di Jacopo Simonetta

La settimana scorsa un post su come sia facile il compostaggio domestico è piaciuto a parecchi.   Incoraggiato da ciò, propongo oggi un altro post su di un argomento simile, ma un po’ più difficile: il compostaggio del cibo cotto.   Come detto nel precedente post, qualche avanzo cotto nel cumulo o nella compostiera non fa assolutamente niente.   Ma se ne avete molto, allora è necessaria qualche attenzione.
Non riguarda, ovviamente, le famiglie che mangiano la roba che cuociono.   E neppure agriturismi o simili che stanno attenti a limitare gli sprechi e che, di solito, hanno cani, maiali o polli.   Alcuni ristoranti hanno anche cominciato a dare ai clienti delle scatoline di plastica per portarsi a casa il cibo avanzato “per il cane”.    Insomma, finalmente, lo spreco alimentare sta diminuendo, ma è ancora alto e può capitare di avere del cibo da compostare, specialmente a chi organizza catering o piccole mense, tipo quelle scolastiche.

Un po’ di storia.

Una ventina di anni fa ebbi modo di partecipare ad uno dei primi programmi per la diffusione del compostaggio in Italia.   Ovviamente si parla di città perché in campagna, con altri nomi, tutti lo hanno fatto da sempre.
Fra le iniziative che prendemmo vi fu quella di compostare gli avanzi delle mense scolastiche nei giardini stessi delle scuole.   Lo scopo era duplice: smaltire i rifiuti nel posto stesso da cui provenivano e, soprattutto, mostrare ai bambini (e di conseguenza alle famiglie) che era una cosa fattibile ed utile.

La prima brutta sorpresa fu la quantità abnorme di ottimo cibo che quotidianamente veniva gettata.   Fra il 30 ed il 50% di quanto veniva cucinato, ogni giorno.   Non so se da allora sono cambiate le cose (spero di si), ma allora questa era la regola.  Ci spiegarono che le razioni venivano decise dall’ASL e che loro erano tenuti a preparare esattamente quei cibi in quelle quantità.   Il fatto che i bambini ne mangiassero solo una parte non interessava nessuno.   Attoniti, chiedemmo perché non buttare solo gli avanzi dai piatti e dare quelli ancora nelle pentole, il pane eccetera alle mense per i poveri che, già allora, cominciavano a comparire dalle nostre parti.   Ci fu risposto che a fare una cosa del genere si rischiava la galera: la legge lo vietava tassativamente.   Su questo, per fortuna,  le cose sono cambiate ed ho saputo che oggi il cibo avanzato viene dato a chi ne ha bisogno, almeno in parte.   Come nei ristoranti, ci sono ancora ampi margini di spreco, ma meno di prima.

Tornando a noi, il problema tecnico era quindi compostare quantità considerevoli di materiale, quasi tutto cotto, in spazzi angusti all’interno di un tessuto urbano denso.    I primi tentativi provocarono, come c’era da aspettarsi, cattivi odori e lamentele.   Ricordo una mamma che mi aggredì sbraitando che “quella roba sporca nel giardino della scuola non è igienica”.   Io le chiesi di contare le auto parcheggiate nel cortile della scuola, una decina.  Perché?    “Perché, signora, in Italia ogni anno ci sono migliaia di persone che vanno al camposanto e decine di migliaia che finiscono in ospedale a causa delle esalazioni delle auto.    Non ho mai sentito dire che qualcuno si sia sentito male per l’odore di marcio”.   Ma niente daffare.

Il metodo che ha funzionato

Dopo diversi tentativi ed errori, trovammo un sistema efficace.    Compostiere in plastica grandi, da 500 litri o più, sistemati sulla terra, in una zona ombrosa.   Sotto a tutto mettevamo dei vecchi pancali di legno per far circolare bene l’aria da sotto.   Ogni paio d’anni ce ne voleva uno di ricambio.   Prima di cominciare, sul pancale si mettevano delle frasche e poi della segatura o, meglio, dei trucioli di legno.   Si sarà capito che il problema fondamentale è che la roba cotta non solo composta molto lentamente, ma anche che  tende a percolare dei liquami dall’odore effettivamente molto sgradevole.

Sulla segatura mettevamo poi un buon palmo di compost maturo già pronto.   Infine si cominciava a mettere dentro la roba.   Fornivamo alla scuola dei sacchi di trucioli e segatura (recuperata dai rifiuti speciali di una falegnameria) in modo che ogni giorno ne mescolassero un poco al cibo che buttavano.     Il problema principale era sempre la circolazione dell’aria; per questo era fondamentale fare attenzione a che non ci finissero dei sacchetti di plastica o altre robe simili.   In un cumulo di materiale misto giardino-cucina pezzi di plastica possono dare fastidio, ma spesso no e li ritorvi quando spali.   Invece quando lavori con grosse quantità di roba cotta un sacchetto può bastare a scatenare una fetenzia.

