Di Jacopo Simonetta

A scuola quelli della mia generazione (e parecchi dopo di noi) hanno imparato che il grado di sviluppo di una nazione è inversamente proporzionale al numero di addetti all’agricoltura.   Insomma, meno contadini ci sono e più progredito è un paese.    Poi abbiamo imparato che anche l’industria, quella che produce oggetti che poi la gente usa, è superata: oggi il progresso è smaterializzazione.   Viviamo nella società della comunicazione e la creatività è il fattore trainante delle economie avanzate.   E la terra?    Una roba sudicia di cui si occupano gli sfigati, oppure un sofisticato passatempo per chi non ha molto da fare.

Ma non è vero.   Viviamo in una specie di torta multi-strato e non abbiamo occhi che per la smagliante ciliegina che la corona, ma ogni volta che, nella storia,  abbiamo aggiunto uno strato, abbiamo dovuto allargare quello sottostante.   Non ci sarebbe una “società della comunicazione” se non ci fosse un’immensa base industriale che permette di costruire e mantenere in efficienza apparecchi, reti di distribuzione, ripetitori, centrali elettriche, miniere e via di questo passo.   E non ci sarebbe una potente industria se non ci fosse di che nutrire abbondantemente la gente.   A me pare ovvio, ma a molti no.

Dunque la terra, proprio perché è bassa, è il fondamento della nostra civiltà esattamente come lo è stato di tutte le civiltà esistite dal Neolitico ai giorni nostri.   Dovremmo averne la massima cura, ma non è così.   Anzi, i metodi dell’industria agro-alimentare odierna danneggiano il terreno in molti modi.   Di qui l’invenzione dell’agricoltura biologica  che poi un’invenzione non è dal momento che si tratta, sostanzialmente, di una riscoperta ed un aggiornamento di metodi colturali spesso antichi quanto la stessa agricoltura.   Ed è proprio il diverso rapporto che si crea fra l’agricoltore e la terra il punto nodale su cui spesso si sorvola.   Se, infatti, chiediamo per strada cosa significa “agricoltura bio”, la risposta più frequente è “Coltivare senza veleni”.   E se si chiede perché è utile, la risposta più comune è “produce cibo migliore”.

Ora, sono vere entrambe le cose, ma non sono questi i punti principali della questione.   Del resto, sono semplicemente degli effetti di un diverso modo di vedere e capire il suolo.    Nella cosiddetta “agricoltura moderna” il suolo è concepito semplicemente come un substrato da cui estrarre elementi minerali da destinare alle successive fasi della filiera agro-industriale.   Le piantine che si fanno crescere non sono che tante piccole ruspe che, con le loro radici, vanno a prendere quel che ci serve e lo accumulano in tessuti che noi poi raccogliamo.   E se non crescono abbastanza, si somministrano i fattori di produzione necessari: concimi, pesticidi, acqua, ecc..    La fertilità è intesa quindi come un processo chimico molto semplice: io semino qualcosa che estrae dalla terra quel che voglio, ciò che manca lo aggiungo dopo averlo estratto da altre cave e miniere (ad es. pozzi petroliferi, gas e rocce fosfatiche).   Aggiungo un tot di acqua e ne risulta una produzione commerciabile.   Parassiti e competitori  comportano delle perdite e devono quindi essere sterminati fino all’ultimo.   Insomma, qualcosa concettualmente molto vicino alla catena di montaggio da cui, in effetti, questa impostazione deriva.

In ultima analisi, l’agricoltura industriale tratta i suoi campi come una vasta miniera a cielo aperto.

Il contadino “bio” (inteso in senso molto lato), al contrario, considera la terra come una sorta di organismo vivente e la fertilità come il risultato di una miriade di processi biologici (di qui il nome) solo molto parzialmente controllabili.    Dunque la mercanzia che alla fine si raccoglie e si vende rappresenta in realtà il sottoprodotto di un’attività il cui scopo principale è il mantenimento e, se possibile, l’incremento della fertilità.   In ultima analisi il contadino biologico considera se stesso un simbionte della terra su cui vive.    O perlomeno dovrebbe, perché nel vasto mondo reale, una grandissima quantità di agricoltori “bio” si limita ad applicare più o meno scrupolosamente un’insieme di norme che gli permettono di porre sui loro prodotti un’etichetta che gli consente di spuntare un prezzo migliore.   Fine.

Anche questa è agricoltura bio, ma vorrei concludere

questa pagina con un aneddoto un po’ stucchevole, ma autentico.   Un mio conoscente, contadino biologico autentico, accettò come lavorante un balordo di città, appena uscito di galera.   Per prima cosa gli insegnò a trapiantare le insalate e lo lasciò a fare il suo lavoro, mentre lui faceva altro.   Dopo un po’ tornò a vedere come se la cavava il nuovo arrivato e lo trovò che piangeva come una vite tagliata.
– Che ti succede?- Chiese
– Niente, è la prima volta che tocco la Terra. – Rispose

Anche questa è agricoltura biologica.

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