Ultimo articolo di una serie di dieci. I precedenti sono reperibili qui: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono.

Riassunto delle puntate precedenti.

Tutte le economie assorbono bassa entropia (risorse e servizi ecosistemici) dagli ecosistemi in cui sono inserite e vi scaricano alta entropia (rifiuti e degrado/distruzione degli ecosistemi).  Un gioco che può durare a lungo, ma non per sempre perché, man mano che l’entropia esterna al sistema economico sale, questo flusso costante diventa più viscoso; cioè più faticoso e difficile da mantenere.   Nel frattempo, se il sistema economico cresce, accumula al suo interno informazione sotto varie forme (popolazione e capitale) che necessitano di manutenzione e generano complessità.  Si crea cosi’ un circolo vizioso (cioè una retroazione positiva) secondo cui più un economia cresce, maggiore è la quota di bassa entropia estratta che deve essere destinata al mantenimento dell’esistente e minore quella disponibile per  gli investimenti necessari per contrastare e compensare il degrado delle risorse e dei servizi ecosistemici. All’atto pratico, l’economia e la popolazione continuano a crescere, ma la qualità della vita che prima migliorava comincia a peggiorare.  Proseguendo, parti crescenti di popolazione e di capitale devono essere abbandonate, per poterne mantenere altre, finché il sistema socio-economico si disgrega, spesso nella violenza.
E’ questo meccanismo che viene chiamato “Limiti della crescita”.   Ci sono sempre e comunque dei limiti invalicabili, si può discutere su “quali” siano, ma non “se” ci siano.
Fra la miriade di sistemi socio-economici sperimentati nella storia, quello capitalista è quello maggiormente strutturato per esacerbare questa tendenza generale: o cresce o collassa.  Non può essere stabilizzato perché ciò comporterebbe la modifica delle leggi fondamentali che lo governano; cioè dovrebbe cessare di essere “capitalismo” per diventare qualche altra cosa.

Nei 9 post precedenti abbiamo scorso alcune delle dinamiche all’opera.   Solo alcune, sia chiaro.

La struttura del capitalismo porta alla progressiva concentrazione del capitale e del reddito, ma anche ad una parallela riduzione del rendimento del capitale stesso.  Oggi solo i capitali milionari hanno rendimenti consistenti e solo i quelli miliardari assicurano guadagni netti importanti, mentre il mini e micro capitale diffuso ha rendimenti infimi, talvolta perfino negativi.
In passato, l’unico evento che ha potuto contrastare efficacemente questa tendenza è stata la duplice guerra mondiale con annessi e connessi che, nel giro di appena 30 anni, ha provocato la distruzione di circa il 50% del capitale europeo e la quasi completa annichilazione della classe dirigente e delle strutture sociali.   Seguì un breve periodo di rapida crescita (durato circa 30 anni in USA e 20 in Europa) che davvero “alzò tutte le barche” o quasi, grazie anche a politiche blandamente socialiste da parte dei governi occidentali, impauriti dalla minaccia comunista e sovietica.
E’ stato bellissimo, ma quel tipo di crescita dura necessariamente poco e da noi è finito con gli anni ’70.  Altri paesi che sono partiti dopo sono anche arrivati dopo, ma oramai perfino la leggendaria crescita cinese sta rallentando vistosamente.
Da noi, come ovunque, tutto ciò che viene fatto dopo la fine del “boom” è sostanzialmente un gioco di prestigio per aggirare i fattori che frenano la crescita.   Le tre strategie che si sono dimostrate più efficaci per dopare un supplemento di crescita del PIL sono state l’esplosione del debito a tutti livelli, la finanziarizzazione del capitale e la globalizzazione dell’economia.  Complessivamente, hanno consentito sia un’ulteriore e molto consistente crescita del PIL dei paesi “avanzati”, sia la diffusione del capitalismo al mondo intero.   Ciò ha consentito un ulteriore, anche se più lento, aumento degli standard di vita e della longevità in occidente (fino al 2008),  ma sopratutto ha permesso di uscire dalla miseria ad un paio di miliardi di persone sparsi in vari paesi del mondo.  Al prezzo però di un aumento esplosivo dei consumi e della popolazione mondiale, ciò che ha  accelerato enormemente il degrado della biosfera, l’esaurimento delle risorse e l’accumulo di rifiuti.
Contemporaneamente, alcuni stati “emergenti”, come la Cina, hanno acquisito la capacità di competere molto efficacemente con noi nel “grattare il fondo del barile globale”.   Una cosa che da una parte ha permesso una robusta crescita della classe media cinese e della classe dominante globale, ma dall’altra ha accelerato di parecchio il declino delle classi basali e medie del “primo mondo”.

