all’interno dei vincoli di sostenibilità. Detta in termini grossolani, bisognerebbe mettere in comune le fette di torta e proporre un’equa suddivisione, consapevoli che si faranno più piccole.

Una simile proposta politica ha un carattere chiaramente anticapitalista, che si distacca persino dalla tradizione marxista la quale, con la sua fede nel progresso tecnico-scientifico, prometteva un paradiso sulla Terra da non far rimpiangere l’agiatezza borghese. Nella storia della sinistra parlamentare – escludendo quindi anarchici e socialismo utopistico – forse l’unico paragone plausibile è con l’austerità di Berlinguer, non a caso inserito da Latouche tra i precursori della decrescita. Ovviamente il segretario del PCI, che non era uno sprovveduto, non la riteneva una tattica elettorale bensì un progetto culturale di largo respiro, ragione che probabilmente lo ha spinto ad accantonare gradualmente la tematica dopo avervi posto tanta enfasi intorno al 1977, non trovando abbastanza terreno fertile intorno a sé (o forse sopravvalutando la ripresa post-crisi petrolifera degli anni Ottanta).

Gli attuali dirigenti della sinistra non possiedono la stoffa di Berlinguer e di certo non vogliono osare campagne dallo scarso appeal elettorale ma ottime in compenso per essere cacciati dai salotti che contano. Che cosa possono fare allora per accampare ancora un carattere di sinistra? Sostanzialmente questo:

  • puntare su argomenti interclassisti, come i diritti civili, in grado di differenziarli dalla (supposta) controparte politica;
  • proporre una sorta di neoliberismo dal volta umano, dove si cerca di tamponare gli effetti sociali (e talvolta ambientali) più crudeli della recrudescenza capitalista post-boom economico;
  • cavalcare le tematiche tradizionali della destra (sicurezza in primis) rivendicando maggiore competenza e abilità dei loro avversari.

 

Quindi professore, per quanto le possa sembrare suicida la strategia elettorale del PD, essa è non solo  razionale ma – dal punto di vista dei suoi dirigenti – praticamente obbligata. Nell’attuale contesto storico la destra ha gioco molto facile: a fronte di una torta più piccola, non si fa scrupolo alcuno ad allontanare dalla tavola una quota sempre più consistente di umanità. Il messaggio populista della nuova destra è molto semplice e immediato: teniamo il mondo come sta godendoci i vantaggi e rifiutando le esternalità negative; ad esempio, importazioni di materie prime strategiche sì, immigrati no. Inoltre, venuto meno l’ascensore sociale assicurato dalla crescita, la protezione del cittadino da pericoli esterni è un’ottima legittimazione alternativa per il potere, in caso di emergenza anche le disparità reddituali passano in secondo piano – senza dimenticare che xenofobia e razzismo sono ottimi veicoli per creare un sentimento di unione bypassando le differenze di classe.

Oggi la sinistra rimane sostanzialmente divisa in due tronconi, uno minoritario sedicente ‘radicale’ ma che di fatto vorrebbe riproporre la vecchia socialdemocrazia (ragion per cui suona assolutamente anacronistica) e una ‘riformista’, sempre meno appoggiata dalla base, convinta che trasformarsi nella versione light e politicamente corretta della destra sia la soluzione per affrontare la grande frattura storica causata dalla fine del boom economico. La sinistra ambientalista, dopo buoni spunti iniziali, ha tentato di salvare capra e cavoli tramite lo ‘sviluppo sostenibile’ – meritandosi così di spronfondare nell’anonimato più totale.

Declinare i valori di uguaglianza, libertà e solidarietà all’interno dei limiti dello sviluppo è una tappa fondamentale per sperare di far sopravvivere ideali che, manuali di storia alla mano, dovrebbero caratterizzare la sinistra. Se le interessa professore, potrebbe dare un contributo importante in tal senso, con buon pace del PD.

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