Nel 1980, Simon offrì a Ehrlich di scommettere sul prezzo di 5 metalli a sua scelta su una distanza di 10 anni per un totale di 1000 dollari. Tenendo conto dell’Inflazione, se il prezzo fosse aumentato, Simon avrebbe pagato la differenza a Ehrlich. Se invece fosse diminuito, sarebbe stato Ehrlich a pagare la differenza a Simon. Ehrlich, insieme con due suoi colleghi, scelse cinque metalli: rame, cromo, nichel, stagno e tungsteno e accettò la scommessa, sembra con un certo entusiasmo dicendo: “Io e i miei colleghi John P. Holdren, John Harte accettiamo tutti insieme l’offerta stupefacente di Simon prima che altra gente avida si aggreghi”. Evidentemente Ehrlich pensava di vincere facilmente ma, come succede spesso nelle scommesse, i prezzi andarono in una direzione completamente diversa da quella che lui si aspettava: a dieci anni di distanza, Ehrlich si ritrovò adover pagare (e pagò regolarmente) piu di cinquecento dollari, ovvero $576.

(Ugo Bardi, CATASTROFISTI E ABBONDANTISTI: LA STORIA DELLA SCOMMESSA FRA PAUL EHRLICH E JULIAN SIMON)

Storie come questa hanno alimentato il mito degli studiosi dei limiti dello sviluppo (d’ora in avanti ‘picchisti’) che si atteggiano a Cassandre annuncianti l’Apocalisse per poi essere clamorosamente smentite, tornandosene a casa con le proverbiali pive nel sacco. Oggigiorno, quando si parla di esaurimento di minerali e picco del petrolio, la reazione più comune è di essere trattati come qualcuno che si è appena svegliato dagli anni Settanta dopo un lungo coma.

Chi conosce gli studi picchisti oltre i sentito dire sa bene che, contrariamente alle leggende metropolitante, le analisi hanno per lo più previsto con ottimo margine di approssimazione gli aspetti fisici-geologici, ma hanno spesso e volentieri fallito le ipotesi di collasso economico correlate. Credo che la ragione principale di tali défaillance sia da ricondurre al fatto che i ricercatori, quasi sempre a digiuno di economia, hanno trattato il paradigma economico dominante (che in seguito chiamerò indifferentemente ‘capitalismo’ o ‘Business As Usual’ – BAU – per comodità) come un soggetto statico, mentre consiste in un sistema di organizzazione sociale altamente dinamico e dotato di grande capacità di adattamento. Quando l’eco-marxista Jason Moore scrive in Antropocene o Capitalocene?  che “i limiti della civiltà capitalista comprendono le realtà biofisiche, ma non sono riducibili a esse”,  centra perfettamente l’obiettivo (anche se non condivido in toto la sua riflessione, ma è un’altra storia).

Ragionare sui prezzi di energia e materie prime utilizzando come unici strumenti l’EROEI o il grado di concentrazione dei minerali conduce, infatti, a ripetere il medesimo errore di Ehrlich. Riorganizzazione aziendale, strumenti finanziari e sovvenzioni permettono di intraprendere e sviluppare, almeno per un po’ di tempo, attività produttive in perdita; i periodi di crisi, se non sono talmente violenti da compromettere definitivamente il funzionamento dell’intero sistema (e storicamente non si sono mai spinti a tanto), come vedremo possono creare le condizioni  favorevoli per la ripresa. Su queste premesse, all’estremo opposto dei picchisti troviamo i sostenitori del BAU (d’ora in avanti semplicemente ‘sviluppisti’) secondo i quali, grazie in particolare al meccanismo dei prezzi e al progresso tecnologico, è possibile superare qualsiasi penuria di risorse permettendo ciò che la fisica nega con con decisione, ossia una crescita infinita su di un pianeta finito.

Questo articolo, senza la minima pretesa di sistematicità, tenta di analizzare alcuni elementi che concorrono alla resistenza del BAU, allo scopo di rimarcare aspetti troppo spesso sfuggiti sia ai picchisti sia agli sviluppisti.