Torniamo dunque alla domanda iniziale: il capitalismo è in buona salute o potrebbe defungere entro qualche decennio?
Per rispondere dobbiamo pensare prima al destino della civiltà industriale, di cui il capitalismo è la massima, ma non unica espressione.

La trappola.

Che il capitalismo stia attraversando una fase di crisi non viene più negato neppure dai suoi massimi guardiani come l’ FMI e la WB, ma negli oltre due secoli della sua storia questo sistema ha ampiamente dimostrato ineguagliate capacità di resilienza e adattamento.  Del resto, da oltre un secolo molti ne hanno preannunciato la fine, mentre è cresciuto come non mai.   Perché non dovrebbe essere in grado di adattarsi e progredire ulteriormente?   Certo, il brusco rallentamento della crescita globale e la profonda crisi che attraversano sia le economie occidentali, sia molti dei paesi “emergenti” (BRISE, sensu Jorgen ) è molto preoccupante, ma il progresso tecnologico non potrebbe superare gli attuali problemi e rilanciare una ulteriore fase di crescita?

Una serie di ragioni profondamente radicate nella struttura stessa del sistema rendono a mio avviso molto improbabile una simile evenienza.   Del resto, se dal 1970 ad oggi siamo passati da un tasso di crescita del PIL mondiale del 5% circa ad uno dell’1% (malgrado la Cina, i BRISE, Internet e tutto il resto) ci sarà pure una ragione.   Altre stime danno numeri diversi, ad esempio un calo compreso fra il 7 % di crescita alla fine degli anni ’60 ed un 3% circa attuale, ma la sostanza non cambia: il rallentamento della crescita economica c’è, è consolidato e consistente, malgrado forme estreme di doping.   Contemporaneamente, sono esplosi i “danni collaterali” connessi con questo doping, come la crescita della popolazione e degli impatti ambientali.
In estrema sintesi, esiste una serie di retroazioni positive che collegano debito, degrado delle risorse, degrado dell’ambiente e polarizzazione del reddito.

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Alla fin fine, la crescita economica dipende dall’aumento del consumo di beni e servizi, dunque dal potere d’acquisto della popolazione (consumatori finali) che, in larga misura, dipende a sua volta dalla produttività del lavoro.  In ultima analisi quindi, dai livelli di occupazione e dalla produttività dell’energia esogena netta disponibile.  Un fattore quest’ultimo in rapido decremento che non potrà che peggiorare e che la tecnologia può mitigare, ma non eliminare.   Se i salari non crescono abbastanza, i consumi e gli investimenti possono essere sostenuti solo tramite il debito, ma se la crescita risultante non è sufficiente, il pagamento degli interessi concentra il capitale ed il reddito in una frazione tendenzialmente sempre più piccola della classe dominante, a danno di tutti gli altri.   Cosa che rallenta ulteriormente la crescita.

Se non bastasse, il degrado degli ecosistemi e l’inquinamento fanno lievitare i costi necessari per compensare il degrado delle risorse, la sostituzione dei servizi ecosistemici gratuiti con servizi antropici a pagamento, la riparazione dei danni, la manutenzione ed il rinnovo di capitale e popolazione.  In pratica, una miriade di spese che vanno dai sussidi di disoccupazione e dalla sanità, fino alla depurazione delle acque; dal trattamento dei rifiuti alla sostituzione dei viadotti fatiscenti e moltissimo altro.  Tutte cose che contribuiscono ad alzare i PIL, ma anche a deprimere il potere di acquisto della gente comune ed a porre sotto crescente stress i bilanci pubblici e privati.
Anche in questo caso, una temporanea scappatoia è rappresentata dall’aumento del debito, ma se la crescita continua a rallentare, il risultato è ancora una volta una concentrazione della ricchezza ed una riduzione del potere d’acquisto della maggior parte dei cittadini.  Dunque un ulteriore rallentamento.
Insomma, le condizioni attuali rendono inevitabile un rallentamento/arresto della crescita economica, mentre la crescita demografica globale è ancora molto sostenuta, cosi’ da spingere una maggiore concentrazione della ricchezza ed un ulteriore rallentamento dei consumi pro-capite, pur spingendo quelli totali.   Ma abbiamo visto che il rallentamento della crescita (o peggio la recessione) è il motivo principale per cui il rifinanziamento del debito richiede crescenti sacrifici alla popolazione.  Dunque deprime la crescita e mina la coesione sociale.

