Se mi chiedessero un giudizio spassionato sulla manovra economica entrando nel merito delle singole proposte, non sarebbe molto diverso da quello espresso da Giulio Marcon e dalla redazione di Sbilanciamoci!. Tuttavia, dopo la bocciatura ufficiale della Commissione Europea – la prima nella storia dell’Unione – onestà intellettuale impone di riconsiderare tutta la questione accantonando simpatie e antipatie politiche, nonché spread, flat tax, condoni, reddito di cittadinanza, ecc. ampliando l’orizzonte dei ragionamenti.

Innanzitutto, nonostante le dovute (e per certi versi enormi) differenze, le polemiche di questi giorni riecheggiano le campagne dei decenni scorsi a sostegno dei paesi del sud del mondo rivendicanti il diritto di non ottemperare alle stringenti clausole dei piani di aggiustamento strutturale siglati con Fondo Monetario o Banca Mondiale (ne ho parlato in un articolo del dossier migrazioni su DFSN). Le parole del morigerato e pacato ministro Tria – personalità ben diversa dai vulcanici vicepremier Salvini e Di Maio – sono emblematiche:

Il governo è cosciente di aver scelto un’impostazione della politica di bilancio non in linea con le norme applicative del Patto di stabilità e crescita. E’ stata una decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recuperare i livelli di PIL pre-crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della popolazione.

Mi viene da sorridere, perché tale giustificazione della violazione delle regole ricorda quel dovere di disobbedire a leggi inique che, quando si era trattato del caso Lucano-Riace, leghisti e pentastellati avevano rigorosamente negato potesse mai essere concepito (dura lex sed lex, si diceva). Tralasciando ciò, tutta la vicenda ruota attorno a due interrogativi fondamentali:

1) è lecito trasgredire un accordo comunitario vincolante quale il Patto di stabilità e crescita?

2) se sì, per quale finalità superiore?

In riferimento al primo punto, la mia risposta non può che essere affermativa. Il mondo del 1997 (anno di firma del Patto) sembra lontano anni luce da quello attuale, ancora devastato dal crack economico del 2008: nel contesto odierno, per l’Italia e altre nazioni dell’area mediterranea rispettare i dettami europei significherebbe vincolarsi in perpetuo a una ‘politica unica’ sopprimendo qualunque barlume di democrazia (più di quanto già non avvenga). Senza contare poi l’ipocrita faccia feroce mostrata contro gli anelli deboli della catena (oltre a noi, Spagna e Grecia), ben diversa dal sacro timore ostentato nei riguardi della Germania, malgrado il suo export eccessivo provochi quegli ‘squilibri macroenomici’ contro cui sarebbe dovere della Commissione vigilare e intervenire. Così come ho avversato la legittimità delle clausole dei piani di aggiustamento strutturale, sono altrettanto convinto che vadano denunciate e combattute le storture presenti nel Patto.

Tuttavia, la trasgressione non può avvenire per le medesime ragioni avanzate dalla maggioranza di governo, ossia auspicare una vaga e indefinita ripresa del PIL con il miraggio di sanare il debito grazie a questa fantomatica crescita (per capire appieno l’assurdità dell’idea al di là dei vincoli ecologici planetari, rimando a un articolo di Aldo Gianulli). Un approccio davvero all’insegna del cambiamento imporrebbe di sottoporre a decostruzione radicale il problema ‘debito pubblico’, prima di avanzare possibili soluzioni per ripagarlo. L’onere di tale compito se l’è accollato il bocconiano decisamente eterodosso Andrea Fumagalli, in un’analisi di cui consiglio vivamente la lettura (ringraziando sentitamente Luca Pardi per averla portata alla mia attenzione) e della quale riporto la sintesi finale:

  1. L’Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica, orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative, assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari;
  2. Il debito pubblico italiano è stato causato dall’incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalle fasce più povere della popolazioni a quelle più ricche. E’ quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all’aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni ’80 del secolo scorso, quando passò dal 60% a oltre il 120%. Eppure, come correttamente scrive Marco Bersani: “i dati ufficiali sulla spesa pubblica di quel decennio raccontano un’altra verità: infatti, al netto della spesa per interessi, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre, nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7% al 47,7%. Ovvero, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento relativo, la spesa pubblica italiana si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell’Ue e dell’eurozona”.
  3. Il debito pubblico è così un “business”: favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi.
  4. L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla “flat tax” non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.

 

Le considerazioni di Fumagalli meritano sicuramente l’etichetta di ‘rivoluzionarie’, a differenza di banali (e superati) progetti di deficit spending. Eppure, i sedicenti movimenti anti-sistema che in campagna elettorale promettono a gran voce radicali ristrutturazioni del debito, una volta al potere sembrano ripiegare su più miti consigli: voltafaccia  comprensibile, in quanto passare dalle parole ai fatti significa scontrarsi frontalmente con la grande finanza (a partire da quella di casa nostra, poiché le istituzioni bancarie italiane detengono il 30% del debito sovrano del Bel Paese), con il rischio di provocare reazioni a catena imprevedibili nel grande domino della speculazione globale, oltre a pericolosi fenomeni di emulazione.

Il vero privilegio del creditore, più della possibilità di godere di flussi costanti di denaro – nessuno si aspetta veramente che i prestiti vengano saldati – consiste nello strappare concessioni politiche contrattando rifinanziamenti e agevolazioni per arginare il perverso meccanismo degli interessi; un’espropriazione di sovranità e indipendenza fino a ieri circoscritta a regioni di Africa, Asia e Sud America che da qualche anno si affaccia in Europa. Del resto, nell’ottica dei limiti dello sviluppo, è abbastanza naturale che i problemi patiti dalla periferia si trasferiscano gradualmente verso le zone centrali più deboli e instabili dell’economia-mondo.

In definitiva, bisogna abbattere i paletti dell’austerity europea ma non per ricercare nuovi fumosi boom, bensì per liberare risorse indispensabili per implementare rapidamente la riconversione ecologica (non scordiamoci l’ammonimento dell’IPCC sui soli dodici anni di tempo rimasti per fronteggiare adeguatamente la minaccia climatica) e attenuare considerevolmente i dislivelli sociali finché ciò può avvenire con mezzi pacifici, similmente alla prospettiva concepita da Pallante e Pertosa in Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci. Ma un piano simile può avere qualche speranza di successo solo smascherando l’impostura del debito e combattendola tramite opportune iniziative locali e sovranazionali.
Occorre quindi superare le posizioni mainstream pro-contro il governo Conte, la sua maggioranza e il suo documento di programmazione economica, ma anche qualsiasi ideologismo bianco/nero verso l’Unione Europea, la stessa entità capace  di propugnare importanti progetti ambientalisti (vedi l’enfasi sull’economia circolare e adesso anche sull’inizio dell’era post-growth) rimanendo allo stesso tempo vincolata a un’architettura istituzionale ispirata al peggior neoliberismo. Condizione necessaria non sufficiente: onestà intellettuale contro ogni faziosità, sempre.

 

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