Crisi catartiche

Le narrazione marxiste e picchiste presentano un carattere fortemente apocalittico, nel senso che, per ragioni differenti, immaginano una resa dei conti finali con collasso irrimediabile del capitalismo/BAU. I precedenti storici hanno dimostrato che la spirale recessiva si innesca molto prima di raggiungere la soglia del tracollo senza ritorno, fungendo quindi da prezioso salvavita.  Tanti economisti, ispirati dal concetto di distruzione creatrice di Joseph Schumpeter, ritengono che le crisi abbiano una funzione catartica e rigeneratrice: infatti, in virtù dei gravi effetti sociali che provocano, oltre a eliminare dal mercato i soggetti più deboli determinano un’artificiosa abbondanza di manodopera e materie prime utili al sistema per riassestarsi e tornare a crescere su nuove basi. Questo alternarsi ciclico di crisi/riprese economiche porta il nome di onde di Kondratieff e la loro fluttuazione, secondo i manuali, sarebbe in gran parte determinata dagli effetti sociali dell’avanzamento tecnico e scientifico stimolato dagli sforzi per superare la recessione.

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Fonte: Wikipedia

Ragionando in astratto ignorando i limiti fisici del pianeta, tutto si limiterebbe alla fortuna di nascere nel momento giusto per godersi appieno la fase ascendente di ciascuna ondata. Analizzando però le fluttuazioni del prezzo del petrolio negli ultimi cinquant’anni in rapporto ai tassi di crescita del PIL, si scopre una realtà meno edulcorata:

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La grande ondata ascendente dell’economia successiva alla seconda guerra mondiale – ossia il boom economico dei ‘trenta gloriosi’ – è stata contrassegnata da un prezzo al barile che non ha mai superato i $20, ed è terminata con la crisi del Kippur e la conseguente impennata del greggio. La seconda ondata ascendente, relativa al periodo 1990-2005, è stata segnata da prezzi del petrolio mediamente più alti rispetto al boom e (pertanto) tassi di crescita inferiori, che hanno segnato la fine delle speranze del terzo mondo di svilupparsi alla maniera occidentale, la messa in discussione delle conquiste socialdemocratiche in materia di welfare e diritto del lavoro, il crollo del socialismo reale, unitamente all’intensificarsi del degrado ecologico. 

Politici, economisti, banchieri imprenditori e giornalisti, da un anno a questa parte, ripetono all’unisono che la crisi non è ancora finita ma che la locomotiva economica, pur con qualche inceppamento, si è rimessa in moto e che una ripresa duratura è vicina. E’ plausibile che un terzo ciclo ascendente dal dopoguerra a oggi abbia inizio, ma è meglio stemperare gli entusiasmi perché, forse, si è riusciti momentaneamente ad arginare l’emergenza del picco del petrolio convenzionale, tuttavia i recenti assestamenti del prezzo del greggio fanno intendere che ciò potrà accadere solamente in un range di almeno $60-80 a barile, con ripercussioni inevitabili sui tassi di crescita (le stime più ottimistiche del Fondo Monetario per il prossimo decennio non superano il 4% annuo) e relative conseguenze a livello sociale (e ambientale).

Insomma, il capitalismo/BAU ogni volta che è sembrato agonizzante è riuscito a rialzare la testa ma, se fino al boom economico è risorto giovane e forte alla maniera dell’araba fenice, dagli anni Settanta sembra ogni volta rinascere dal cimitero degli animali  descritto nel romanzo Pet Sematary di Stephen King, da dove i morti sepolti tornano sì in vita, ma più brutti e incattiviti.

Tecnologia

L’argomentazione tecnologica è quella prediletta dagli sviluppisti per difendere la sostenibilità a oltranza del BAU e ha ricevuto formulazioni ‘scientifiche’ grazie a Solow, Nordhaus e altri studiosi; tutti abbiamo in mente i peana decantanti il progresso tecnico che si fa beffe delle fobie catastrofiste. In realtà, la questione è un tantino più complessa.