In ultima analisi, finché vi sono risorse di qualità facilmente accessibili ed ecosistemi funzionanti i vantaggi della crescita superano gli svantaggi e la marea alza quasi tutte le barche.  Man mano che le risorse peggiorano e gli ecosistemi degenerano, la percentuale di perdenti aumenta, mentre i vincenti vincono sempre di più.
Un circolo vizioso molto pericoloso che può avere tre tipi di sviluppo.

Riforma.

In teoria, molti degli aspetti negativi della crescita potrebbero essere fortemente mitigati.   L’acqua potrebbe essere depurata e razionata, i consumi di energia e materie prime drasticamente ridotti, efficaci reti di aree protette potrebbero essere istituite, investimenti potrebbero essere fatti per migliorare le risorse locali, così come per diffondere conoscenze e stili di vita più sostenibili.  Una tassazione fortemente progressiva e maggiore “welfare” potrebbero allentare le tensioni sociali, per citare solo alcuni dei provvedimenti da più parti invocati e tecnicamente fattibili.   Ma perché siano effettivamente possibili sono necessari almeno due “conditio sine qua non”: la volontà e la forza politica.

Per quanto riguarda la volontà, perché la classe dirigente dovrebbe accollarsi un rischio simile?  Molte delle riforme più necessarie sarebbero impopolari (tutte quelle tendenti a ridurre davvero gli impatti antropici sull’ambiente), mentre altre sarebbero contrarie agli interessi stessi di chi detiene il potere (tutte quelle destinate a ridurre i privilegi).  Per mantenere il controllo, si preferiscono quindi metodi rodati e semplici, come soffiare sulle sempre ardenti braci del complottismo e del nazionalismo, rieditati in una miriade di varianti ad hoc.  E, naturalmente, potenziare gli apparati di spionaggio e controllo della popolazione.
In fondo, uno stato democratico non è assolutamente necessario per un’economia capitalista.   Anzi, il singolare sincretismo fra capitalismo e comunismo realizzato dalla Cina odierna rappresenta oggi il modello di riferimento per gran parte della élite mondiale.

Riguardo invece alla forza politica necessaria per opporsi efficacemente alle retroazioni citate, credo che oggi solo la Cina e gli USA siano delle realtà politico-economiche abbastanza potenti da poter forse prendere provvedimenti efficaci anche da sole. Almeno potenzialmente.
Forse l’India e una UE autenticamente federale sarebbero entità teoricamente in grado di operare riforme sostanziali senza il consenso di altri stati, ma niente di più piccolo potrebbe nemmeno pensarci.  Pena l’immediato suicidio economico per esplosione del debito, crollo della moneta, fuga dei capitali e delle aziende, perdita di competitività, ecc.
D’altronde, anche molti dei provvedimenti di tutela ambientale più urgenti e indispensabili sarebbero efficaci solo a scala di continente, mentre altri lo sarebbero solo a scala planetaria.
In pratica, il complottismo, il localismo ed il nazionalismo servono alle élite nazionali e locali per consolidare la propria nicchia di potere e, contemporaneamente, erodono la possibilità di frenare, o anche solo leggermente deviare dalla rotta attuale.

Il risultato è che il capitalismo è sempre più inattaccabile, ma anche prigioniero delle proprie retroazioni.  Mentre si può adattare a contesti sociali, politici ed ambientali diversissimi, sembra incapace adattarsi all’impatto con i limiti della Biosfera ed alle sue conseguenze.
In sintesi, una drastica riforma del sistema è teoricamente possibile, ma storicamente non è mai accaduto. E certamente non se ne vede traccia nel prossimo futuro.

Declino.