Un atro punto è che è bene facilitare il processo aggiungendo materiale “facile” come foglie, erba e simile.   Questo aiuta il tutto a funzionare ed abbrevia i tempi.

Di solito andava tutto bene, ma saltuariamente anche così puzzavano un po’.    Prima che qualcuno chiamasse la Digos ed i pompieri, andavamo con un pezzo di tondino di ferro a fare dei buchi nella massa contenuta nella compostiera.   Quindi si avvolgeva il contenitore con un velo di geotessile (alias “tessuto-non tessuto”) ed il cattivo odore spariva.    Dopo 2-3 giorni si poteva togliere il velo, ma nel frattempo bisognava usare un altro contenitore.   Ce ne volevano quindi sempre almeno 2 ed andavano usati a turno.

I ratti

Un problema a parte fu quello dei topi e dei ratti.    Prima di cominciare a marcire il cibo era ottimo e gli animali lo fiutavano da molto lontano.   Era inevitabile che arrivassero dei roditori.   Non davano noia a nessuno, anzi aiutavano nel’opera mangiando una parte del cibo e scavando tane sotto i contenitori.   Ma i ratti, poveretti, non sono simpatici a nessuno, anche se l’ultima volta che hanno portato la peste in Europa fu nel XVII secolo.
E’ vero che possono veicolare numerose malattie, ma solo se sono malati, esattamente come gli umani o qualunque altro animale.   I ratti che vivono nelle fogne sono quindi effettivamente pericolosi, mentre quelli che vivono sugli alberi e nei campi non sono più malsani degli scoiattoli.   Che però sono tanto carini!   E’ quindi una sacrosanta norma di igiene limitarne il numero per impedirgli di entrare nelle case e nelle scuole;   ma se bazzicano su quello che abbiamo buttato via non possono fare danno alcuno.

Per fortuna, di soliti sono molto elusivi, ma un paio di volte che qualcuno li vide successe un finimondo, con eserciti di mamme e babbi in crisi isterica che assediavano i presidi e via di questo passo.   Abbiamo avuto modo di verificare una patologia molto diffusa nella popolazione urbana odierna.   Si chiama “zoofobia” e consiste nell’avere orrore degli animali.   Un problema, perché la parata più semplice ai topi sono i gatti, ma pare che anche questi fossero anti-igienici (le automobili invece no).

Finale a coda di topo

Comunque, malgrado qualche scossone, nel giro di alcuni mesi riuscimmo a mettere in pista una decina di compostatori che funzionarono per alcuni anni.   All’inizio fu effettivamente faticoso.   Andavamo praticamente ogni giorno a far visita alle nostre compostiere e passavamo ore a parlare con gente spaventata, quasi che nei cortili avessimo installato degli ordigni bellici.   Inoltre ci dovemmo inventare praticamente tutto da soli perché sui pochi testi e siti dell’epoca si diceva semplicemente che il cibo cotto non doveva essere messo nel compost.   Punto.    Osservando, provando e riflettendo trovammo invece la procedura descritta che, una volta avviata, non era neppure difficile da portare avanti.    Già questa fu una bella soddisfazione, ma ne avemmo anche altre.
Dalla Scuola Agraria di Monza ebbero sentore di quel che facevamo e, siccome non ci credevano, vennero a vedere.    Ma la soddisfazione maggiore ce la dettero i bambini che, una volta superata la barriera psicologica del “sudicio”, impararono presto a mettere le mani nel terriccio per cercare i lombrichi ed una miriade di altri animaletti.   In alcuni casi fu anche possibile avviare degli orticelli, o perlomeno piantare qualcosa, da nutrire con il compost della scuola.

Mamme, babbi e bidelli rimasero invece un problema fino alla fine e fu per causa loro che, col tempo, quasi tutti i compostatori furono dismessi.    Solo una scuola, a distanza di tanti anni, ha continuato e solo perché qualcuno del personale si è preso a cuore la cosa.

Alla fine, ficcare tutto in un sacco di plastica ed aspettare che un camion se lo porti via pare che sia più semplice.   Poi, naturalmente si protesta se il comune vuole costruire un impianto di compostaggio industriale da qualche parte, oppure una discarica; e pure perché le tasse sui rifiuti sono alte.

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