di Maria Luisa Cohen, Presidente Assisi Nature Council Onlus

Ripubblichiamo un vecchio articolo del Maggio 2013 perché descrive bene il clima che si respira nelle sedi dove i problemi ambientali vengono discussi ad alto livello.  O, forse, sarebbe meglio dire che si finge di discuterli.

Il 31 d’agosto 2012, ho partecipato come osservatore NGO all’ International Environment House di Ginevra , per l’evento organizzato dall’ UNEP (United Nations Environmental Programme) e dall’ ‘Environmental Network” di Ginevra per Rio+20, intitolato “The Future We Want” (Il futuro che vogliamo).

Fu una discussione d’ alto livello allo scopo di implementare gli obiettivi di Rio+20 .

Il programma prometteva uno spazio per questioni e risposte, ma nonostante sappia che un vero dibattito non è possibile nelle condizioni di chiusura ad ogni prospettiva differente, mi preparavo lo stesso a dare battaglia, tanto per agitare un po’ le acque.

L’ UNEP  fa parte dell’Environmental Network di Ginevra, che conta ben 110 organizzazioni governamentali e non governamentali ed è sostenuto dallo stesso governo ginevrino, a dimostrazione dell’impegno della città ad investire nel campo ambientale come in quello economico e dei diritti umani.
L’obiettivo ambizioso di questo evento, seguito alla risoluzione 66/288 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che aveva approvato il Documento della Conferenza per lo Sviluppo Sostenibile conosciuto come Rio + “The Future We Want”, era la ricerca di soluzioni globalmente condivisibili.
La sostenibilità è oramai un household name, un brand riconosciuto dai ranghi del potere burocratico, questo futuro auspicato per un’ancora evanescente condivisione universale, dovrà essere socialmente ed ecologicamente sostenibile. Il modello Brundtland è la linea rossa che non si puo’ sorpassare, la parola finale sulla Sostenibilità, ma inscindibile dal concetto di Sviluppo.

Ora, lo sviluppo come inteso dal Rapporto e le sue numerose definizioni, significa crescita materiale, cioè un aumento dell’uso delle risorse. Ma l’unica misura di sostenibilità è quella ecologica, cioè la capacità di carico del pianeta, che l’umanità ha da tempo sorpassato (overshoot). Quello di cui abbiamo bisogno non è crescere ma contrarre.
Questo aspetto non fu mai menzionato nella discussione.
Che però ha determinato gli obiettivi (target) principali per uno Sviluppo Sostenibile, che sono in primis:
– l’eradicazione della povertà e della fame nel mondo come il più urgente ;
– -la transizione verso un’economia “verde”;
– la creazione di un Forum di alto livello sullo Sviluppo Sostenibile per sostituire la Commissione dell’UN sullo Sviluppo Sostenibile …
–  potenziare il ruolo dell ’UNEP .

Pardon, se questo suona come una satira della burocrazia internazionale, ma se qualcuno pensa che io mi diverta a seguire questi dejà vu che si ripetono sempre eguali e sempre più costosi e inefficienti, dilatati fino alla fine dei tempi – o di questo nostro mondo- si sbaglia. Sono presa da un senso di futilità e mi chiedo a cosa servono gli sforzi di una minoranza per convincere la maggioranza che la terra non è piatta né infinita.
Essa è limitata e già sfruttata al massimo e la crescita accompagnata da qualsiasi aggettivo rassicurante non fa che aumentare la pressione.

