di Igor Giussani

Prima di entrare nel merito dell’articolo, una breve premessa sulla IEA, di cui troviamo un’ottima descrizione su Wikipedia:

L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE, in lingua inglese International Energy Agency, IEA) è un’organizzazione internazionale intergovernativa fondata nel 1974 dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in seguito allo shock petrolifero dell’anno precedente. Lo scopo dell’agenzia è quello di facilitare il coordinamento delle politiche energetiche dei paesi membri per assicurare la stabilità degli approvvigionamenti energetici (principalmente petrolio) al fine di sostenere la crescita economica. Recentemente l’agenzia ha esteso il suo mandato verso la direzione dello sviluppo sostenibile, occupandosi anche di protezione dell’ambiente e cambiamenti climatici.

Per farla breve, si tratta di un ente lontano anni luce dall’ecologismo radicale stile Greenpeace e più che mai dalla decrescita. Ogni anno la IEA pubblica un rapporto intitolato World Energy Outlook (WEO) allo scopo di ricostruire i trend energetici ed elaborare ipotesi per cercare di conciliare le esigenze dell’economia e dell’ecologia, il tutto sotto l’insegna dello sviluppo sostenibile. L’ultima edizione del WEO è scaricabile a pagamento sul sito dell’agenzia (se qualcuno fosse interessato gli consiglio una ricerca sulle piattaforme peer to peer… non si sa mai!).

Già da alcuni anni i WEO faticavano non poco nel tentativo di conciliare capra e cavoli, cioé crescita economica e lotta al global warming, l’edizione di quest’anno ha però raggiunto l’apice dell’assurdo; ma procediamo con ordine.

La IEA elabora le sue previsioni sulla base di tre scenari che, a grandi linee, possiamo così descrivere:

  • Current Policies: è lo scenario ‘realistico’ (solitamente il ‘realismo’ della IEA trasuda abbastanza ottimismo), dove ci si limita ad immaginare l’implementazione di piani energetici già avviati o sul punto di concretizzarsi;
  • New Policies: è uno scenario che prende per vere le intenzioni dichiarate dei governi al di là delle azioni concrete, una sorta di manifesto di buoni propositi del business as usual;
  • 450: il numero sta per ‘450 ppm’ (parti per milione), ossia la soglia massima di concentrazione di CO2 nell’atmosfera stimata dall’IPCC per non correre il rischio di cambiamenti climatici irreversibili.

Tutti e tre gli scenari sono pensati per una crescita economica mondiale, da qui al 2040, compresa in una soglia tra il 3,1% e il 3,7% annuo, sotto la quale si parlerebbe apertamente di stagnazione. Vediamo che cosa prevede ciascuna strategia riguardo alle fonti di energia primaria, con la relativa stima di impatto sull’atmosfera.

Innanzitutto, se le dichiarazioni conclusive della Conferenza di Parigi non sono state solo vuoti slogan, New Policies e Current Policies vanno rigettati senza la minima esitazione perché, prevedendo nel 2040 emissioni di gas serra addirittura maggiori delle attuali, equivalgono a un biglietto di sola andata per la catastrofe. Resta pertanto solo lo Scenario 450; esaminiamone le principali criticità.

Si tratta di una strategia che, malgrado gli intenti ambientalisti, si mantiene incentrata sulle fonti fossili, che ancora nel 2040 ammontano al 58% del totale, puntellate da nucleare e rinnovabili. Ora, per queste fonti alternative, valutiamo le differenze che intercorrono tra New Policies Scenario (cioé l”ottimismo realistico’) e lo Scenario 450:

Ragionare sulla fattibilità dello Scenario 450 in termini obiettivi è impresa disperata. Se proprio bisogna votarsi all’ottimismo, allora tanto vale adottare questa forma mentis fino in fondo e ricorrere agli strumenti intellettuali dei seguaci dell’ideologia del progresso, in particolare l’idea che i trend di sviluppo del passato si possano mantenere imperterriti anche in futuro. Ricostruiamo allora l’andamento storico di tali fonti e proviamo a capire se possono anche solo vagamente conciliarsi con i target appena esaminati:

Salta subito all’occhio come l’energia atomica, la cui spinta propulsiva si è già esaurita negli anni Novanta, ben difficilmente possa raccogliere la sfida dello Scenario 450. Siccome solo alcuni paesi emergenti stanno prendendo seriamente in considerazione progetti nucleari di ampia portata, poiché nazioni come Germania, Svizzera e Svezia hanno già deciso di abbandonare progressivamente l’atomo e dal momento che Francia e USA hanno di fatto rinunciato a rinnovare sistematicamente i reattori oramai a fine servizio, ne consegue che le previsioni dello Scenario 450 sono esagerate almeno per un terzo, non c’è ottimismo che tenga.
Come metterla poi con la voce ‘bioenergie’? Se già oggi le coltivazioni a scopo energetico creano una concorrenza pericolosa con l’alimentazione umana, un aumento del 62% potrebbe avvenire solo tramite un considerevole sviluppo dei cosiddetti biocarburanti di seconda generazione, ricavati da cellulosa, alghe e arbusti, ma a oggi si tratta di soluzioni ancora sperimentali e nulla lascia intendere che tra vent’anni non solo saranno operative, ma addirittura capaci di assumere un onere tanto rilevante nelle strategie energetiche.
Passiamo ai combustibili fossili: come contenere le emissioni di gas serra se risultano ancora maggioritari sul fabbisogno totale? Ecco che entra in gioco un’espressione chiave dello sviluppo sostenibile, ossia intensità energetica, cioé la capacità di produrre più energia riducendo parimenti la quantità di CO2 emessa. Il prossimo grafico, relativo all’intensità energetica nella generazione di elettricità, parla da solo:

Anche il grafico relativo a un’altra parolina magica, decoupling – aumento del PIL riducendone la richiesta energetica e le emissioni di gas serra – è altrettanto eloquente:

Ragionare sulla fattibilità dello scenario ‘obbligato’ (il 450) quando esso richiede un progresso tecnologico notevolmente più elevato di quello ‘realistico’ (Current Policies) e persino di quello ‘ottimistico’ (New Policies), è qualcosa che esula dalla razionalità e sconfina nel campo della fede, non quella tradizionale nel Dio trascendente (ogni eventuale intervento metafisico è ben accetto, si intende!), ma nel progresso e nelle capacità umane.
Si prospetta quindi un’evoluzione impossibile? Lester Brown ha parlato spesso della necessità di una ‘economia di guerra’ per combattere la battaglia della sostenibilità, con esplicito riferimento all’economia statunitense che, per tutto il periodo della seconda guerra mondiale, venne riconvertita allo scopo di vincere il conflitto, ottenendo exploit inimmaginabili nella produzione bellica. Si può escludere categoricamente che persino uno sforzo di tale portata non raggiungerebbe obiettivi energetici ambiziosi come quelli dello Scenario 450? Ovviamente no, ma bisognerebbe creare per l’appunto uno stato di guerra con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe (con pesanti ripercussioni anche sulla libertà politica), incompatibile con il quadro idilliaco di un’economia che cresce del 3% all’anno diffondendo lo stile di vita occidentale in tutto il mondo e consolidandolo laddove già è ampiamente praticato. Gli enormi investimenti in ricerca e sviluppo necessari andrebbero sicuramente a prosciugare altre voci di bilancio importanti per il benessere sociale; il WEO 2016 quantifica le spese annue per lo Scenario 450 in quasi 3.000 miliardi di dollari, il 28% in più di quanto previsto dal Current Policies; fatto più importante, lo Scenario 450 prevede investimenti in efficienza energetica – da destinare in gran parte alla ricerca – superiori del 127%. Per un’idea approssimativa delle difficoltà incombenti, ecco l’andamento storico della spesa pubblica per la ricerca in quella che, malgrado tutto, è pur sempre la nazione tecnologicamente più avanzata al mondo:

E per quanto riguarda gli investimenti non militari, si noti la relativa marginalità del comparto energetico (e della tutela ambientale):

Mi viene in mente uno scenario contenuto nell’aggiornamento trentennale de I limiti dello sviluppo (I nuovi limiti dello sviluppo, nell’edizione italiana) per la precisione il numero 6, che è, per così dire, uno dei miei preferiti e che scherzosamente chiamo ‘scenario fantascienza’. In sostanza si immagina che, a partire dall’inizio del terzo millennio, l’umanità compia progressi tecnici fuori dalla norma nella lotta all’inquinamento, nell’efficienza d’impiego delle risorse e in campo agronomico, riuscendo a posporre il tracollo economico fino al 2040 circa, quando le spese sostenute per sostenere l’avanzamento tecnologico incidono sugli investimenti a disposizione per la crescita, con successivo declino dei servizi pro capite e dei consumi materiali. Una crisi per costi eccessivi, insomma. (1)