Il principale motivo per aspettarsi un declino graduale del capitalismo è la sua capacità di adattarsi ed integrarsi con sistemi politici e culturali diversissimi.  Oltre che essere in grado di attingere a riserve di energia, materia ed informazione immense.
Del resto, un graduale declino è ciò che sta già accadendo.  Alcuni paesi sono collassati, ma la maggioranza reggono, mentre in altri vi è ancora una certa crescita reale.
Per citare un esempio d’attualità, l’infrastruttura viaria occidentale è stata costruita perlopiù in cemento armato fra gli anni ’50 e  ’70.  Ciò significa che comincia a cedere e lo stesso farà fra venti o trent’anni nei paesi che, invece,  hanno costruito il grosso della loro infrastruttura fra gli anni ‘80 e 2000.  Bisognerebbe demolirla e sostituirla, ma come noi non possiamo farlo oggi, gli altri non potranno farlo domani.  Ciò non significa però che nel giro di qualche anno ci aggireremo fra cumuli di macerie.  Per gradi, alcune strutture saranno abbandonate del tutto ed altre in parte, mentre su alcune si concentreranno gli sforzi e qualcosa sarà anche sostituito in tempo o costruito ex-novo.   Il punto è che, comunque, il “picco della viabilità” è alle nostre spalle; possiamo rallentare il declino, ma non fermarlo.
Altro esempio:  il decadimento della qualità media dei combustibili fossili non si può evitare, ma si possono affinare le tecniche di estrazione e raffinazione, così da rallentare l’aumento dei costi. E si possono sviluppare altre forme di energia in grado di sostituire parzialmente petrolio, gas e carbone.
Cambiando settore, di riforma in riforma, le pensioni ed i servizi sanitari vengono tagliati.   Gli ospedali e l’industria farmaceutica continuano ad esistere, ma l’accesso ai prodotti ed ai servizi sta diventando più “viscoso”, mentre molti fattori ambientali concorrono a peggiorare la nostra salute.  Non ci sono e non ci saranno cumuli di cadaveri per strada, ma in occidente l’aspettativa di vita ha probabilmente superato il suo picco e nei decenni a venire calerà.  In altri paesi vi sono ancora margini più o meno consistenti di aumento, ma poi calerà anche da loro.  .
Gli esempi si potrebbero moltiplicare ed il quadro complessivo che ne esce è che vi sono elevate probabilità che l’economia industriale declini gradualmente nel corso di questo secolo.  Certo, vi saranno paesi e classi sociali che diventeranno poveri o che sprofonderanno addirittura nella miseria, mentre altri paesi ed altre classi miglioreranno le loro condizioni.  Insomma, un gioco complessivamente a somma negativa, punteggiato di drammi, ma senza un collasso generale e repentino.
E’ questo lo scenario che, sostanzialmente, delinea Jorgen Randers nel suo ultimo libro “2052”.   Ciò che lo scienziato svedese evita però di dire è che questo è lo scenario peggiore possibile perché la Biosfera ne risulterebbe pressoché annientata e la Biosfera è esattamente ciò che mantiene condizioni chimico-fisiche compatibili con la vita sulla Terra.  Anche la questione del clima non si può capire se non la si correla al destino della Biosfera.
Se davvero nella seconda metà del XXI secolo ci saranno ancora molti miliardi di persone, dotate almeno in parte di tecnologie complesse, è molto probabile che alla fine del XXII secolo non solo la nostra specie sia estinta, ma anche che la fauna sia ridotta a ratti, pesci gatto, gabbiani e poco più.

Collasso.