Era oramai chiaro che Rio +20 fu un clamoroso insuccesso, e che l’unico obiettivo raggiunto fu, perversamente, un aumento dell’emissioni di CO2.
Ma l’essenza della burocrazia sta anche nella ripetitività dei suoi errori, e una volta stabilito che la crescita è un bene da perseguire, senza notare che le circostanze sono cambiate e quindi anche le conseguenze, l’accoppiamento Sviluppo che spinge per la crescita con la Sostenibilità che richiede stabilità, diventa un ossimoro.
Tra l’altro, Ian Johnson, Segretario Generale del Club of Roma nell’articolo “The Future we want or the Future that we will get? Flying down to Rio: Global Public Policy per airmile accumulated and GHG produced “, riferendosi al seguito della Conferenza Rio +20 non aveva dubbi sull’inutilità di queste conferenze :
“Dopo quaranta anni uno può solo disperarsi per il processo internazionale a cui abbiamo assistito. Un testo turgido dal titolo ottimista “Il Futuro che vogliamo” include quasi 300 paragrafi che coprono tutto ma offrono niente. “Recognize” , “riafferma”, “ricorda”“riconosce”, “ sottolinea”, “ripete”, “esorta”,”enfatizza”, “fa risaltare”,”invita” nel testo, minuziosamente costruito in garbati termini diplomatici …che riafferma e sottolinea la descrizione del diplomatico: qualcuno che pensa due volte prima di dire niente ! “
E cosi eravamo giunti ad agosto per una nuova svolta, a confermare gli errori della prima.

La discussione fu introdotta dalla dichiarazione del sottosegretario Generale dell’UN Jan Eliasson, il cui sugo era il seguente “Riguardo alla nostra economia sostenibile, essa funziona e sarà ottimizzata a livello nazionale. Purtroppo a livello intergovernamentale, i risultati sono negativi.
Cosa dovremmo fare dopo la lezione di Rio ?
Il minimo che possiamo fare per trovare soluzioni ai problemi del mondo è attraverso delle conferenze multilaterali.”

Ci si chiedeva:
-come coinvolgere gruppi sociali e il settore privato ?
–come trovare delle soluzioni pratiche favorevoli alla realizzazione di un’economia “verde” ?
– come permettere ai singoli paesi di trovare soluzioni in accordo con le loro risorse ?
Eravamo ancorati alle prime raccomandazioni di Rio 20+, senza avere ottenuto degli scopi strategici ?

Tra gli ospiti del Panel c’era solo uno che conoscevo: Mark Halle, un tipo simpatico che è sopravissuto incolume a numerosissime conferenze e scalato diverse vette nel firmamento delle organizzazioni GO e NGO

In una delle sue vesti, da Vice Presidente dell’ International Institute for the Sustainable Development, egli ammette:
“….nonostante ( gli sforzi -mia nota), l’impresa è stata fallimentare. Ogni obiettivo esame delle tendenze dell’ultimo quarto di secolo dimostrano che non solo abbiamo fallito, ma che abbiamo fallito in modo spettacolare.”
( IISD Publications Centre “Mark Halle talks about why sustainable development hasn’t worked and what to do about it” 2010 Video).

La sala era piena, piena di una nuova generazione di globalisti, giovani ed etnicamente diversi, che poi ritrovai alla caffetteria ben fornita di assietes saine, equitabili ed ecosostenibili aka whole
food a prezzo apprezzabilmente sostenibile.

Mi chiedo, dove sono i giovani disoccupati, arrabbiati e sfiduciati, che marciano contro? Qui tutto quello che pensano di “okkupare” sono le sedie dell’auditorio o dell’enorme biblioteca.

Incidentalmente, se il tasso di disoccupazione nei paesi occidentali è molto elevato, e specialmente le donne non sono apprezzate come partner economico allo stesso livello degli uomini, la composizione demografica di questa sala offriva delle osservazioni particolarmente interessanti. La proporzione donne /uomini era al 70% in favore della prima. Il processo di rottamazione pare sia già da tempo operante: l’età media era tra i 19 e i 32 anni.
L’atmosfera era permeata di entusiasmo ed energia creativa.

Non ho decîso in cuor mio se l’ottimismo di quest’atmosfera sia rassicurante o preoccupante. Ma comunque vada, questi giovani arriveranno in testa alla feroce competizione che attende tutti i giovani. Mentre la generazione di mezzo,che ha visto l’esplosione economica, soppesa, con sguardo miope, il futuro come lo specchio dell’oggi, non considera che le azioni individuali e collettive cambiano col tempo per effetto di condizioni radicalmente nuove e imprevedibili sollecitate dalle stesse azioni odierne per cui il futuro avrà una dimensione che noi non siamo capaci di cogliere e che forse questi giovani sono più’ attrezzati per farlo.

