La settimana scorsa, nel pieno della confusione politica, azzardai un’analisi che voleva essere distaccata dalla cronaca del giorno e cercare (solo cercare) di individuare le cause profonde della crisi odierna e mettere la crisi italiana in una prospettiva globale e storica. Un progetto ambizioso che perseguo da sempre che cercavo di spiegare con un mio modello mentale del mondo e dei flussi di energia e materia dalla natura all’economia e di rifiuti dall’economia alla natura. Involontariamente ho fatto anche un esperimento. Non riuscendo a non inserire alcune note marginali legate alla situazione contingente sono riuscito ad attrarre l’attenzione (sempre nel campo dei miei pochi lettori), ma ho ricevuto pochissimi commenti sul modello e molte critiche, anche aggressive, sulle questioni marginali. Ripresento quindi qui il modello, liberando il post, che avevo originariamente pubblicato sul blog di ASPO-Italia, da tutto ciò che ritengo marginale.

Il sistema capitalistico globalizzato si è sviluppato in una lunga fase di espansione economica e demografica (crescita) che, salvo periodi più o meno lunghi di crisi, va avanti da almeno due secoli e mezzo, ma individuando la fase di accumulazione capitalistica si potrebbe far risalire molto più in là nella storia. La crescita avviene consumando il pianeta (biosfera, atmosfera, litosfera ed idrosfera) sia in ingresso (fonti) sia in uscita (discariche) dal sistema economico. La crescita è una crescita materiale, cioè di cose (capitale) e persone (popolazione) e, l’abbiamo visto anche altre volte, anche di individui che non riesco proprio a considerare “cose”, i nostri animali domestici.

Nella storia dello sviluppo capitalistico c’è una lunga fase in cui è potenzialmente possibile crescere per tutti. In questa fase la competizione economica fra aziende e paesi, porta più benefici che costi. Questo non vuol dire che tutti crescono, o che crescono nello stesso modo, ma semplicemente che le risorse estratte dal pianeta sono abbondanti e gli ecosistemi incontaminati sono in grado di assorbire tutti i rifiuti che la nascente società produce in grande quantità. Anche in questo caso le crisi sono locali, ad esempio quelle legate allo smog nelle città industriali o nelle grandi metropoli automobilistiche degli Stati Uniti (Los Angeles). La potenzialità di crescita esiste per tutti. Crescono di più i più “bravi”, ma, nella media, lo sviluppo è generale. Anche se la media è trilussiana.

Alla fine del secolo scorso si affacciano prepotentemente sul panorama economico diverse grandi nazioni, i cosiddetti BRICS, che nel ‘900 erano rimaste dal punto di vista economico (cioè dello sfruttamento del pianeta) più o meno in disparte. Si tratta di almeno 3 miliardi di persone (nel 1999 anno simbolico in cui la Cina entra nel WTO e si raggiunge una popolazione di 6 miliardi di persone), il 50% della popolazione mondiale, che aspira a raggiungere standard di benessere occidentali. La domanda di materie prime e risorse dal pianeta al sistema economico aumenta ed arrivano a maturazione le prime crisi del flusso materiale di risorse dalla natura all’economia e di rifiuti dall’economia alla natura. Dal momento in cui il flusso di risorse diventa più viscoso e le discariche iniziano a saturarsi, il potenziale di crescita diminuisce, ciò significa che se alcuni paesi o gruppi di paesi crescono, altri devono crescere meno o andare in recessione. Il primo momento cruciale (e simbolico) è la fine del petrolio a buon mercato che si presenta con il Picco del Petrolio Convenzionale. Non sappiamo ancora esattamente quando tale picco si sia verificato, anche perché la determinazione della data esatta dipende dalla definizione che si da al petrolio convenzionale, ma sappiamo che l’insieme delle risorse petrolifere che hanno alimentato il sistema economico globale nel XX secolo, sono in declino produttivo e che l’aumento della domanda è stato soddisfatto da categorie di petrolio più costose (oli pesanti, shale-oil ecc). Abbiamo già varie volte contestato il fatto che il prezzo del petrolio sia attualmente basso e che ci siano problemi di abbondanza. L’abbondanza c’è ma ad un prezzo del barile che, nella fase del minimo storico, era almeno due volte il prezzo di fine secolo XX.