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Come ci sono solide ragioni per pensare che il sistema economico potrebbe declinare gradualmente, ci sono ragioni che portano a pensare che, invece, il collasso potrebbe essere relativamente rapido, in stile “Picco di Seneca”.
In particolare, la non linearità di molte delle funzioni di base del sistema ed il fatto che le medesime retroazioni che, in un contesto favorevole, portano alla crescita economica e demografica, in un contesto sfavorevole accelerano il declino.   In parole povere, significa che il tasso di variazione di molti fattori può accelerare repentinamente, provocando effetti a catena imprevedibili.
Il punto qui è che non stiamo fronteggiando una serie di minacce (crisi finanziaria, crisi energetica, estinzione di massa ecc.) indipendenti, anche se contemporanee.  Stiamo vivendo una “tempesta di tempeste” in cui ognuna di queste crisi è collegata a tutte le altre tramite retroazioni.
Potrebbe trattarsi di un evento repentino come una crisi borsistica un po’ più grave di quella del 2008, oppure della bancarotta di uno stato importante, così  come un fatto politico come la dissoluzione dell’UE, o una guerra importante.   Ma potrebbe anche essere il superamento di una soglia come il livello di acidità del mare o l’EROEI complessivo delle nostre fonti energetiche, oppure un collasso generale della biodiversità (negli ultimi 25 anni le popolazioni degli animali selvatici si sono dimezzate – dati ISPRA).
La crescita iperbolica delle sperequazioni economiche è un altro dei fattori che potrebbe scatenare disordini sociali che, anche senza arrivare alla rivoluzione proletaria che qualcuno vagheggia, potrebbero ridurre la produttività ed i commerci in misura sufficiente da innescare il collasso.
Potrebbe bastare perché ogni economia nazionale o regionale oggi produce ed esporta solo una minima parte di ciò che serve per vivere.  Tutto il resto viene importato: ogni oggetto ed ogni servizio che usiamo quotidianamente ci arriva tramite complicate e lunghe filiere globali.  Tutte le funzioni vitali del commercio e dell’amministrazione usano una rete mondiale composta da miliardi di chilometri di cavi, milioni di ripetitori e di computer, necessita di consumi energetici in crescita esponenziale.  Un intoppo serio e duraturo su internet scatenerebbe una catastrofe forse peggiore di una guerra nucleare.
Se qualcuno sogna il ritorno ad un idilliaco mondo economie agricole locali, ricordi che in questo tipo di scenario non esistono servizi ad alta tecnologia, come gli ospedali; non esiste internet e nemmeno esiste la possibilità di far venire dei sacchi di grano da un posto lontano se si perde il raccolto.
Non per nulla, quando le economie del mondo erano agricole e locali, scarso un miliardo di persone viveva, perlopiù poveramente, su di un pianeta molto, ma molto più ospitale e sicuro di quello presente e futuro.   Solo 100 anni fa, all’epoca dei nostri bisnonni, nel mondo c’erano un quarto delle persone, ma il doppio della terra fertile, una biodiversità oggi impensabile, un clima molto più mite, risorse in abbondanza e biomi in gran parte quasi intatti; l’inquinamento era un fenomeno locale e tutti sapevano come cavarsela con il poco che avevano.  Non potremo tornare a fare come loro.
Il pericolo maggiore connesso con questo tipo di scenario è l’assalto al poco che rimane della biosfera.  La gente affamata non esiterebbe un secondo a spazzare via il poco che resta delle foreste e della fauna selvatica, vale a dire delle strutture vitali del pianeta.   In effetti, la crescita ha spazzato via forse l’80% della Biosfera, ma la decrescita rischia di spazzare via quel che ne rimane, condannando l’umanità ad una ben misera fine.   In effetti sta già accadendo in molte zone, specialmente in Africa ed in Sud America, ma anche in Europa la pressione in questo senso sta aumentando rapidamente.   Niente viene lasciato per chi è oggi un bambino.

Conclusioni finali.

Alla fine, il reverendo Malthus aveva detto una banalità: se la popolazione cresce più delle risorse sono guai seri.   Dovrebbe essere un’ovvietà per tutti, ma  la storia degli ultimi due secoli dimostra che è invece un concetto molto difficile da assimilare.   E dunque?
In realtà credo che non si avvererà nessuno degli scenari tratteggiati, bensì’ un misto dei tre, con importanti varianti da zona a zona.
E il capitalismo in tutto ciò?  Nei primi due scenari avrebbe ampio margine per adattarsi e continuare a crescere ancora, lasciando solo cenere e vuoto alle sue spalle.  Il terzo scenario contempla invece una massiccia distruzione di capitale, analoga a quella avvenuta fra il 1914 ed il 1945 (anche se non necessariamente con grandi guerre), ma senza la fase di grande crescita seguente.   In un tale contesto, la probabilità che il capitalismo sopravviva come tale sarebbero, a mio avviso, molto modeste.   Certo, ci continuerebbero ad essere capi e gregari, ricchi e poveri, ma il capitalismo sarebbe probabilmente morto e sostituito da altri arrangiamenti.   Ma prima di vagheggiare una catarsi finale e violenta del capitalismo, sarà bene riflettere sulla dose urto di dolore, morte e distruzione che ciò comporterebbe.

E allora?   Allora ci sono molte strade davanti a noi, ma nessuna di queste è comoda e pacifica.   I debito con le banche possono non essere pagati, ma quelli con la Biosfera si pagano sempre ed il nostro debito cresce di giorno in giorno.   La politica è importante perché, entro certi limiti, può decidere i tempi ed i modi per il saldo, ma se qualcuno promette una facile uscita dal tunnel, o mente, o non ha capito nulla.

Picco per Capre
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