Penultimo articolo di una serie di dieci. I precedenti sono reperibili qui: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo.

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La crescita economica è finita? Si.  Al di la di tutte le analisi e le valutazioni, abbiamo un indicatore sicuro: il debito cresce più rapidamente del PIL, malgrado tutti gli artifici contabili impiegati per sdrammatizzare la situazione.   Un problema politico enorme, perché la crescita economica era ciò che dava credibilità al mito fondante della civiltà industriale: il “Progresso” .  E quando viene meno la fiducia nei miti fondanti, le società cominciano a disintegrarsi.

 

 

Il Capitalismo come gioco a somma zero, o negativa

Nei prossimi decenni vivremo una fase convulsa della storia umana, con paesi e gruppi sociali in rapida ascesa ed altri in picchiata.   Questo è il punto: in un contesto in cui ci sono margini per una crescita complessiva, è vero che l’alta marea alza tutte le barche o quasi.
Viceversa, in un contesto in cui la crescita è lenta o nulla, chi cresce di più non “tira la volata” agli altri, bensì si sta mangiando i concorrenti.  E questo è certamente vero a tutti i livelli.  Per esempio, dopo lo scossone del 2008, molte imprese hanno chiuso ed altre arrancano, ma ce ne sono anche parecchie che vanno meglio di prima perché si sono mangiate le quote di mercato di quelle fallite.
A livello di classi sociali, abbiamo visto che i trent’anni di morte e distruzione fra il 1914 ed il 1945 hanno permesso l’emergere di una classe media che si è mangiata una buona fetta del capitale e del reddito della classe dominante; mentre dal 1980 in poi è cominciato il movimento inverso.
A livello di stati, dapprima USA e URSS si sono mangiati gli imperi europei, poi gli USA hanno spolpato la Russia, mentre oggi la Cina si sta mangiando gli USA (e noi per contorno).   In pratica, la crescita degli “emergenti” (laddove è autentica) sta avvenendo a spese  di coloro che nella fase precedente erano “emersi” a spese di altri e così via, rimontando la storia.

L’approccio liberale.

Alla prova dei fatti, l’approccio liberale o social-democratico si è rivelato il migliore per gestire la crescita.  Rispetto agli altri sistemi, ha infatti dato condizioni di vita migliori e livelli di libertà di gran lunga superiori alla maggioranza dei cittadini, pur con impatti ambientali proporzionalmente inferiori.  Non è stato però in grado di adattarsi alla decrescita e perciò sta oggi annaspando, senza visibili prospettive.
A cotanta debacle si oppongono varie scuole di pensiero.   Fra le altre, i neo-keynesiani che spingono affinché lo stato costruisca grandi infrastrutture, anche a costo di aumentare ulteriormente un debito già fuori controllo.  In questo modo, quasi cento anni fa, Lord Keynes e Roosevelt tirarono gli USA fuori dalla crisi più nera della loro storia, perché oggi non dovrebbe funzionare le stessa medicina?.
Perché il contesto attuale è completamente diverso.  Oggi c’è molta più gente, meno risorse, una produttività dell’energia che è una frazione di quella di allora, molto più inquinamento ed una biosfera in agonia.  Cosa quest’ultima che, da sola, basterebbe a schiacciare qualunque economia sotto il peso di esternalità crescenti e fuori controllo.
Sul fronte opposto, ci sono i neo-classici che, al contrario, chiedono tagli drastici alle spese sociali per ridurre il debito e, di conseguenza, il peso degli interessi negativi, così da liberare risorse per poter poi ridurre le tasse e/o rilanciare gli investimenti.  Solo che farlo durante un periodo di crisi non fa che accelerare il declino economico, accrescere le sperequazioni e precipitare situazioni sociali talvolta esplosive.