Innanzitutto, senza scomodare antropologi e sociologi che hanno tracciato parallelismi tra lo spirito del capitalismo e le cerimonie di potlatch nelle culture native americane, è indubbio che lo spreco rappresenti un elemento intrinseco del BAU, anche perché fondamentale per la crescita del suo pilastro fondante, il PIL. Se pensiamo alle soluzioni adottate per fronteggiare la crisi petrolifera degli anni Settanta, alcune meritano effettivamente di essere annoverate come avanzamenti tecnici – penso all’applicazione dei ritrovati dell’information technology nella produzione industriale e nella gestione aziendale, ad esempio – in altri casi si è semplicemente tappata qualche falla del secchio con rimedi banali che sarebbero stati sempre a portata di mano. Nel settore dei trasporti, è bastato ridurre le cilindrate e introdurre piccoli miglioramenti di efficienza per ottenere risultati significativi; la conversione dei veicoli pesanti da motorizzazione benzina a diesel ha sortito i medesimi effetti; l’industria degli elettrodomestici per la prima volta si è interessata al problema energetico e ha introdotto anch’essa semplici ma efficaci soluzioni. Il motore a scoppio probabilmente è giunto al culmine dell’efficienza, ma è innegabile che, alleggerendo le vetture da tanti inutili orpelli e riducendo le potenze a valori compatibili con le prescrizioni del codice della strada (alla maniera della Twingo SmILE commissionata da Greenpeace negli anni Novanta), sarebbe possibile una mobilità meno impattante sui consumi senza abbassare particolarmente gli standard. Il discorso potrebbe proseguire analizzando la filiera alimentare e a tanti altri ambiti dove regnano sovrani sprechi insensati (quanto redditizzi).

Ovviamente, come qualsiasi picchista ben sa, lo sviluppo di efficienza associato alla ricerca della crescita esponenziale è destinato a subire la maledezione del fantasma di Stanley Jevons e, dall’inizio dell’era industriale a oggi, assistiamo alla pantomima per cui agli effetti del paradosso di Jevons si reagisce perfezionando ulteriormente l’efficienza, giusto per finirne nuovamente vittime; quindi si reclama un ulteriore intervento salvifico della tecnologia ecc. In ogni caso, il ‘disaccoppiamento’ (‘decoupling) energia/PIL è stato sensibile nell’ultimo ventennio del XX secolo, per poi stabilizzarsi.

E’ da notare inoltre che, contrariamente alla vulgata sviluppista, il BAU se necessario sa tornare all’antico e ripescare soluzioni precedentemente scartate perché ritenute scarsamente competitive. Tornando alla crisi petrolifera, il mancato avvento del nucleare come fonte dominante è stato affrontato con il prepotente ritorno in auge di carbone e gas naturale, combustibili sotto tanti punti di vista inferiori al petrolio. 

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Medesimo discorso vale per la tanta osannata shale revolution, basata sulla tecnica della fratturazione idraulica, le cui origini risalgono addirittura all’ Ottocento e che nessuno si sarebbe sognato di riproporre in caso di abbondanti risorse convenzionali.

Questa breve dissertazione sulla tecnologia ci dimostra che, contrariamente alle aspettative di Schumpeter e seguaci, la caratteristica saliente del capitalismo non è la capacità di innovazione bensì lo spirito di adattamento (dote assente al socialismo sovietico, che infatti non è sopravvissuto al primo serio shock petrolifero). Il progressivo esaurimento del greggio a basso prezzo non è stato superato virtuosamente cedendo la leadership a nucleare o rinnovabili, ma puntellando la produzione tramite giacimenti più costosi (offshore, Alaska, petroli non convenzionali) e infondendo una seconda giovinezza a carbone e gas. Se la causa energetica scatenante la fine dei ‘trenta gloriosi’ è stata arginata con soluzioni di serie B (e poi di serie C), allora non devono sorprendere successivi cicli di Kondratieff, sul piano qualitativo, altrettanto di serie B (e poi altrettanto di serie C).

