Nel precedente post abbiamo visto che l’accanimento di Tainter contro tutti gli storiografi che etichetta come “mistici” contiene un singolare errore.  Infatti, anche se molte delle argomentazioni avanzate dai “mistici” per spiegare il declino e la fine delle società sono effettivamente fantasiose, la loro intuizione di fondo rimane infatti valida: le società hanno una tendenza intrinseca a crescere, decadere e “morire” (metafora vitalista invisa a Tainter).  Tendenza che poi si articola in infiniti modi a seconda di una miriade di fattori interni ed esterni alle società stesse, ma che c’è e rimane come per tutto ciò che vive.
Curioso che Tainter non colga questo punto fondamentale, dal momento che la sua argomentazione verte nella stessa direzione.  Secondo lui, infatti, le società tendono a sviluppare livelli crescenti di complessità che, inizialmente, le sono utili ma che, aumentando oltre certi limiti, finiscono con il fragilizzarne l’economia ed il tessuto sociale. Finché una qualche combinazione di avversità non ne scatena il collasso.
Un’idea che non spiega ogni aspetto della storia, ma molti si e che è coerente con quello che sappiamo della dinamica delle strutture dissipative.   Aggiungerei qui che è perfettamente coerente anche con il modello della “Crescita economica negativa” di Herman Daly, cui lo storico non fa cenno, ma che ne avvalora la tesi di fondo.

Il collasso è inevitabile?

Intanto bisogna chiarire cosa si intende con “collasso di una società”.  Secondo Tainter è una brusca (in una scala di tempi storici) riduzione di complessità.  Un fenomeno che si accompagna sempre anche a più o meno consistenti riduzioni della popolazione, alla scomparsa di molte forme d’arte ed alla contrazione del territorio occupato.  Talvolta il collasso è totale e la società in questione scompare; talaltra è parziale e la società si ridimensiona, ama si adatta e continua ad esistere.
Tuttavia il collasso, sostiene Tainter, non è l’unico destino possibile perché le società possono anche scomparire gradualmente.  Fra gli esempi che cita, il più interessante è il confronto fra l’Impero Romano d’Occidente, disintegratosi dopo due secoli di agonia (altra metafora vitalistica che Tainter riproverebbe) e l’Impero Romano d’Oriente che, fra alterne vicende, fu gradualmente assorbito dall’Impero Ottomano.  Quindi nessun collasso in questo secondo caso, bensì un passaggio, graduale, anche se sanguinoso, fra due entità statali parimenti complesse.
Viceversa, una cosa che non accade quasi mai è che una società in crisi decida deliberatamente di ridimensionarsi.

Perché?  Una domanda cruciale per noi, proprio ora che siamo confrontati esattamente a questa scelta.

La competizione favorisce il collasso.

Il motivo addotto da Teinter non è probabilmente l’unico, ma è del massimo interesse.  Egli sostiene che il principale motivo che impedisce la decrescita graduale delle società sia la competizione con altre entità simili. Dal momento che la complessità consente un più efficace accaparramento delle risorse ed una migliore difesa, se più soggetti simili (ad esempio stati dello stesso peso geopolitico o imprese simili) si trovano in competizione fra loro quello che per primo decidesse di ridurre il proprio livello di complessità offrirebbe agli altri un vantaggio. Un errore che facilmente potrebbe riuscirgli fatale.
Nel dettaglio, uno schema del genere si può tradurre in realtà e destini storici molto diversi, ma come tendenza generale credo che sia sostanzialmente corretto, perlomeno in molti casi.
Fra gli esempi citati, vi sono le città-stato Maya e quelle Micenee.  In entrambi i casi, sostiene lo storico, società con un comparabile grado di complessità, peso politico e forza militare si sono trovate contermini e soggette allo stesso tipo di problemi.  In entrambi i casi, la risposta è stata quella di un aumento della competizione che ha costretto tutte le entità coinvolte a mantenere livelli di complessità sociale e militare oramai eccessivi per le loro economie impoverite. Fu la rovina di molte città, ma non tutte perché alcune, più marginali o meglio protette da fattori naturali, poterono superare la crisi.
A questo punto, Tainter introduce l’unico esempio contemporaneo dell’intero libro: la contesa  fra USA e URSS (il libro è stato pubblicato nel 1988) in cui, evidentemente, nessuno dei due si poteva permettere di rallentare la corsa agli armamenti ed alla crescita industriale, pena essere sconfitto.
Sappiamo come è andata e l’esempio si presta bene ad essere usato anche per il seguito.  Dal collasso dell’Unione Sovietica sono infatti sorte varie entità più piccole. La maggior parte di queste sono poi passate sotto l’egida statunitense, mentre qualcuna è rimasta nell’area di influenza della Russia. Questa rappresenta “il pezzo più grosso” dell’ex URSS che, superato un decennio di crisi durissima, ha poi recuperato un certo equilibrio ed anche la forza per riconquistare qualche pezzetto del perduto impero.
Oggi però il quadro sta cambiando nuovamente con la Cina, potenza montante del momento, che sta assorbendo parecchi degli stati centro-asiatici e che, per la Russia, sta sempre più diventando un alleato a cui non si può dire di no.  In prospettiva, qualcosa probabilmente simile al rapporto che dal 1945 c’è stato  fra Europa occidentale e USA.

Altri fattori che favoriscono il collasso.

