Di sono tasse ce ne sono decisamente troppe, di ogni tipo immaginabile meno uno: le tasse ambientali.  Un’affermazione decisamente eterodossa, visto che, formalmente, l’Italia è invece uno dei paesi che fanno maggiore ricorso a questo tipo di provvedimenti. E difatti sono molte le gabelle imposte in nome e per conto della salvaguardia ambientale, ma solo per dare una tenue vernice verde su provvedimenti impopolari.

Quale è dunque la differenza fra le tasse ambientali (che non esistono) e tutte le altre (che esistono anche troppo)?

Fondamentalmente lo scopo.   Normalmente le tasse hanno la finalità di raccogliere fondi per pagare gli interessi sul debito pubblico, pagare stipendi, finanziare le attività dello stato, eccetera.  Al contrario, le tasse ambientali hanno lo scopo di ridurre un consumo o un’attività ritenuti nocivi, ma senza intervenire con controlli sanzioni ecc.   Bensì, più semplicemente, rendendo quel prodotto o quell’attività progressivamente meno appetibile.
Facciamo un esempio.  Potenzialmente, l’IVA potrebbe diventare la più verde di tutte le tasse.  Pensate a cosa succederebbe se le “materie prime vergini” (provenienti da pozzi e miniere) pagassero un’IVA sempre più salata, mentre le “materie prime seconde” (provenienti da riciclaggio) ne fossero esenti. Dosando bene le aliquote, nel giro di poco vedremo i giganti della petrolchimica battere il mondo palmo a palmo per recuperare sacchetti e bottiglie, mente l’intera industria di packaging si affretterebbe a riprogettare i suoi fagotti.  Ogni singolo polimero messo in circolazione sarebbe progettato per essere riciclato il più facilmente possibile.  Certo, sto esagerando, ma di sicuro l’intero sistema di gestione e recupero dei rifiuti potrebbe essere radicalmente riformato modificando saggiamente le aliquote IVA.

Dunque, per potersi definire “ambientale” deve avere le seguenti caratteristiche:

1 – La sua introduzione deve essere preceduta e accompagnata da una campagna di informazione che spieghi alla cittadinanza quale è esattamente il prodotto che si vuole disincentivare e perché.

2 – Da subito deve essere abbastanza elevata da farsi sentire, ma non tanto da strangolare i settori economici colpiti, dando loro il tempo di ristrutturarsi.

3 – Da subito, si deve sapere che aumenterà secondo un piano prestabilito e rigorosamente rispettato, in modo da evitare che il maggior costo venga inglobato nell’economia senza modificare le abitudini dei consumatori.

Un esempio recentissimo che ci si avvicina, anche se non è una tassa, è quello dell’obbligo di pagamento a parte dei sacchetti per la frutta e verdura sfusi dei supermercati.  Ovviamente, li pagavamo anche prima, ma ricompresi nel prezzo del cibo.
I primi due punti, non bene, ma sono abbastanza rispettati.  Anche se non è stata fatta nessuna campagna di informazione, si dovrebbe infatti sapere che è necessario ridurre le plastiche in circolazione (anche le bioplastiche, anche quelle biodegradabili) e, malgrado un prezzo molto modesto, la cosa non è certo passata inosservata.
Non c’è però traccia del terzo punto e questo farà si che, superato il trauma, moltissimi torneranno a consumare come prima, anziché organizzarsi con sacchetti di stoffa portati da casa.   Peggio, non è per neppure chiaro se questa soluzione (che dovrebbe essere incentivata) sia possibile.
Inoltre, se voleva essere efficace, il provvedimento avrebbe dovuto colpire contemporaneamente anche frutta e verdura confezionate (fra l’altro con plastiche non biodegradabili), altrimenti il gioco diventa palesemente controproducente, con un sacco di gente che comprerà cibo in vaschetta.

Dunque un fiasco?  Dal punto di vista della norma europea originaria si, ma dal punto di vista del legislatore italiano no perché ridurre i consumi non era lo scopo prefissato.   E’ per questo che non esistono tasse ambientali: perché non esiste una volontà di ridurre alcun tipo di consumo, semmai di incrementarlo.

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