di Jacopo Simonetta

Uno dei tanti errori che ricercatori e divulgatori abitualmente fanno è quello di pensare che, diffondendo determinate conoscenze, possono provocare determinate risposte. Spesso non avviene e se ne conclude che il messaggio non è stato recepito, che l’ignoranza dilaga, che poteri forti vari bloccano il messaggio eccetera. Certamente alle volte è quello che accade, ma forse meno spesso di quanto si creda. Dall’alto di una quarantennale esperienza predicazione nel deserto, comincio a credere che alcune volte siamo stati presi anche troppo sul serio. Solo che, inserendo la stessa informazione in teste diverse, si ottengono risposte diverse e, talvolta, sorprendenti. Del resto, la storia pullula di risposte sbagliate ad informazioni corrette.
Per fare un esempio attuale, coloro che studiano e divulgano il picco del petrolio si lamentano che le loro analisi vengono ignorate o addirittura sbeffeggiate dalle autorità.  Peggio ancora, stati ed imprese non stanno facendo quanto necessario ed urgente. Per esempio, ridurre drasticamente i consumi finali di energia e riservare i derivati del petrolio ad usi sempre più specifici e strategici, sostituendoli ovunque possibile con fonti energetiche rinnovabili.
Per anni ho sostanzialmente condiviso questa opinione, ma comincio ad avere dei dubbi. A costo di scivolare nel complottismo, vorrei quindi qui proporre una possibile chiave di lettura diversa.  Così, tanto per discuterne, senza alcuna pretesa di veridicità, ma solo di verosimiglianza.

 Negli anni ’90 il perfezionamento dei modelli permise di prevedere un picco del greggio fra il 2010 ed il 2020. Pronta la negazione dell’IEA e di tutte le autorità politiche, militari ed economiche che, però, non sono composte solo da casi umani in stile Trump, mentre dispongono di informazioni molto migliori di quelle degli analisti indipendenti. Diamo un’occhiata a cosa è accaduto in diversi casi importanti.

Risposte sbagliate al Picco del Petrolio ?

Russia. Dopo la debacle seguita al collasso dell’Unione Sovietica, Putin riorganizzò l’economia russa basandola soprattutto sull’esportazione di energia: gas verso l’EU e petrolio sul mercato mondiale. Grazie a massicci investimenti esteri e nuove tecnologie, il tasso di estrazione crebbe rapidamente, mentre i prezzi elevati garantivano un ottimo rendimento per le grandi compagnie che, direttamente o indirettamente, fanno capo al governo. Ciò ha fornito a Putin una solida base economica per rilanciare una politica di potenza a livello mondiale. Fra l’altro, quintuplicando la spesa militare (da meno di 20 miliardi $ nel 1999 a quasi 100 miliardi nel 2013) e lanciando l’Unione Economica Eurasiatica. Strutturata sul modello del MEC, nelle intenzioni questa avrebbe dovuto riportare le repubbliche ex-sovietiche sotto l’egida di Mosca e, in prospettiva, allargarsi anche a vari paesi europei e finanche alla Cina. Un programma molto ambizioso che però ha portato la Russia in conflitto con l’Ucraina nel 2014. Per l’appunto, proprio quando il subitaneo crollo dei prezzi dell’energia hanno repentinamente ridotto in modo consistente i mezzi economici a sostegno della politica. Fra le conseguenze, il dimezzamento del budget militare fra il 2013 ed il 2017; proprio mentre cresceva l’impegno sia per “mostrare i muscoli” alla NATO (che intanto faceva lo stesso), sia per la vittoriosa, ma costosa campagna in Siria. Ne è seguita una grave crisi economica a cui il governo ha reagito spingendo progressivamente sul nazionalismo, sulla repressione dell’opposizione e sull’alleanza con il clero conservatore (forse sarebbe meglio dire reazionario). Mezzi classici per evitare la disgregazione delle società sotto stress, ma non privi di controindicazioni.

Venezuela. Nel 2000 Hugo Chávez salì al potere nella più antica delle petrocrazie. Forte delle maggiori riserve petrolifere mondiali (dichiarate) e con la certezza di un prezzo in ascesa, avviò un vasto programma di drastiche riforme. Fra l’altro, espropriò i latifondi e nazionalizzò l’industria petrolifera. Contemporaneamente creò una vasta rete di servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti, ecc.) pressoché gratuiti e distribuì generosi incentivi al consumo, in particolare di prodotti energetici. Sul piano internazionale, promosse il Venezuela come campione della resistenza all’imperialismo americano, contendendo agli USA l’egemonia sull’America Latina.
Finché la rendita petrolifera rimase alta, tutto funzionò, ma quando i prezzi scesero il Venezuela si trovò a dover fare i conti con una serie di impegni interni ed esterni che non era più in grado di mantenere. Rapidamente l’economia del paese è collassata e ad oggi non sappiamo come andrà a finire.