Debito

Il debito è una risorsa preziosa del capitalismo/BAU troppo spesso sottovalutata dai critici dello sviluppo. Indebitandoti puoi spendere denaro che non possiedi e intraprendere attività produttive in perdita, equivale ad esempio a utilizzare energia di cui non si dispone. Secondo Gail Tverberg, il debito rappresenta il link tra economia ed energia che sfugge concentrandosi solamente sull’EROEI e altri aspetti prettamente scientifici: l’indebitamento è stato, ad esempio, il salvagente delle imprese impegnate nell’estrazione dello shale per contrastare le tante avversità (chiaramente la bolla speculativa rischia di scoppiare da un momento all’altro); è utile anche per calmierare gli effetti sociali dell’aumento del prezzo delle commodity, dando respiro simultaneamente a produttori e consumatori. Ovviamente, il meccanismo funziona in caso di crescita economica che ripaghi adeguatramente il debito (vedi keynesismo postbellico), altrimenti – ed è storia recente – il suo effetto è simile alla crescita incontrollabile di una metastasi cancerosa.

Sfruttamento umano

Marxisti e liberali si sono sempre fronteggiati su sponde opposte per quanto riguarda la problematica della caduta tendenziale del saggio di profitto. Secondo Marx, gli investimenti crescenti in macchinari al fine di competere sul mercato avrebbe necessariamente condotto, per salvaguardare i profitti, a estrarre maggior plusvalore (cioé lavoro gratuito) e a comprimere i salari, provocando alla lunga una crisi di sovraproduzione che sarebbe dovuta sfociare nella rivoluzione proletaria; per i liberali, invece, l’aumentata produttività garantita dal progresso tecnico (sempre lui!), contenendo le spese, avrebbe liberato risorse per salvaguardare i diritti dei lavoratori.

Nella realtà dei fatti, il mondo imprenditoriale si è dimostrato molto più ecumenico ricorrendo a entrambe le strategie. Oggi l’espressione marxiana “esercito industriale di riserva” è tornata prepotentemente di moda, spesso in maniera abusata, per riferirsi alle recenti ondate migratorie dal sud del mondo; al di là della propaganda, trovo peculiare che, a partire dagli anni Ottanta, l’intensificazione dello sfruttamento tramite la delocalizzazione produttiva e le pratiche del cosiddetto postfordismo sia servito per compensare mancate (o insufficienti) innovazioni tecnologiche. Scrive Paolo Leon ne Il capitalismo e lo stato:

 I beni prodotti e i processi produttivi non sono diversi da quelli dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche se la ricerca procede prevalentemente da questi, la manifattura è esportata. La globalizzazione è come una nuova tecnica superiore. È interessante notare che la superiorità, in questo caso è più organizzativa che tecnica, e dipende dall’accentuato sfruttamento dei lavoratori dei Paesi emergenti. Questo sfruttamento esercita un’influenza sullo sfruttamento nei Paesi ricchi, e la globalizzazione, pur tecnica superiore, contiene elmenti di un gioco a somma zero, perché la crescita dei Paesi emergenti avviene anche ai danni della crescita dei Paesi ricchi.

Altrattanto interessante è l’opinione di Stefano Liberti nella conclusione de I signori del cibo, in riferimento al caporalato legato alla raccolta dei pomodori nell’Italia meridionale:

… questi ultimi [gli immigrati sfruttati dai caporali, n.d.r.] non sono schiavi. Sono impiegati a giornata, certamente ricattabili e quasi del tutto privi di potere negoziale, ma che nessuno costringe a lavorare in catene. La distinzione non è un mero esercizio semantico: definendo questi braccianti schiavi e dando al fenomeno una coloratura arcaica, quasi marginale, lo si relativizza, riducendolo al rango di anomalia locale. Invece, il sistema non riguarda solo il Sud Italia con le sue sacche di illegalità e d’intermediazione illecita… Il bracciantato regolato dai caporali in Puglia è l’espressione di un movimento che si dispiega a livello planetario.
Questo movimento è la diretta conseguenza dell’offensiva delle aziende-locusta che lavorano sui grandi numeri, trasportano i prodotti alimentari da un capo all’altro del pianeta e si assicurano margini di guadagno grazie alle loro economie di scala, ai loro network commerciali e politici, alla loro potenza di fuoco. Sono i gruppi che muovono le navi-container piene di soia dal Brasile ai porti cinesi e i carichi di pomodoro concentrato dagli stessi porti verso altre direzioni. Sono quelli che riunchiudono in capannoni centinaia di migliaia di maiali nutrendoli con la soia brasiliana. Sono quelli che inscatolano ed esportano il tonno che sta scomparendo dai nostri mari. Sono quelli che comprano il pomodoro raccolto dai bambini nello Xinjang pagati un tot al metro o dagli africani senza documenti nel Sud Italia pagati un tot a cassone.