Certamente, ci sono però anche altri motivi che ostacolano drastiche decisioni in materia di decrescita volontaria.  Ad esempio, la tradizione culturale e la termodinamica dei sistemi: entrambi molto insidiosi perché profondamente radicati.
Il primo dipende dalla struttura stessa della mente umana. Noi non ci rapportiamo, infatti, direttamente alla realtà, bensì ad un modello mentale che la rappresenta e col quale confrontiamo le informazioni che ci giungono dall’esterno.  Ma questo modello è un prodotto in gran parte culturale, plasmato perlopiù dall’esperienza collettiva del recente passato. Per questo, una medesima realtà viene vista ed interpretata in modo diverso da persone che hanno un retaggio culturale differente ed una medesima situazione può scatenare risposte diversissime, anche opposte.  Proprio adesso, le diverse letture e reazioni a fenomeni come la fine della crescita economica, la riduzione della natalità, il cambiamento del clima e le migrazioni di massa sono esemplari in questo senso.
Il secondo fattore è invece una proprietà intrinseca di ogni sistema, non solo vivente: la tendenza ad assorbire e dissipare il massimo possibile di energia.  Se si tratti di un 4° principio della termodinamica o di un corollario del 2° qui non fa differenza: ciò che conta è che, affinché una struttura dissipativa riduca o contenga la propria dissipazione di energia in assenza di fattori limitanti, sono necessarie condizioni molto particolari.  Per restare in argomento storico, ci sono alcuni esempi di società che lo hanno fatto, come il Giappone Tokugawa o gli isolani di Tikopia, ma si tratta di casi eccezionali, legati a combinazioni molto particolari di condizioni storiche e geografiche.

Una strategia alternativa.

Per tornare all’idea di Tainter circa la trappola della competizione, c’è un’alternativa ed è la collaborazione. Non è un discorso buonista, bensì una strategia evolutiva precisa che ha ampiamente contribuito da plasmare gli ecosistemi e la Biosfera, così come le società. Anzi, l’esistenza stessa di società dipende dallo sviluppo di forme di collaborazione.
Tuttavia, non accade mai che la cooperazione sia con tutti. In un ecosistema, ci sono i simbionti, ma anche i parassiti, i competitori ed i predatori, sempre.  All’interno delle singole società si trovano svariatissime forme di collaborazione fra soggetti e classi diverse, ma anche competizione e contrasto. Sempre.
Molte società del passato avevano infatti elaborato modi più o meno efficaci di limitare la competizione al loro interno, aumentando invece quella verso l’esterno.  I comuni medievali italiani, ad esempio, avevano complessi sistemi di norme e di usanze per impedire la competizione e favorire al collaborazione all’interno della città.  Contemporaneamente, erano in uno stato di guerra semi-permanente con le città circostanti.  Una situazione che è proseguita finché un certo numero di città non hanno acquisito un vantaggio sufficiente da assorbire o distruggere le altre.
Un punto chiave è infatti che la collaborazione è si una strategia vincente, ma non può coinvolgere tutti.  Ci sono varie ragioni per questo, ad esempio che la collaborazione richiede una forte identità del gruppo. E l’identità di un nucleo sociale si stabilisce per similitudini fra i membri e differenze con tutti gli altri. Ma c’è anche una ragione fisica precisa. Per crescere, o anche solo per mantenersi, un sistema deve dissipare quantità crescenti di energia e, quindi, scaricare a qualcuno l’ entropia risultante.  Dunque, qualcuno o qualcosa deve necessariamente essere “sfruttato” (sensu latissimo) e qualcun altro deve per forza prendersi i danni (ad esempio rifiuti di ogni genere).  In effetti, la collaborazione serve proprio a questo: essere più efficaci nel depredare, lasciando ad altri il proverbiale “cerino in mano”.
Dunque, un’utopica collaborazione totale e globale fra tutti gli uomini della Terra avrebbe necessariamente come unico “esterno” da sfruttare ed in cui accumulare i rifiuti la parte di Biosfera esterna al sotto-sistema economico.  E’ in parte quello che stiamo già facendo e difficilmente i risultati potrebbero essere peggiori.
Il punto è che qualunque sistema per esistere e funzionare ha bisogno di un confine che lo delimita; un confine permeabile, ovviamente, ma controllato.  Ed il gioco è necessariamente quello di unirsi per difendersi e/o attaccare altri.  Non necessariamente sul piano militare.  Accordi commerciali, debito, menzogne e migrazioni sono solo alcuni dei metodi oggi ampiamente usati nella collaborazione e nella competizione fra stati.
Un esempio a noi particolarmente vicino è quello dello sviluppo e della crisi della UE. Dal secondo dopoguerra, la collaborazione fra quello che restava delle ex-potenze europee ci ha permesso di recuperare buona parte di ciò che avevamo perduto; sul piano del benessere diffuso, perfino di più. La competizione era naturalmente presente, come sempre, ma sotto controllo.  Viceversa, con la globalizzazione degli anni 2000 e lo scoppio della crisi del 2008, la competizione fra stati europei anziché diminuire è aumentata. Il risultato, abbiamo ben visto, è stato di portare l’intera costruzione ad un passo dal collasso.  Anzi, la brexit e il deterioramento dei rapporti con la Turchia possono ben essere letti come un parziale collasso del sistema che, come da manuale, reagisce cercando di riorganizzarsi su di una base più piccola, ma più coesa, anche a costo di espellere altri elementi.  Come andrà, lo vedremo.

In conclusione, credo che si possa affermare che qualunque struttura sociale sia destinata, prima o poi, a disintegrarsi o ad essere assorbita da altre strutture, al momento più efficienti.  Tuttavia, fra il “prima” ed il “poi” possono passare anche alcuni secoli e vi è ampio spazio per scelte politiche giuste o sbagliate.
Per tornare alla metafora vitalista tanto invisa a Tainter, il fatto che ognuno di noi sia mortale non ci esime dalla scelta se lasciare ai nostri discendenti  un’utile eredità, oppure un cumulo di debiti da pagare.

 

 

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