Si sta ovviamente ragionando astrattamente sui massimi sistemi, ignorando le tendenze apertamente filo-fossili dell’attuale amministrazione statunitense,  il   minor interesse dimostrato dalla UE verso le rinnovabili nonché la tradizionale ritrosia dei paesi emergenti ad accettare misure che possano limitare la loro crescita. Bisogna quindi sperare in una conversione sulla Via di Damasco della sostenibilità dei maggiori leader politici mondiali (la fede sta assumendo un ruolo decisamente troppo rilevante).

Dulcis in fundo, alla Conferenza di Parigi è stato preso l’impegno solenne di provare a contenere l’aumento della temperatura media del pianeta rispetto all’inizio dell’era industriale in 1.5°C, tentando di preservare isole e zone costiere altrimenti travolte dall’innalzamento dei mari causato dallo scioglimento delle calotte polari. In quel caso lo sforzo pur titanico dello Scenario 450 è vanificato, dal momento che il ‘budget di carbonio’ disponibile si ridurrebbe a meno della metà, costringendo a contenimenti draconiani delle emissioni già a partire dal 2020:

Di fronte a tale prospettiva, ‘intensità energetica’, ‘decoupling’, ‘crescita sostenibile’ insieme a tanti altri slogan del marketing della green economy, sono solo barzellette di cattivo gusto.

La questione ambientale è molto più complessa di quanto espresso nell’articolo, lo Scenario 450 e le altre elaborazioni della IEA sono però delle approssimazioni ottimistiche della realtà (2) in grado quantomeno di fornirci due informazioni preziose:

  • l’obiettivo degli 1.5° C è raggiungibile solo effettuando da subito una decrescita immediata di tutti i fattori impattanti sulla biosfera, partendo dalla riduzione dei consumi passando poi per una revisione totale della tecnologia e il contenimento demografico;
  • condizione necessaria non sufficiente per implementare lo Scenario 450 è fare del settore energetico una delle principali voci di bilancio ai danni della spesa sociale e di altri settori della ricerca.

Cosa si può fare altrimenti, non volendo abbandonare il miraggio della crescita per la crescita?

  • assumere un atteggiamento negazionista nei confronti del global warming e insistere imperterriti con il business as usual;
  • abbandonare definitivamente l’utopia dello sviluppo per tutti immolando interi popoli sull’altare della crescita delle nazioni più potenti (più di quanto storicamente non sia già avvenuto, si intende);
  • camuffarsi da apprendisti stregoni e legare mani e piedi il proprio destino alle capacità della  geoingeneria nel modificare favorevolmente le condizioni climatiche planetarie.

Questi tre approcci non si escludono a vicenda e possono anzi rivelarsi complementari tra loro. E mentre ci penso, chissà perché, mi viene sempre in mente una certa persona….

(Articolo precedenteme pubblicato su Decrescita Felice Social Network)

(1) Queste le risultanze grafiche dello scenario, ovviamente da sputare in faccia a tutti i soloni blateranti “il modello de I limiti dello sviluppo non tiene conto della tecnologia” e sciocchezze simili.

(2) Brevemente, ecco alcune ragioni per cui lo Scenario 450 pecca decisamente di ottimismo: la produzione petrolifera prevista per il 2025-2040 farebbe sorridere qualsiasi studioso del picco del petrolio; si ragiona astrattamente sull’energia senza tenere conto della disponibilità di risorse materiali, alcune molte scarse (vedi le cosiddette terre rare) per costruire i dispositivi che trasformano e producono energia; si limita la problematica ecologica al global warming ignorandone tutte le altre componenti, per cui si propongono soluzioni in grado sulla carta di risanare l’atmosfera ma decisamente dannose per altre aree della biosfera (estraendo petrolio e gas con il fracking, ad esempio, si può evitare di bruciare carbone ma si contaminano pesantemente terreni e falde acquifere); si auspica la proliferazione dell’energia nucleare in un mondo politicamente sempre più instabile, dove iniziative in campo civile sicuramente favorirebbero commistioni con progetti militari.

 

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