Nel mondo globalizzato, high tech e sfruttamento dal sapore arcaico non solo convivono ma sono complementari l’uno all’altro nel tentativo di arginare i costi produttivi. In assenza di un nuovo Prometeo capace di ereditare la leadership del petrolio, microelettronica e reti informatiche si sono assunte l’onere non solo di ottimizzare i flussi di materie prime contenendo gli sprechi, ma anche di coordinare la nuova divisione internazionale del lavoro caratterizzata dalla precarizzazione dei diritti sindacali in Occidente, dallo sfruttamento intensivo nei paesi emergenti e dalla reintroduzione di pratiche strette parenti della schiavitù.

Caduta socialismo reale e ascesa Cina

Il crollo del socialismo reale e la svolta cinese in favore dell’economia di mercato dopo la scomparsa di Mao Tse Tung sono stati eventi epocali che possono aver compromesso le previsioni picchiste, talora elaborate negli anni Settanta (o anche prima, vedi Hubbert) e, allo stesso tempo, possono aver esaltato eccessivamente gli animi sviluppisti. Comunque sia, il capitalismo ha potuto attingere manodopera, terreni e materie prime a basso costo nonché nuove schiere di consumatori, che gli hanno infuso una seconda (anche se abbastanza breve, per la verità) giovinezza.

La sostituzione di macchinari obsoleti con altri occidentali più efficienti forse ha falsato un po’ le carte per quanto riguarda la portata complessiva del progresso tecnologico. Ad esempio, secondo il database on line della IEA, tra il 1990 e il 2015 nei paesi OCSE l’intensità energetica (PIl/consumo energia primaria) è aumentata del 43% circa, mentre in quelli non-OCSE  euroasiatici (quasi tutti ex comunisti) addirittura dell’80%. Se dal 2000 a oggi, a livello globale, l’efficienza energetica non mostra particolari progressi, ciò potrebbe essere ricondotto anche alla conclusione del processo di riconversione industriale nell’ex cortina di ferro.

Ancora LTG

Amato od odiato a seconda dei punti di vista, World3 – il modello dinamico computerizzato adottato per le simulazioni de I limiti dello sviluppo ( Limits To Growth in inglese, d’ora in avanti LTG) – nonostante si avvicini alla cinquanta primavere rimane un potente strumento per analizzare le interazioni tra crescita demografica, inquinamento, produzione industriale e agricoltura.

Il cosidetto scenario-base prevede un collasso dell’economia a partire dalle prime due decadi del XXI secolo e, quando è scoppiata la crisi del 2008, non sono stato l’unico ad aver gridato “al lupo, al lupo!”.

 

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In realtà, questo scenario immagina che il tracollo (dovuto all’azione sinergica delle diverse variabili) si scateni principalmente sotto forma di crisi alimentare, in maniera analoga a quanto sostenuto da Ehrlich e altri negli anni Settanta. Tuttavia, benché l’impennata del petrolio tra il 2005 e il 2010 si fosse ripercossa anche sui costi dell’agricoltura, con gravi conseguenze sull’accesso al cibo, l’emergenza è poi rientrata una volta crollato il prezzo del greggio.

Uno studio del 2008 di Graham Turner ha dimostrato che, rispetto allo scenario base, l’umanità è riuscita a disporre di maggiori risorse naturali, ragion per cui ha potuto sostenere gli sforzi di agricoltura e industria; attribuisco questo merito al mix di indebitamento – sfruttamento –  progresso/regresso tecnologico che ha contraddistinto gli ultimi quarant’anni; inoltre, gli ecosistemi hanno dimostrato una capacità di assorbimento degli inquinanti leggermente migliore di quella prospettata.