L’approccio socialista

Le varie scuole di pensiero politico emerse dal marxismo avevano tutte un punto in comune con il capitalismo: il culto del progresso.   La crescita economica e demografica erano lo scopo principale dei partiti socialisti e comunisti, come di quelli liberali, mentre differivano i mezzi ritenuti idonei per perseguirlo: anziché capitale privato e libero mercato, capitale di stato ed economia pianificata.  All’atto pratico però, le “dittature del proletariato” non sono state poi diverse dalle dittature “tout court” ed hanno dato alla gente assai meno benessere e libertà, a fronte di impatti ambientali proporzionalmente superiori.
Dunque un fiasco totale che non ne impedisce un certo revival  a fronte dell’attuale fallimento delle politiche liberali.   E forse non è del tutto un male perché, se ha fallito in fase di crescita, il socialismo potrebbe forse dare degli spunti utili per gestire la decrescita.
Del resto, quando l’apparato sociale e politico va in pezzi, di solito si verificano due possibili scenari.  Il primo è che la società si frantuma in un’anarchia che non ha niente di utopistico, in cui bande armate si contendono il controllo del territorio e lo sfruttamento dei sopravvissuti. Il secondo è che si instaura una qualche variante di governo militare (o militarizzato) in cui buona parte dell’economia esce dalle logiche di mercato per passare a quelle del razionamento e della pianificazione centralizzata.  In fondo, tutti gli eserciti moderni sono intrinsecamente socialisti nella loro struttura e nel loro funzionamento.  E sono fatti così perché questo tipo di organizzazione è quello che da il minimo di libertà, ma anche il massimo di probabilità di sopravvivenza in situazioni estreme.
Per fare un solo esempio, il giorno in cui il prezzo del petrolio fosse definitivamente inferiore ai suoi costi di estrazione e raffinazione, probabilmente lo si continuerebbe a sfruttare per mantenere in funzione mezzi ed infrastrutture vitali per il regime.
Una società militarizzata sarebbe molto più gerarchizzata di quella attuale, con una disciplina molto più dura, ma potrebbe anche rappresentare il male minore; anche se le esperienze recenti di governi militari non sono incoraggianti.

L’approccio “fascista”

Le virgolette sono d’obbligo per distinguere il Fascismo come fenomeno storicamente definito da “fascismo” come stile politico e propagandistico.  E’ questo che ci interessa qui e che ha molte carte in mano perché nasce e si sviluppa fondamentalmente dalla sensazione di essere stati traditi da persone e/o istituzioni.  Un sentimento molto forte, specialmente quando almeno in parte è giustificato (cfr. C. Lash: La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, Milano, 2001).   La forza di questo tipo di approccio consiste nel fatto che chi si sente tradito cerca soprattutto vendetta.  Un desiderio spesso ben comprensibile, ma che rende particolarmente vulnerabili alla manipolazione di chi è abile nell’indicare dei nemici per battere i quali è intanto necessario sacrificare delle quote crescenti della propria libertà e dei propri diritti.
Un altro punto forte di questo approccio è quello di creare nei suoi aderenti un forte senso identitario, manipolando ricordi di tradizioni inventate ad hoc.
Lo scopo finale è quello di creare dei governi di fatto inamovibili, anche quando le forme della democrazia vengono mantenute.
Il questo senso, sia il “fascismo”, sia varie forme di integralismo politico-religioso hanno in comune il fatto che sono delle reazioni masochiste al fallimento (o al tradimento) della classe dirigente.  E sono molto resilienti perché il peggioramento delle condizioni di vita di solito rafforza anziché indebolire questo tipo di governi.

L’approccio ecologista .

Negli anni ’70 sembrava che dovesse nascere una nuova ideologia politica incentrata sulla priorità assoluta di mantenere la funzionalità della Biosfera.   La stiamo ancora aspettando.

Resilienza e legittimità.