Probabilmente il processo di aumento della viscosità del flusso materiale è inziato, inavvertito, prima del nostro secolo. Secondo Mauro Bonaiuti, ad esempio, i segnali potrebbero essere già stati attivi negli anni ’70. In pratica questo periodo storico segna l’ingresso in quella che Ugo Bardi definisce l’era dei rendimenti decrescenti. Qui non si fa riferimento tanto al concetto economico espresso nella legge dei rendimenti decrescenti, ma piuttosto della legge ecologica dei fattori limitanti. Secondo questa legge, formulata dal chimico tedesco Justus von Liebig, la crescita della popolazione di un dato organismo, all’interno di un ecosistema, avviene ad una velocità che è determinata dal fattore di sostentamento più scarso disponibile. Dovremmo dunque ridefinire l’era presente come quella della manifestazione dei fattori limitanti. Nella fase iniziale di questa era, parte del problema viene differito grazie alla creazione di debito (vedi crescita del debito negli ultimi 30 anni), ma questa non è appunto che una dilazione. Si scommette sulla crescita futura il che significa che il debitore promette di sfruttare di più il pianeta per ripagare il debito con l’interesse. Se questo non succede, a causa della crescente viscosità del flusso di risorse, il debitore va in bancarotta e il sistema inizia ad andare in tilt. Il debito è sempre esistito, dice qualcuno e con esso anche la bancarotta. Vero, ma nello schema classico di un’economia sana, il debito viene contratto da qualcuno che prende in prestito risorse (denaro) risparmiato da altri. Oggi con la moltiplicazione della leva, l’economia finanziaria sembra non aver più relazione quantitativa con l’economia reale. Si crea denaro dal nulla in grande quantità senza pensare se esso rappresenti un surplus reale (si noti per inciso che, in questo contesto, il risparmio non è solo risparmio di denaro, ma corrisponde a risparmio, cioè non consumo, di risorse naturali). E’ sempre successo ribatte qualcun’altro, si, ma mai in queste dimensioni (e quando è successo ci sono state guerre) come ha scritto in anni recenti Luciano Gallino.

Penso che l’attuale situazione italiana, europea e mondiale sia determinata dal progressivo raggiungimento dei primi fattori limitanti del pianeta, e in particolare dal picco del petrolio convenzionale che rappresenta una cesura importantissima nel flusso di energia dalla natura al sistema economico.

Alcuni vedono come il fumo negli occhi l’idea che questa sia una crisi di scarsità e la vedono come un’altra crisi da sovrapproduzione del sistema capitalistico. Personalmente non escludo che sia possibile considerare anche questo aspetto. Ormai sappiamo che fra i fattori di produzione oltre al lavoro ed al capitale ci sono anche le materie prime (la terra di Ricardo) e, in particolare, l’energia.

La globalizzazione ha reso estremamente a buon mercato il fattore lavoro; la fine del cheap oil è stata compensata con la moltiplicazione smisurata del cheap labor per non parlare del cheap environment, cioè della scarsa o nulla contabilizzazione dei danni ambientali. Inoltre essa ha permesso la quasi totale liberalizzazione dei movimenti dei capitali finanziari che sono così andati là dove i fattori di produzione erano più favorevoli. Nei paesi di vecchia industrializzazione, già abbastanza irrigiditi sul piano della tutela ambientale, il lavoro non può essere eliminato senza costi per cui nei paesi manifatturieri come l’Italia, economicamente devastati dalla globalizzazione (i PIIGS), e incapaci di competere a livelli tecnologici superiori (come la Germania e il nord Europa) è esploso il debito pubblico. La cosa è evidentemente insostenibile e sinceramente non so dove possa andare a finire. I paesi “bravi” ad esportare reggono la competizione perché sfruttano un vantaggio tecnologico accumulato nel corso di decenni di maggiore sviluppo di scienza e ricerca. Non è detto che i loro cittadini stiano meglio di noi, ma le loro economie sono in grado di mantenere la piena occupazione (e perciò la pace sociale) senza fare debito. L’equilibrio è precario. Non c’è, in Germania come negli Stati Uniti, lo stesso benessere degli anni ’80. Il “popolo minuto” è abbastanza miserevole anche nei paesi economicamente forti; psicofarmaci, droghe, alcool e abuso del cibo dilagano, le patologie psichiatriche e quelle determinate da un cattivo stile di vita aumentano. Ma, soprattutto in Germania, non si forma debito pubblico e anzi, c’è un forte surplus che viene usato politicamente per indicare i “cattivi” dell’Europa. I PIIGS appunto. La spirale è pericolosa e non oso pensare a dove possa portare. Quando si iniziano a trovare i capri espiatori di una situazione non felice per mantenere la coesione sociale sappiamo dove si inizia e non si sa dove si finisce. Qualcuno teme il ritorno dell’autoritarismo e del razzismo. Qualcuno pensa che essi siano già alla porta come il proverbiale lupo.

In questo quadro sembra che i governi e l’opinione pubblica continuino imperterriti ad occuparsi esclusivamente dei processi economici, cioè dei sintomi. Il metabolismo sociale ed economico è cresciuto all’interno di un sistema, la Terra, che inizialmente era infinitamente più grande. In questo modo ci siamo culturalmente assuefatti all’idea che le nostre azioni sono ininfluenti per la natura, ma non è più così da molto tempo ed è tempo di mettere al primo posto dei programmi governativi la questione ambientale. Il che significa anche rivedere i meccanismi profondi che rendono indispensabile la crescita economica. Attualmente sembra che il sistema non possa funzionare se non c’è crescita. L’idolatria del PIL è conseguenza di questo fatto e non il contrario. Sembra poco utile occuparsi di combattere l’idolatria del PIL quando il problema è dare vita ad un’organizzazione sociale ed economica per la quale la crescita del PIL non sia necessaria.

Share This