 

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Prima di relegare sdegnosamente World3 nel dimenticatoio, è opportuno considerare con più attenzione lo scenario numero due di LTG, quello cioé dove si ipotizza, rispetto al precedente, il doppio di risorse naturali sfruttabili:

 

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In questa previsione, dove il collasso è posposto verso la metà del secolo, la causa principale è legata all’aumento esponenziale dell’inquinamento. Al di là delle date esatte (personalmente ritengo che la tempistica vada anticipata, anche perché le risorse aggiuntive sono minori), penso che il BAU seguirà questa sorte: dopo essere riuscito a sopravvivere alle batoste del 2008 grazie alla capacità di sfruttare risorse con maggiori costi produttivi (idrocarburi non convenzionali, minerali a bassa concentrazione, terreni pochi fertili, ecc) , pagherà duramente l’effetto di tale ‘successo’ sotto forma di un degrado ambientale sempre più difficile da gestire, anche perché gli oneri economici per contrastarlo entreranno in competizione con quelli per il mantenimento dello status quo. LTG non analizza gli aspetti sociali, ma, in un sistema classista, l’aumentata spesa per energia, materie prime, lotta all’inquinamento si tradurrà in un impoverimento di lavoratori e i ceti meno agiati, così come saranno seriamente danneggiati gli abitanti delle aree periferiche e semi-periferiche del sistema-mondo.

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E’ bene precisare che per alcuni popoli, quelli usciti sconfitti dalla fine del boom postbellico, il collasso sociale è già da tempo una dura realtà con cui fare i conti; la prova più lampante è la contrazione del più importante indicatore di benessere, ossia la speranza di vita media:

 

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Resistenza del BAU, disgrazia per il futuro di ambiente e società

Uno sviluppista commenterebbe beffardo che, come al solito, anche questa volta è stata posticipata la data dell’Apocalisse, inficiando quindi ulteriormente la credibilità delle Cassandre. Secondo me, invece, dovrebbero preoccupare proprio i mezzi con cui il capitalismo/BAU è riuscito a farla franca perché, alla maniera di una squadretta che cerca di difendersi dal Real Madrid spazzando i palloni in tribuna, perdendo tempo e tentando al massimo qualche contropiede, essi hanno un carattere ben poco brillante o progressista. La Repubblica Popolare Cinese, nazione simbolo dell’economia del XXI secolo, ha ottenuto la leadership grazie all’uso massiccio di carbone, manodopera a basso costo, distruzione ambientale, pianificazione e autoritarismo. Dal dopoguerra a oggi abbiamo assistito a sviluppi tecnici formidabili nel campo dell’informatica, della microelettronica, della genetica e altri ma, in quello centrale per la sopravvivenza e l’evoluzione della civiltà – l’energia – i progressi sono stati limitati e le delusioni (vedi il mancato avvento dell’era nucleare) cocenti.

 

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Fonte: www.thecivilengineer.org

Tuttavia, lo sviluppista può fare spallucce osservando che i principali indicatori di benessere, a livello globale – PIL pro capite, aspettativa di vita, produzione alimentare, lotta alla denutrizione, ecc. – non mostrano flessioni, per cui alla fine tutto si ridurrebbe a una questione puramente ‘estetica’. In effetti, una delle maggiori abilità del BAU è stata quella di combattere le esternalità negative provocate dalla crescita con le risorse generate dalla crescita stessa, un paradossale cane che si morde la coda che per molti versi ha funzionato a dovere ma che, ovviamente, non può proseguire oltre una certa soglia, oltrepassata la quale Herman Daly parla di “crescita anti-economica” (per non dilungarmi troppo, rimando a un ottimo articolo di Jacopo Simonetta sull’argomento). Le elaborazione basate sul Genuine Progress Indicator (indicatore di benessere selettivo alternativo al PIL, elaborato sulle intuizioni di Daly) segnalano che tale limite è stato varcato nei primi anni Settanta, guarda caso proprio quando i progressi sociali postbellici hanno raggiunto il culmine e l’impronta ecologica umana ha superato la biocapacità planetaria. 

