di Jacopo Simonetta

La prima cosa che si impara quando si studia dinamica dei sistemi è che, per manipolarli in modo efficace, bisogna aver chiaro lo scopo che ci si propone.  Se ne abbiamo più d’uno, occorre vedere quali fra questi sono eventualmente sinergici, quali compatibili e quali incompatibili.   Quindi stabilire una scala di priorità.  Da questo deriverà l’intero progetto.
Coloro che legiferano spesso ci sembrano ignoranti o stupidi, ma raramente è così, di solito sono al contrario competenti ed astuti, solo che si pongono scopi diversi da quelli pubblicamente dichiarati.
Un brillante esempio di questo è il Testo Unico Forestale, un decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 1 Dicembre 2017.   Dunque da un governo dimissionario, che già è una scorrettezza pesante.  Per inciso, Gentiloni lo ha firmato dopo che il suo partito era stato travolto alle elezioni e che 3 dei 4 estensori della norma (Olivero, Realacci e Sani) non erano stati rieletti.

Cosa dice questo testo? Per i dettagli si vedano i seguenti link: Qui per il testo reso pubblico  e qui per una critica dettagliata del prof. Franco Pedrotti, già presidente della Società Botanica Italiana ed uno fra le migliaia di ricercatori, scienziati e professionisti che sono insorti.

Per brevità, qui vorrei parlare solo di un paio fra le tante nefandezze: una è la premessa e l’altra è un’astuzia politica particolarmente insidiosa.
Per quanto riguarda la premessa, si afferma che l’ “abbandono” del bosco sia causa di incendi, frane e chi più ne ha, più ne metta.   Ora, è vero che la maggior parte dei boschi italiani potrebbero essere usati per far legna e che ad alcuni un taglio farebbe anche bene (ma anche male, a seconda di come viene fatto).  Tuttavia, pretendere che i “boschi abbandonati” siano per questo in pericolo significa negare che le foreste esistono da circa 300 milioni di anni, mentre i boscaioli da scarsi 10.000. Sono luoghi comuni che finché vengono ripetuti da un vecchietto dopo due grappe al bar  vanno anche bene; ma se vengono scritte in un documento ufficiale delle Stato significa che quello stato ha deciso di cessare di esistere.

Il secondo punto che vorrei far rilevare è sfuggito anche ai tanti esperti che si sono spesi contro questo abominio legale.
Si dice che qualora i proprietari si rifiutino di tagliare i boschi di loro proprietà, le amministrazioni comunali hanno la facoltà di occupare senza consenso e senza compenso i terreni ed affidarne “il recupero produttivo” (cioè il taglio) a ditte o cooperative di propria fiducia (significa “amiche degli amici”.  Non solo, le ditte che ottengono l’appalto sono tenute a dare delle compensazioni economiche nella forma che il comune richiede.  Ad esempio nuove strade, parcheggi, lampioni e qualunque altra cosa il sindaco richieda per la propria campagna elettorale.   Oppure denaro, stavolta alle regioni per “fare cassa”, come si suol dire nell’ambiente.
Facile vedervi la longa manu dell’industria della bricchetta, ma c’è, o perlomeno ci sarà, anche di più.   Chiunque abbia un minimo di pratica di come funzionano i piccoli comuni, sa che questo è un incentivo formidabile affinché in ogni municipio si insedi una cricca di notabili che potranno organizzare ed alimentare squadre di “clientes” finanziandole col taglio dei boschi altrui.  E chi, come me, ha 40 anni di esperienza in queste cose, sa anche che la linea di demarcazione fra “squadra” e “squadraccia” tende a diventale sempre più labile, man mano che lo Stato rinuncia alle proprie funzioni.

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La celebre frana di Sarno (1998) si staccò in corrispondenza di una pista forestale. Succede molto spesso sui pendii scoscesi.

Ma forse sono pessimista ed ingiusto.  Forse gli estensori della norma hanno invece la vista più lunga della mia ed hanno escogitato un modo per aiutare il Paese a risolvere alcune delle maggiori calamità che lo affliggono.
Non sono io il primo a lamentare la distruzione del 99% della aree umide del paese?  Beh, c’è un modo sicuro per ricostituirle, pian piano nel decenni e nei secoli: disboscare i monti in modo che miliardi di tonnellate di sedimenti si vadano ad accumulare nei corsi d’acqua. (foto Sarno)  Esattamente in questo modo i romani trasformarono parte delle più fertili pianure che avevano alimentato l’impero in laghi e paludi che resero il clima del XI e XII secolo particolarmente mite e la biodiversità dell’epoca così ricca.   Forse non a caso il rimboschimento fu inventato nel XIX secolo proprio per ridurre l’incidenza delle alluvioni in pianura (per inciso, i rimboschimenti ottocenteschi saranno trattati alla stregua di “incolti”).

E che dire sul piano sociale?  Anche qui si può notare la grande lungimiranza dei legislatori.  Non è forse provato che l’aristocrazia feudale si formò dal connubio tra capitalisti romani e capi-banda barbarici?  E non costruirono forse una delle grandi civiltà dell’Occidente?   Allora, forse, Realacci e soci hanno pensato di creare le premesse necessarie affinché, fra 4 o 5 secoli, in Italia vi sia una nuova ed illuminata aristocrazia, capace di costruire meravigliose cattedrali nel deserto che avremo lasciato ai nostri discendenti.

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Foto NASA dell’inqinamento atmosferico nella Pianura Padana, in gran parte formata da micropolveri provenienti dalla combustione di bricchette.

Infine, non sono io una delle cassandre ossessionate dalla sovrappopolazione?  Ebbene, è dimostrato che il deterioramento della qualità dell’aria, dell’ambiente e della società funzionano piuttosto bene per ridurre il numero di persone.  Ma perché mi lamento?  Davvero gli ambientalisti non sanno quello che vogliono.

Per tornare alla dinamica dei sistemi, questa legge non è, come molti dicono, un’accozzaglia di controsensi e luoghi comuni, bensì un provvedimento organico perfettamente funzionale.  Solo che lo scopo non è quello dichiarato di gestire i boschi, bensì quello taciuto di consegnare le foreste d’Italia all’industria della bricchetta ed ai “capi bastone” locali.  Un connubio, quello fra ricchi imprenditori ed amministratori, che già sta devastando l’Italia ed il mondo, ma che finora aveva risparmiato il grosso del nostro territorio montano per carenza di possibilità speculative.

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Oramai è praticamente fatta. Per rendere esecutivo il decreto manca solo la firma di Mattarella che si può sperare sia in altre faccende affaccendato, ma sarebbe un miracolo se non lo firmasse, o se il nuovo governo se lo rimangiasse.  Ciò che davvero accadrà dipenderà da molti fattori, ma il governo sta facendo tutto ciò che è in suo potere affinché, nei prossimi decenni, le montagne, le valli ed fiumi cambino faccia; i brandelli di natura sopravvissuti nelle pianure svaniscano senza che nessuno si possa opporre.
Per un cittadino, forse la cosa più dolorosa e frustrante è vedere il potere costituito operare contro il Paese in modo tanto sfacciato. Forse è meglio pensare ad altro.  Pasqua è appena passata, scordate le foto precedenti e concentratevi su questa, sono certo che Gentiloni e tutto l’apparto del potere costituito saranno contenti di voi.
Invece, per cercare di far pressione su Mattarella che non firmi, potete firmare questa petizione:
No all’uso di boschi e foreste a fini energetici nelle centrali a biomasse

Infine, per saperne di più sul contesto ambientale, politico ed economico in cui tutto questo avviene, leggete: Picco per Capre

Picco per Capre
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