di Jacopo Simonetta

La FAO ci informa che ogni anno sulla Terra ci sono circa 80 milioni di bocche in più da sfamare (alla faccia della denatalità!), mentre annualmente quasi 100 miliardi di tonnellate di suolo vanno perdute.    Oramai, praticamente tutti i terreni agricoli del mondo sono più o meno degradati e di questi circa la metà in modo grave.

In Europa, anche da questo punto di vista, stiamo molto meglio che nella maggior parte del mondo.   Una ventina di anni fa si stimava infatti che, dalla fine della II Guerra Mondiale, fossero stati degradati “solamente” 115 milioni di ettari per erosione idrogeologica, 42 milioni per il vento, 85 milioni per acidificazione, 180 milioni per contaminazione da pesticidi e 170 milioni da nitrati e fosfati, 33 milioni per compattazione, 3,2 milioni di ha per perdita di sostanza organica e 3,8 milioni per salinizzazione.   Da allora i dati si fanno meno precisi e più frammentari, ma solo per la costruzione di strade e case negli anni ’90 e 2.000 sono stati distrutte parecchie centinaia di ettari al giorno.   Almeno mezzo milione di ettari di campagna sono finiti sotto una lapide di cemento o di asfalto durante i due decenni scorsi.   Amen.

Nel resto del mondo va molto peggio e si cerca di compensare distruggendo quel che resta di foreste, praterie e paludi per allargare campi e pascoli.   Oppure aumentando l’input di tecnologia ed energia per incrementare le rese ad ettaro, ma in entrambi i modi non si fa che degradare ulteriormente l’ecosistema globale, da cui dipende tutto.

Preso atto di ciò, la domanda che sorge spontanea è se la perdita di suolo sia reversibile o meno.   Un argomento cui sono dedicate intere biblioteche.   Non pretendo riassumere una materia così vasta in un breve post, ma vorrei dare qualche accenno per chi si avvicina all’argomento per la prima volta.

 

Formazione del suolo.

In un qualche momento del passato dove adesso c’è della terra c’erano delle rocce, ma attenzione che non tutte le rocce sono dure e compatte.    Sedimenti recenti possono infatti essere friabili e perfino contenere del materiale organico.   Comunque sia, agenti atmosferici ed organismi viventi attaccano la superficie delle rocce, modificandone sia la struttura fisica sia la chimica.

Se volete osservare un caso estremo di come questo processo cominci, guardate una qualunque superficie che non venga ripulita da tempo. Perfino sulla carrozzeria di un’automobile, o sui vetri di una finestra, col tempo, si accumulano polvere e cacce di mosca.   Poi spuntano i primi licheni che possono trattenere meglio acqua e detriti microscopici.   Se il microclima è favorevole, cominceranno poi a crescere anche dei muschi, mentre una miriade di organismi microscopici cominceranno a colonizzare il nuovo ecosistema.

Quanto ci vuole per formare un suolo?   Se ci troviamo su sedimenti incoerenti, ad esempio argille o sabbie, ed abbiamo un clima favorevole bastano pochi decenni per creare un suolo di 20 o 30 cm.    Se, invece, siamo su graniti, calcari compatti e altre cose molto dure ci vogliono decine di migliaia di anni per farne pochi centimetri.   Parimenti, se il clima è molto arido, molto piovoso, molto freddo eccetera i tempi si allungano di molto.   In grossolana approssimazione, si stima una media generale compresa fra alcuni millimetri e pochi centimetri al secolo.

Al netto di eccezioni locali, l’unica costante è che, di fatto, il suolo è una risorsa NON rinnovabile, come il petrolio, il carbone e molta dell’acqua che oggi si consuma nel mondo.

 

Processi di degrado del suolo.

I principali sono quelli che abbiamo nominato prima: edificazione, erosione idrogeologica, erosione eolica, acidificazione, contaminazione da pesticidi e concimi inorganici, compattazione, perdita di sostanza organica, salinizzazione.   Quasi sempre sono più d’uno i processi all’opera contemporaneamente.    Vediamoli brevemente.