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E‘ oramai acclarato che, se fino a poco tempo fa i rischi ecologici sembravano legati soltanto all’esaurimento di qualche risorsa oppure all’estinzione di flora e fauna, ora l’inquinamento minaccia sempre più da vicino la salute umana, come testimoniato dai numerosi appelli allarmati di OMS, Lancet e altre istituzioni prestigiose. Per restare a casa nostra, situazioni come lo smog in pianura padana, la contaminazione da PFAS nell’acque venete e gli effetti dello smaltimento illegale di rifiuti nella Terra dei Fuochi sono diventate, se mi si passa l’ossimoro, delle abituali emergenzialità.

Tutti i nodi verranno definitivamente al pettine quando il collasso assumerà le sembianze dello spettro agitato negli anni Settanta, ossia di crisi alimentare. La ragione per cui è stata evitata per tanto tempo, creando addirittura abbondante sovraproduzione, è molto semplice: l’uso di fertilizzanti di sintesi.

 

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Questi sono prodotti a partire da materie prime non rinnovabili, quindi appartengono anch’essi, unitamente ai combustibili fossili, a quella capacità di carico fantasma su cui si regge la nostra civilizzazione.

Scrive Marx nel terzo libro del Capitale che “il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso” e che la produzione capitalistica supera continuamente i propri limiti immanenti soltanto “con dei mezzi che lo pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e più alta”. Il giudizio del filosofo di Treviri descrive alla perfezione gli sforzi degli ultimi cinquant’anni per sostenere la crescita esponenziale di popolazione e consumi: ogni fase recessiva è stata superata sfruttando risorse fisiche più costose che, in ultima analisi, pongono problematiche sociali ed ecologiche maggiori di quelle iniziali. Questa decadenza progressiva dalla ‘età dell’oro’ dei trenta gloriosi quando smetterà di essere una cottura a fuoco lento per tramutarsi in un repentino – Bardi docet – ‘tracollo di Seneca’?

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Gli scienziati sono divisi, ma una cosa è certa: il tracollo di Seneca è l’esito naturale della civiltà della crescita, essendo fatalmente destinata a raggiungere punti di non ritorno superati i quali diventa impossibile spazzare la polvere sotto i tappeti. La causa (apparentemente) scatenante potrebbe essere una catastrofe climatica improvvisa, come la liberazione degli idrati di metano dovuta al disgelo del permafrost; o un crollo finanziario che metta in ginocchio l’industria energetica ed estrattiva spesso già provata da equilibrismi funambolici; o l’acuirsi di tensioni geopolitiche per il controllo di risorse strategiche che convinca qualche capo di stato a premere infausti pulsanti. Tutte ipotesi che, per inciso, potrebbero già essere all’ordine del giorno; condizione necessaria ma non (ahimé) sufficiente per evitarle è invertire le priorità della società rispetto a quelle del BAU.

Marx invidiava del capitalismo la capacità di innalzare il benessere grazie a strumenti di cui auspicava un’adeguata socializzazione. Oggi che conosciamo il carattere contingente di tanti exploit (nonché il loro lato oscuro), la vera qualità da imitare sarebbe la straordinaria flessibilità e capacità di adattamento che testimoniano delle incredibili potenzialità della organizzazione umana, messa purtroppo al servizio di cause scellerate sul piano sociale e scientifico (dominio di classe e crescita esponenziale). Da che cosa deriva tanta versatilità del capitalismo/BAU? Probabilmente dal carattere pragmatico e transideologico, che lo differenziano profondamente dal dogmatismo e dalle attese da ‘fine della storia’ della stragrande maggioranza delle visioni utopistiche. Si tratta della stessa qualità, però, che gli ha impedito di elaborare ragionamenti di lungo periodo, rendendolo tanto distruttivo verso la biosfera e aprendo la porta a una ‘fine della storia’ tanto sciagurata quanto non voluta.

 

 

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