Nei precedenti post abbiamo parlato dell’importanza del capitale diffuso come riserva per accrescere la resilienza del sistema socio-economico.  Ma vi è un altro tipo di riserva, stavolta immateriale, ancora più importante: la legittimità della classe dirigente.
Più una società è complessa, più è necessariamente gerarchizzata e ci sono sostanzialmente tre modi per far funzionare una gerarchia: legittimità, interesse e paura.  In tutte le società sono sempre presenti tutti e tre contemporaneamente, ma in misura diversa e la prevalenza dell’uno o dell’altro ha sempre conseguenze molto importanti.

La legittimità è di gran lunga la soluzione migliore perché, quando prevale, le persone obbediscono spontaneamente e, anzi, spesso ricavano una personale soddisfazione dall’aver compiuto correttamente il proprio dovere.  I criteri che determinano la legittimità cambiano a seconda delle società, ma è comunque necessario che i subordinati si fidino dei superiori ed i superiori si sentano responsabili dei subalterni,  almeno un poco.  Ma, soprattutto, la legittimità esige che la classe dirigente incarni il mito fondatore in cui la società si riconosce.  “La gente” segue i capi in cui riconosce un’epifania del mito: siano questi indomiti guerrieri, santi anacoreti o capitani d’industria a seconda delle civiltà, ma comunque abbandona coloro che perdono il carisma del mito.  Non seguirà il guerriero che fugge, il santo che pecca o l’industriale che liquida l’azienda e se ne va coi soldi alla Caiman.
Man mano che la legittimità dei capi e delle istituzioni viene meno, acquistano maggiore rilevanza gli altri due metodi: l’interesse personale e la paura.  Entrambi sono però molto più costosi per la società: il primo perché le persone tenderanno ad agire sempre di più nell’interesse personale e meno per quello collettivo, il che apre la strada al dilagare della corruzione.
La paura richiede invece l’organizzazione di complicati e costosi sistemi di sorveglianza e controllo della popolazione.  Tradizionalmente, questo viene fatto terrorizzando la gente in stile “1984”, ma la tecnologia contemporanea e prossima futura permette di sviluppare livelli altissimi di controllo, pur riducendo le rappresaglie indiscriminate ed il terrorismo.  Una passaggio analogo a quello compiuto passando dai bombardamenti a tappeto a quelli con bombe “intelligenti”: meno morti, ma maggiore efficacia contro gli obbiettivi interessanti.
Quello che sta accadendo in Cina è esemplare ed agghiacciante da questo punto di vista, ma più o meno tutti i paesi, compresi quelli europei, stanno gradualmente adottando misure di controllo che non molto tempo fa sarebbero state ritenute “roba da comunisti”.   Non per una moda, bensì perché, venendo meno la crescita economica, il mito del progresso perde di fulgore e, con esso, la classe dirigente che lo incarna.

Conclusioni 9

Liberismo e liberalismo sono nati e cresciuti insieme al capitalismo, ma non gli sono necessari, specialmente il secondo.  Già in passato, il capitalismo ha ampiamente dimostrato di potersi tranquillamente adattare anche a regimi autoritari di tipo “fascista” (sensu lato) o, comunque, assolutamente illiberali.
Invece la coesistenza del capitalismo con sistemi politici socialisti ha funzionato bene solo in caso di un socialismo molto annacquato, in stile “centro-sinistra” o social-democratico, che ne ha mitigato gli eccessi.   Regimi decisamente socialisti hanno invece eliminato il capitalismo, ma hanno poi dovuto soccombere ad esso per la loro minore efficienza.  Tuttavia non si tratta di un ostacolo insuperabile: La Cina è ben riuscita ad integrare una forma estrema di capitalismo in una struttura di potere comunista.
Insomma, finora il Capitalismo a sempre vinto: contro tutti i precedenti sistemi socio-economici, contro il socialismo e perfino contro il liberalismo ed il liberismo che pure ha contribuito a partorire.
Ora la sfida è contemporaneamente contro sé stesso e contro la Biosfera.  Chi vincerà?

 

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