Edificazione:  Quando costruisco od asfalto qualcosa, oppure quando scavo e seppellisco il suolo fertile in una discarica, la distruzione è semplice e definitiva.   Certo, in futuro sui ruderi e sulle discariche si formeranno nuovi suoli e nuovi ecosistemi, ma noi non lo vedremo.   E’ così che sono finiti molti dei migliori suoli del mondo, specialmente in Europa ed Asia, ma anche in alcune parti dell’Africa e del Sudamerica.

Erosione idrogeologica.    E’ l’asportazione di materiale dalla superficie del terreno ad opera dell’acqua.   Il fattore più appariscente è il ruscellamento sulla superficie, ma non meno importante è l’azione delle singole gocce di pioggia che, colpendo il terreno, lo fluidificano rendendolo poi facile preda del ruscellamento.   Questo è uno dei tanti motivi per cui si dovrebbe limitare allo strettissimo indispensabile (se possibile a zero) il periodo in cui il suolo è privo di protezione da parte della vegetazione, di pacciamature od altro.
L’erosione dell’acqua è un fenomeno geologico normale che, impercettibilmente, consuma le montagne e costruisce le pianure.   In ambienti integri, si crea un approssimativo equilibrio fra quantità di suolo eroso e quantità di suolo di nuova formazione.   Ma il disboscamento, l’eccesso di pascolo e la coltivazione possono accelerare il fenomeno, rendendolo catastrofico e, di fatto, irreversibile.
Inoltre, da alcuni decenni siamo riusciti a scatenare fenomeni erosivi importanti anche in pianura.   Cioè esattamente il contrario di quello che di solito accade in natura.   La ragione principale sono le lavorazioni intense e frequenti che, assieme ad altri fattori, rendono il suolo molto vulnerabile anche se le pendenze sono minime o assenti.
Ad esempio, in vaste zone della “corn belt” americana il terreno si è abbassato di parecchi metri in cento anni, ma anche in Italia è facile osservare questo fenomeno.   Fateci caso: molto spesso la superficie dei campi è più bassa di quella delle prode, delle eventuali siepi, stradelli, tare ecc.    Ci possono giocare anche altri fattori come la compattazione, ma spesso la causa è questa insidiosa micro-erosione.

Erosione eolica.   La forza che porta via la terra è il vento e in casi estremi forma quelle tempeste di polvere e sabbia che, normali nei deserti, sono diventate comuni anche in molte aree soggette ad agricoltura industriale.   La maggior parte della terra portata via dal vento finisce in mare contribuendo al suo inquinamento, ma talvolta finisce nelle nuvole e torna a terra con la pioggia.   Magari portandosi dietro quota parte dei contaminanti distribuiti sui campi.

Acidificazione.   I principali nutrienti per le piante sono ioni con una carica elettrica positiva, detti cationi. Rocce di origine silicee, lavorazioni profonde e ripetute, irrigazione, carenza di copertura vegetale ed altro possono far si che la maggior parte dei cationi se ne vadano con l’acqua e/o il raccolto, sostituiti da atomi di idrogeno.   Man mano che questo accade il terreno diventa più acido e meno fertile.

Contaminazione.    L’uso massiccio di pesticidi può letteralmente avvelenare il terreno.     Similmente, concimazioni abbondanti e ripetute con nitrati e fosfati possono accumularsi nel suolo fino a raggiungere concentrazioni tossiche per la maggior parte degli organismi.   Ma ci sono piante capaci di sfruttare alcune situazioni di questo genere, prima fra tutte l’ortica.   Quando le superfici contaminate in questo modo sono estese, ci sono sempre dei danni anche per le falde freatiche e per i corsi d’acqua.

Compattazione.   Ci sono terreni più o meno fragili, ma comunque l’uso di macchine pesanti, lavorazioni frequenti e, soprattutto, la fresatura compattano il terreno.   Anche la mancanza di copertura vegetale nei periodi piovosi facilita molto questo processo, così come la contaminazione di cui sopra.   La conseguenza è che il suolo assorbe poco e male l’acqua che vi ruscella sopra, provocando erosione ed alluvioni, magari mentre pochi centimetri sotto la superficie la terra rimane disperatamente secca.   Un fenomeno questo esacerbato dall’evoluzione del clima verso piogge rare ed intense.   Peggio ancora: nei terreni compattati le radici si sviluppano solo in superficie e gran parte della fauna e della flora del suolo scompaiono.

