Nel maggio dello scorso anno, su DFSN ho preso di mira chi, sempre pronto a parlare (giustamente) di limiti della crescita e crisi ecologica quando c’è di mezzo il capitalismo occidentale (soprattutto in versione a stelle e strisce), si trasforma d’incanto in fautore di sviluppo e progresso se gli oggetti del contendere diventano Cina e/o Russia; il bersaglio polemico (pur nel massimo rispetto) erano Giulietto Chiesa e i membri del gruppo Alternativa Politica, di cui ho fatto parte per due anni (2012-13), con risultati decisamente inconcludenti.

Tramite opportune condivisioni sui social network, ho poi ricercato vanamente un feedback con i miei ex associati, con toni garbati per escludere qualsiasi inesistente rancore sopito da parte mia; tra gli altri, avevo provato a contattare anche Pierluigi Fagan, saggista interessato alle questioni geopolitiche. Qualche giorno fa, Luca Pardi ha condiviso sul suo profilo Facebook un commento dello stesso Fagan dove si plaudiva a una proposta di un gruppo di studio dell’ONU ipotizzante il superamento del capitalismo; sicuramente uno spunto di riflessione apprezzabile, peccato però che, subito dopo averlo letto, la mia mente sia ritornata alle questioni insolute dell’anno prima. Uno dei tanti spiritelli cattivi che alberga nella mia anima ha allora assunto il pieno controllo di me e – dopo essersi accorto che il nome di Fagan era taggato al post – ha provato a stanarlo stuzzicandolo con una replica sferzante.

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(scherzi a parte, sono consapevole del mio comportamento non proprio esemplare, tenuto conto anche del ruolo di educatore derivante dalla professione di insegnante: non solo mi sono messo a flammare, ma ho persino persino approfittato della bacheca di un altro utente)

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Il Mr. Hyde celato nel mio inconscio era già stato provocato a dovere il giorno prima, leggendo l’articolo di Pino Cabras  ‘Spoiler cinese per Di Maio‘, pubblicato su Megachip. Cabras era sostanzialmente il vice di Chiesa nel periodo in cui sono stato iscritto ad Alternativa, attualmente è deputato del M5S e, al di là delle differenze di opinione, lo ritengo una figura valida per occupare uno scranno parlamentare; tuttavia, in questo pezzo dove descrive con toni da peana i progetti urbanistici della megalopoli di Chengdu, l’ammirrazione per la hybris edile cinese scade a tratti nel ridicolo (ad esempio quando, in tutta serietà, traccia un parallelo con la modalità God del videogioco SimCity).

In ogni caso, i toni accesi hanno pagato, perché Fagan si è sentito in dovere di rispondermi. La discussione si è prolungata e sono stato autorizzato a pubblicarne per intero gli screenshot, mi limito però a un breve stralcio saliente per gli scopi di questo articolo (che non è tratteggiare le idee di Fagan bensì esporre il mio modo di essere nel mondo):

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A un certo punto il discorso è deviato sullo sviluppo delle rinnovabili in Cina ed io ho riportato il punto di vista esposto in La Cina non ci è vicina.

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Fagan non è certo la prima persona a rivolgermi tale invito, nella mia quarantennale esistenza sarà capitato milioni di volte. Da bambino, preoccupato dalla catastrofe di Chernobyl, ricordo bene come saggi adulti mi ammonissero sul fatto che “non si può tornare indietro”, l’ineluttabile fluire del progresso richiedeva che l’energia nucleare all’inizio del nuovo millennio scalzasse le fossili, così come il petrolio aveva ereditato a suo tempo la leadership del carbone. Negli anni Novanta, il sottoscritto in versione punk-rocker/no global adolescenziale veniva tartassato da pipponi in stile Francis Fukuyama sulla ‘fine della storia’, la vittoria decisiva della liberaldemocrazia e la perpetua egemonia dello Zio Sam… fino a quest’estate quando molti amici si facevano grasse risate alla mia ipotesi di vedere Cristiano Ronaldo con la maglia della Juventus.