Arabia Saudita ed Iran. Sulla tradizionale inimicizia fra le due sponde del Golfo Persico (o Golfo Arabico secondo le mappe) ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia.  Qui mi vorrei limitare a osservare che entrambe le potenze regionali si sono lanciate in una mortale contesa per il predominio sui residui giacimenti di greggio di alta qualità, sfruttando ogni mezzo possibile.   Finora, sul piano politico e militare l’Iran ha vinto su tutti i fronti principali (tranne in Bahrein), ma entrambi questi stati si sono infilati in un tunnel in cui crescita demografica e dei consumi interni, crescita dei costi di estrazione e delle spese politico-militari li stanno portando in una crisi che potrebbe essere loro fatale.

Stati Uniti. Negli anni ‘90, si sapeva benissimo che, grazie al lungo embargo, i migliori giacimenti petroliferi rimasti erano quelli iracheni e nel 2003 gli USA invasero il paese con un pretesto. Anche se non è mai stato ammesso ufficialmente, lo scopo principale era probabilmente quello di mettere questi giacimenti saldamente sotto il controllo degli USA. Lo scopo sussidiario, ipotizzo, era quello di instaurare un forte governo a base sciita e filo-americano che, col tempo, avrebbe potuto destabilizzare l’Iran khomeinista.
In quello stesso anno, in USA fu avviato un vasto programma di sfruttamento degli scisti bituminosi; una risorsa ben nota da sempre, ma rimasta marginale a causa della scarsa qualità dei prodotti, a fronte di elevati costi di estrazione e raffinazione. Ma con un prezzo al barile nell’ordine dei 100 $ e prospettive di aumento dei consumi, l’affare prometteva di essere vantaggioso. Sul piano tecnico la cosa ha funzionato, ma il quasi dimezzamento dei prezzi ha portato molte piccole aziende alla bancarotta, mentre quelle maggiori sopravvivono grazie al sostegno di banche che non possono permettersi di lasciar fallire debitori di tale importanza, pena fallire a loro volta. In conclusione, gli Stati Uniti si trovano oggi impelagati contemporaneamente in una guerra senza fine ed in una bolla speculativa che potrebbe rinnovare i danni di quella esplosa nel 2008.

Big Oil. Nel 2007, mentre tutte le fonti ufficiali ridicolizzavano l’annuncio del picco del greggio a breve (data effettiva: 2015) le grandi compagnie si lanciavano in una speculazione al rialzo che portò il prezzo del barile al suo massimo storico. Troppo per le economie dei paesi importatori che, anche per questo, precipitarono nella peggiore crisi economica globale dal 1930 ad oggi.  Fra l’altro, proprio le conseguenze di questa crisi sono oggi uno dei fattori che concorrono a limitare la capacità dei paesi importatori di pagare per l’energia il prezzo che sarebbe necessario per i paesi esportatori e le compagnie.

Conclusioni.

Tutto ciò non dimostra nulla, ma è secondo me un forte indizio che, mentre la realtà del Picco del Petrolio veniva negata sui documenti ufficiali, tanto i paesi produttori che quelli consumatori sapevano benissimo che le analisi erano corrette. Di conseguenza, ogni stato ed impresa ha stabilito i suoi piani per approfittare della situazione, ma tutti hanno fallito e si trovano oggi in situazioni comunque molto peggiori di quelle di 10 anni fa. Perché? Perché, al di la delle singole strategie, tutti hanno commesso lo stesso errore strategico: contare su un progressivo aumento dei prezzi sui tempi medi e lunghi. Viceversa, il prezzo schizzò a 150 durante la speculazione, per poi cadere a 40, rimbalzare per circa 2 anni intorno ai 100 e quindi tornare fra i 40 ed il 60 dal 2014 ad oggi.
Indipendentemente da cosa accadrà domani, è evidente che i modelli geologici erano corretti, mentre quelli economici no. Semplicemente, dopo 70 anni in cui il prezzo del barile era stato determinato dall’offerta, governi e “big oil” (ma anche moltissimi analisti indipendenti) avevano dimenticato che il prezzo dell’energia non è l’unico limite alla crescita economica. Sia a livello di stati che di grandi imprese, i limiti alla crescita derivano infatti da complessi sistemi di retroazioni che concorrono a determinare per ognuno il punto oltre il quale la crescita economica diventa impossibile o negativa (v. H. Daly).
A ben vedere, i fattori principali in gioco sono probabilmente l’esplosione della “bomba demografica”, la distruzione degli ecosistemi ed il cambiamento del clima, l’erosione dei suoli e molti altri cui di solito non si pensa. Ma anche volendosi limitare ai soli fattori economici, la progressiva riduzione nella qualità delle risorse energetiche, l’aumento dei costi di manutenzione del capitale materiale e della popolazione e l’esplosione del debito sono ampiamente sufficienti a spiegare una perdita di produttività che si traduce in un’impossibilità a pagare cifre superiori ad una certa soglia (v. G.Tverberg)

Forse Keynes aveva ragione: alle lunghe, è la domanda che determina l’offerta.  Solo che sta salendo la quota di domanda da parte di chi non può pagare, mentre diminuisce quella di chi può e questo sta rimescolando le carte della geopolitica mondiale. Mettetevi comodi, perché lo spettacolo è appena iniziato e sarà molto interessante, anche se non divertente.

 

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