Perdita di sostanza organica.   Questo è un fenomeno oramai universale.   Si stima che per essere biologicamente attivo un terreno deve avere un contenuto in sostanza organica pari ad almeno il 3,5-4%; di più è meglio.   Ma poco più del 10% dei suoli agricoli europei è ancora al di sopra di questa soglia e nel resto del mondo va ancora peggio.   Questo significa che la maggior parte dei suoli agricoli sono orami morti o quasi.   I meccanismi di rinnovamento naturale della fertilità non funzionano più e per cavarne qualcosa si rimpinza la terra di composti chimici che assicurano un raccolto, aggravando però le condizioni del terreno e delle acque.

Salinizzazione.   Questo è un fenomeno relativamente localizzato nei paesi temperati, mentre è diffusissimo nei paesi tropicali.   Di solito dipende dal fatto che l’acqua di irrigazione porta sempre in soluzione un po’ di sali minerali.   E’ del tutto normale, ma se si procede ad irrigazioni importanti per molti anni, questi sali si possono accumulare nel terreno e, gradualmente, sterilizzarlo.   Il caldo e l’aridità accelerano molto il fenomeno.
In qualche caso, vicino al mare, il fenomeno è rapidissimo perché pozzi e siccità abbassano le falde freatiche cosicché l’acqua marina raggiunge l’entroterra risalendo i corsi d’acqua ed infiltrandosi nel sottosuolo.   Le acque salmastre vengono poi pompate dei pozzi ed usate per irrigare campi e giardini, finché non rimangono solo poche specie erbacee particolarmente resistenti al sale.

 

Processi di recupero del suolo.

Il  recupero può essere impossibile o facile a seconda di una miriade di fattori, non ultimo la dimensione dell’appezzamento.   Un conto è recuperare 200 mq per fare un orto;  un altro è recuperare 200 ettari.   Nel primo caso chiunque, con un po’ di pazienza, ci riesce.   Nel secondo caso può invece risultare impossibile.

In tutti i casi, alberi e siepi aiutano parecchio perché hanno radici più estese, grandi e profonde di quelle delle piante erbacee.   Lo schema tradizionale del seminativo intercalato da filari di alberi (olivi, viti, pioppi, castagni e molto altro a seconda delle zone) era estremamente intelligente.

Comunque per ogni caso ci vuole una strategia specifica perché per recuperare bisogna cercare di attivare fenomeni inversi a quelli che hanno fatto il danno.

L’edificazione è irreversibile,  a meno di non demolire strade e palazzine, riempire cave o robe del genere.   L’erosione può essere rallentata, talvolta fermata, ma per recuperare il suolo perduto occorrerà aspettare secoli o millenni a seconda di dove ci troviamo.

Rimediare alla salinizzaizone è invece facilissimo e definitivo.   L’unica cosa da fare è chiudere i pozzi e smettere di irrigare.   Col tempo, la pioggia laverà il sale, sempre che le acque salmastre non abbiamo contaminato le falde freatiche fino quasi al piano di campagna, perché in questi casi non c’è niente da fare.

L’acidificazione è molto insidiosa.   Di solito si interviene distribuendo materiale ricco di calcio, come calcare in polvere ed simili, ma sono sistemi che hanno due grossi difetti.   Il primo è che comportano l’apertura di cave da qualche altra parte; quindi giovano in un posto, nuocendo in un altro.   Inoltre, anche il vantaggio sul campo è spesso passeggero.   Se l’intervento non si accompagna con un cambiamento radicale nella conduzione del suolo, il calcare viene rapidamente eliminato dalle piogge e siamo daccapo, o peggio.   Occorre quindi impostare tutto il sistema in modo da facilitare l’accumulo del calcio non in forma minerale, bensì in forma organica.   Un sistema può essere quello di aggiungere calcio al letame per poi farlo maturare senza che sia dilavato dalla pioggia.   Contemporaneamente, bisogna diffondere piante esigenti in calcare che, su terreni acidi, daranno rese modeste, ma permettono di mantenere il calcio nel ciclo locale.   Occorre poi limitare od eliminare le lavorazioni e proteggere il terreno dalla pioggia.   Insomma, per parecchi anni bisognerebbe che lo scopo della gestione fosse quello di ridurre l’acidità e il raccolto, se anche presente, fosse considerato un sotto-prodotto.   Una cosa che nessun contadino si può permettere.