La differenza che intercorre tra tali situazioni e lo scambio dialettico con Fagan è che in quest’ultimo caso ho fatto leva su motivazioni decisamente più oggettive. Se esiste veramente qualcosa come una ‘capacità di carico del pianeta’ o se i 2°C di aumento della temperatura media dell’atmosfera rappresentano davvero una soglia di non ritorno e se per ‘realismo’ si intende – come da vocabolario – ‘l’adesione al principio di realtà’, allora più realisti di così si muore.
 
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Tuttavia, Fagan appartiene alla folta schiera che con ‘realismo’ e ‘logica delle cose’ intende le scelte più probabili che verranno prese dai maggiori governanti del mondo: se questi decidono di “essere ragionanevoli chiedendo l’impossibile” (fuck termodinamica e cassandrate varie), ad esempio, denunciarne l’infondatezza diventa automaticamente un comportamento ‘irrealista’. Per inciso, posso accettare supinamente tale etichetta precisando di non essere nato ieri. Sono perfettamente consapevole che la Cina e i paesi emergenti faranno di tutto per crescere, mi limito semplicemente ad applicare il medesimo metro di giudizio che adotto per l’Occidente ed evidenzio l’insostenibilità del progetto, non mi spello certo le mani per iniziative che renderebbero il mondo ancora più interconnesso e dipendente dai combustibili fossili, aumenterebbero esponenzialmente livelli di inquinamento già aberranti né penso che la via della pace passi per un presunto riequilibrio geopolitico fatto di giganti dai piedi di argilla (più di quanto già non lo siano) assetati di risorse sempre più scarse.
Lo scontro tra me e Fagan mi ha riportato alla mente un frammento del bellissimo articolo La radice è l’uomo, scritto da Dwight Macdonald nel 1946 sulla rivista Politics:

Il progressista insiste che in ogni situazione si ha il dovere di scegliere tra ciò che egli chiama ‘vere’ alternative, e che è irresponsabile rifiutarsi di compiere tale scelta. Con “vera” egli indica un’alternativa che abbia ragionevoli possibilità di successo.

 

Macdonald si riferiva in modo particolare ai critici del pacificismo, convinti che durante la Guerra Fredda la soluzione più pragmatica fosse parteggiare per uno dei soggetti in causa ragionevolmente potenti, alla maniera di Sartre, il quale evitò accuratamente (diversamente dall’amico Camus, da cui prese infatti le distanze) di criticare l’autoritarismo sovietico. Mutatis mutandis, oggiogiorno di fronte all’inconcludenza di un Occidente declinante (se non proprio marcescente) a causa della misera figura dei due attori protagonisti (gli USA di Trump e la UE germanocentrica), il ‘realismo’ porta in direzione di Russia e/o Cina.

Condivido l’idea di Macdonald secondo cui tale atteggiamento mentale, specialmente quando adottato da gruppi minoritari, celi più che altro l’illusione di contare qualcosa nell’immenso scacchiere globale assurgendo a nani sulle spalle dei giganti (o meglio ancora a scimmiette nel palmo della mano del grande Buddha).

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Preferisco di gran lunga pensare che, se “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità” (zio di Spiderman), la marginalità e la conseguente deresponsabilizzazione rispetto ai grandi fatti del mondo offrano a loro volta un privilegio per nulla da disprezzare, quello del bambino della favola orientale che può permettersi di urlare “il re è nudo”; la possibilità cioé di esprimere la mia opinabile verità senza subordinarla a considerazioni di altro genere e potendo soprattutto mantenermi coerente. Quantomeno, se difficilmente riuscirò ad afferrare la complessa trama della realtà, potrò sempre consolarmi di essermi sbagliato ma di non avere mai proposto contenuti intrinsecamente falsi.

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