Di Luca Pardi

E’ proprio vero che si dovrebbe sempre “andare ai testi originali”. Ho trovato il passaggio in cui nel suo An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, Adam Smith definisce la famosa Mano Invisibile. Traduco il passaggio.

.. il fatturato annuo di ogni società è sempre esattamente uguale al valore di scambio dell’intero prodotto annuo della sua industria, anzi è proprio la stessa cosa di quel valore di scambio. Quindi, siccome ogni individuo si impegna più che può sia per impiegare il suo capitale a sostegno dell’industria nazionale, sia per indirizzare tale settore affinché la sua produzione sia di grande valore, ogni individuo necessariamente sgobba per rendere il reddito annuo dell’intera società il più grande possibile. Egli generalmente, per la verità, intende promuovere l’interesse pubblico, sa quanto lo stia promuovendo. Preferendo supportare l’industria interna rispetto a quella estera, egli promuove solo la propria sicurezza, e indirizzando l’industria in modo che la sua produzione sia di grande valore, egli persegue solo il proprio guadagno, ed è in questo, come in molti altri casi, guidato da una mano invisibile a promuovere un fine che non era nelle sue intenzioni. Né è sempre il mal peggiore per la società che sia così.  Perseguendo il proprio interesse, egli spesso promuove quello della società più efficacemente di quando intende realmente promuoverlo. Non ho mai visto molto il bene fatto da coloro che ostentano di fare affari per il bene pubblico. Si tratta di un vezzonon molto comune tra i commercianti, e bastano poche parole per dissuaderli da esso.

Ed ecco lo stesso testo in lingua originale per chi ama la semplice liquida chiarezza dell’inglese.

.. the annual revenue of every society is always precisely equal to the exchangeable value of the whole annual produce of its industry, or rather is precisely the same thing with that exchangeable value. As every individual, therefore, endeavors as much he can both to employ his capital in the support of domestic industry, and so to direct that industry that its produce may be of the greatest value; every individual necessarily labors to render the annual revenue of the society as great as he can. He generally, indeed, neither intends to promote the public interest, nor knows how much he is promoting it. By preferring the support of domestic to that of foreign industry, he intends only his own security; and by directing that industry in such a manner as its produce may be of the greatest value, he intends only his own gain, and he is in this, as in many other cases, led by an invisible hand to promote an end which was no part of his intention. Nor is it always the worse for the society that it was not part of it. By pursuing his own interest he frequently promotes that of the society more effectually than when he really intends to promote it. I have never known much good done by those who affected to trade for the public good. It is an affectation, indeed, not very common among merchants, and very few words need be employed in dissuading them from it.

In grassetto il passaggio più importante, sottolineato quello su cui vorrei attirare la vostra attenzione. Non è sempre il male peggiore che l’agente economico agisca liberamente seguendo il proprio interesse egoistico, spesso è un bene.

Non essendo un economista ho scoperto l’acqua calda. Ma l’ho trovata saporita.
Questo passaggio è diventato il totem a cui sacrificare ogni interesse pubblico. La base dell’ideologia del darwinismo di mercato. Quella dei cretini neocon o reaganiani e thatcheriani. Di quelli che parlavano di “privatizzare il chiaro di luna” e boiate simili.
E’ diventato tale attraverso il passaggio accademico dei mercati perfetti della scuola di Losanna con Walras e Pareto, ma poi in modo parossistico con la scuola di Chicago, fino a diventare una religione.
Qualche decennio di trattamento supportato da questa ideologia distruttiva e il sistema è arrivato al collasso. I classici dell’economia politica borghese, fra cui Smith, avevano ben presente che non tutto può e deve essere mercato. Alcuni di loro avevano impostato una teoria del valore che includesse le risorse naturali e John Stuart Mill aveva perfino previsto la necessità del passaggio ad una economia stazionaria.

La comprensione del fatto che le libere transazioni fra un grande numero di agenti che perseguono il proprio fine egoistico possa condurre ad un esito positivo per la società in generale, intuizione in se corretta, è diventata, come dice John Cassidy (non propriamente un comunista combattente) in “Come crollano i mercati”, una fede secolare da promuovere con fervore religioso.

Scriveva Karl Polanyi negli anni 40′ del 900: La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto.

A dispetto dell’ottimismo di maniera di molti amici e conoscenti di formazione socio-economica, mi sembra che quel deserto sia sempre più esteso.

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