La contaminazione, se non molto grave si può recuperare o, perlomeno, mitigare con metodi analoghi.   Lavorazioni e colture ad hoc possono permettere di eliminare gradualmente le sostanze in accesso.   Col tempo la pioggia e, soprattutto, funghi e batteri demoliscono, bloccano od eliminano molti composti tossici.   Anche per questo è sempre molto utile incrementare la percentuale di sostanza organica.

La compattazione e perdita di sostanza organica vanno di solito insieme ed aumentare la seconda sempre riduce la prima, ma molti interventi possono avere effetti contrastanti.   Ad esempio, lavorazioni profonde rompono la suola formata dalle lavorazioni precedenti, ma possono formarne un’altra più in basso e, sempre, riducono il contenuto in sostanza organica.   Cosa che favorisce una successiva, ulteriore compattazione.
Dunque ogni campo fa storia a sé, ma ci sono delle linee guida valide in quasi tutti i casi:  Ricostruire una struttura del terreno grumosa e permeabile, ridare sostanza organica, inoculare microorganismi.

Per il primo punto, in alcuni casi è utile una lavorazione massiccia (doppia vangatura, creazione di bancali, ripuntatura o simili) una sola volta, per avviare il processo ed a condizione di poter aggiungere  abbastanza compost e/o letame maturo da compensare abbondantemente le perdite che così si provocano.
Un metodo migliore, se vi potete prendere il tempo, è non fare proprio niente.   Lasciare il terreno tranquillo e fermo, con quello che ci cresce sopra spontaneamente.   Magari trinciare erba e rovi una volta l’anno, alla fine dell’inverno, e aspettare.   Su terreni pesanti compattati in profondità funziona bene fare dei buchi verticali con una piccola trivella.

Per ridare sostanza organica il metodo più spiccio è distribuire compost e letame, se ce ne è.   Altrimenti si torna alla trinciatura periodica di quel che cresce.   Soprattutto bisogna evitare lavorazioni e transito di mezzi pesanti.   Gran parte della sostanza organica del suolo si forma infatti al suo interno, dalle radici morte, ma soprattutto dai batteri, funghi, protozoi eccetera che vivono negli interstizi del suolo.   Un terreno senza interstizi è morto.

Il più importante è comunque il terzo punto.   Un sistema molto facile è per esempio la distribuzione di “500” (corno-letame) biodinamico.    Si tratta infatti di una coltura batterica che si inocula periodicamente nel terreno.    Col tempo aiuta molto, ma sono necessari anche una miriade di altri organismi: insetti, miriapodi, lombrichi, nematodi, rotiferi, protozoi, funghi, micorrize, ed altri ancora.   Molti li porteranno il vento e gli uccelli, senza che neanche ve ne accorgiate.   Altri magari ci sono ancora in qualche cantuccio e, migliorando l’ambiente, torneranno a diffondersi.    Anche la distribuzione di compost aiuta perché assieme al terriccio distribuite una miriade di esseri viventi.

Un altro sistema che aiuta a far prima e meglio è cercare nei vostri dintorni un pezzetto di terra ben conservato, magari perché incolto.   Prelevatene qualche zolla da mettere a dimora preziosamente nel vostro campo, ma non subito; solo quando il processo di recupero sarà già ben avviato.

Ci sono poi altri sistemi specialistici, destinati a casi estremi, che richiedono una preparazione specifica.   Ma soprattutto quello che ci vuole è il Tempo.   Noi siamo abituati a misurarlo in ore e minuti, ma la terra lo misura in anni e secoli.

 

 

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