di Alessandro Corradini

Vi sono molti possibili modi di guardare al futuro che ci attende. C’è chi spera in salvifiche ed estatiche esplosioni tecnologiche che eleveranno l’umanità a livelli sovrumani incredibilmente prossimi all’estasi. E c’è chi vede nelle stesse premesse l’anticipo di un’apocalisse che scalzerà l’essere umano dalla vetta di essere più intelligente del pianeta, mettendone gravemente a rischio libertà e sopravvivenza. Come disse Niels Bohr: “È molto difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro“.

Che si sia ottimisti o pessimisti, di certo è però difficile ignorare che qualcosa non stia andando come dovrebbe: disoccupazione tecnologica, esaurimento delle risorse, picco del petrolio, perdita di biodiversità, inquinamento, Global Warning, sovrappopolazione, acidificazione degli oceani, sesta estinzione di massa innescata… Avere dei timori, indipendentemente dal proprio atteggiamento psicologico innato, è più che lecito. Posto che nessuno sa cosa accadrà, è certo che stiamo rischiando grosso.

Ergo è perfettamente comprensibile ritenere che la catastrofe (decidete voi con che grado di gravità) sia ormai inevitabile e di fatto solo una questione di tempo.

Etichettare questo atteggiamento come “catastrofismo” non cambia molto lo stato dei fatti. Così come non lo cambia definire “ottimisti” o “tecno-ottimisti” coloro che prevedono un futuro radioso. A stabilire chi e quanta ragione abbia l’uno o l’altro schieramento sarà, come sempre, il tempo a stabilirlo.

La riflessione che voglio fare qui non riguarda perciò l’ottimismo o il pessimismo, la mia posizione è differente per una questione di impostazione metodologica.
Come si diceva poc’anzi, il rischio è più che concreto, ma anche i margini di incertezza legati alla nostra limitata natura sono concreti. Abbiamo intelletti limitati e il mondo è estremamente complesso. Pensare di sapere quello che accadrà e saperlo veramente sono due cose molto diverse.

L’impostazione, il metodo che preferisco, in questa situazione, è  quindi di valutare entrambi gli aspetti noti: non solo l’incertezza, né solo il rischio.

Prima di procedere oltre aggiungo una semplice premessa: quanto segue sarà solo ed esclusivamente la descrizione del mio atteggiamento mentale. Una mia scelta, non un giudizio su quelle altrui.

So cosa rischia il genere umano, tuttavia la rassegnazione (o persino il semplice sconforto) sono incompatibili con la sopravvivenza. Se vogliamo poter cogliere anche la più flebile possibilità di scamparla (i guai che incombono sono tanti) dobbiamo agire come se tale possibilità esistesse. Questo atteggiamento non cambia la realtà che ci circonda. Non cambia i nostri timori o le nostre speranze. Cambia come ci comportiamo. Cambia su cosa puntiamo le nostre risorse mentali, psicologiche e la nostra attenzione.

Niente moralismi: sopravvive solo chi agisce per sopravvivere. Vale per i singoli individui e vale ugualmente per le civiltà. Non si tratta di pensare positivo… né l’opposto. Si tratta di agire in modo propositivo. Si tratta di tentare tutto quello che si può, sospendendo il giudizio e concentrandosi sull’azione. L’analisi (oggettiva o meno) rimane cruciale, ma subordinata alla capacità d’agire. Quindi se l’approfondimento analitico limita la capacità d’azione, io sopprimo l’approfondimento. Un rischio calcolato.

Purtroppo questo approccio non è neppure lontanamente una garanzia di successo. Lo ammetto. Lo so. Ma concentrarsi su giudizi a priori e rinunciare ad un’azione forte, rapida e determinata è molto più pericoloso dati i rischi che oggettivamente stiamo correndo (almeno così è come la vedo io).

apocalottimismo
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L’adrenalina e gli effetti che causa al nostro comportamento in situazioni di pericolo esistono per motivi darwiniani piuttosto evidenti.

Purtroppo le civiltà non hanno sviluppato nessun analogo dell’adrenalina. Il puro pensiero. La pura determinazione deve sopperire a tale mancanza. E questa mancanza è essa stessa un rischio esistenziale. La mia scelta quindi, per quanto opinabile e soggettiva, non dipende da mie preferenze psicologiche, quanto da una riflessione logica. E’ una scelta di metodo.

Sul web come nel mondo reale gli schieramenti ottimistici e pessimistici sono ben delineati, ma forse non altrettanto lo schieramento di chi desidera agire subito e con determinazione. Il futuro dovrebbe essere più di una scatola in cui riporre (o nascondere) speranze o paure. Il futuro dovrebbe essere anche il “posto” in cui porre i progetti di cui si richiede qui ed ora una semina. Qualunque sarà il futuro, questo è il presente.

Qui è dove noi tutti viviamo (ottimisti, pessimisti e neutrali) ed è l’unico posto in cui ci è dato di esprimere ciò che vorremmo essere e ciò che vorremmo diventasse il mondo.

 

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