Dopo una lunga attesa per il mio turno, ho finalmente avuto i miei (pochi) minuti d’ingloriosa exposé. Agitando la mano per il possesso del microfono, era impossibile ignorarmi. Cosi mi alzai e dissi- piu’ o meno:

“Osservo che in questa seduta internazionale, si è parlato di un’infinità di cose significative sulla necessità di un futuro sostenibile, e perfino sviluppista, con tutte le sue accezioni, ma a cui manca il nesso con quella proporzione di popolazione povera che è il primo obiettivo da sanare.
Un’ulteriore crescita economica che dovrebbe , nell’intenzione di questo consesso, eliminare la povertà e la fame, ma non tenga conto dell’aumento della popolazione, non può assicurare un futuro veramente sostenibile, ma solamente aggravarlo, producendo piu’ fame e povertà.
Il linguaggio della crescita e del mercato si fonda sulle basi di tendenze passate, quando le risorse apparivano ancora abbondanti, in un contesto di ottimismo tecnologico.
La povertà insieme alla fame del mondo non sarebbe la nostra primaria sollecitudine : essa è invece la riduzione delle nascite come premessa necessaria per la sconfitta della povertà.
Che la crescita della popolazione richieda piu’ risorse per nutrire, vestire, abitare i nuovi esseri che vengono al mondo, non ci vuole un genio matematico per capirlo , per quanto esistano numerosi documenti scientifici che provano la connessione tra crescita demografica, distruzione ambientale, consumo di territorio e risorse che inficiano la capacità di carico delle aree piu’povere del pianeta – e l’aumento della povertà.

E’ risaputo che il divario tra la produzione alimentare e la popolazione non è colmato da un aumento della produzione perché ogni aumento di quest’ultima favorisce inevitabilmente un ulteriore aumento della prima , che presto sarà seguito da una nuova carenza alimentare, e cosi via. Non è possibile , con le tecniche attuali e il tempo a disposizione, nutrire un numero sempre crescente della popolazione già in sé povera e affamata.
La verità è che la domanda dipende dalla crescita degli affamati e poiché questa avviene nelle regioni piu’ povere del mondo , che nella prossima metà del secolo aumenterebbero piu’ di 118% , questa è una tragedia che nessun aiuto alimentare od economico puo’ eliminare,. Secondo il rapporto della Banca Mondiale ,nell’Afganitan, Angola, Burundi, East Timor,Guinea-Bissau, Liberia, Somalia, le donne hanno ancora sei o piu’ bambini .
Si calcola che oggi esistono circa 1 miliardo di persone malnutrite e in soli 50 anni la loro crescita richiederà una parallela crescita alimentare del 100% di quanto produciamo oggi. Secondo la FAO, lo sfruttamento di nuovi terreni, marginali e già scarsi, aiuterebbe a ridurre solo il 20% di questo bisogno per il 2050. (www.Feedstuffs.com)
Mi domando se le persone che attendono questo evento sono al corrente di tali statistiche e hanno una preparazione scientifica che possa trarre senso da esse e programmare per provedere alla loro soluzione.
Le soluzioni devono avere fondamenti scientifici, e risolvibili con le tecnologie attuali, dato che non si può contare su un futuro deus ex machina, che risolverebbe problemi cosi strettamente connessi.
I modelli attuali per uno sviluppo sostenibile non comprendono che l’economia è parte dell’ecologia e che non puo’ sopravvivere se essa distrugge la natura.”

Fui ascoltata con affabile attenzione, e Michele Candotti (ex-WWF), si alzo’ e mi disse che avevo ragione e che nel prossimo incontro per la diffusione di Rio+20 avrebbero tenuto conto di questo aspetto.
Infatti, l’incontro successivo del 28 novembre, a cui non potei partecipare, fu : “ UNEP Green jobs”…
Il mio informatore mi comunica che l’evento precedente era solo un rehearsal, un antipasto a cui segue il piatto forte, e questo consisteva nel lancio del programma già ampiamente pubblicizzato di una Green Economy dell’UNEP, una strabiliante scoperta dell’acqua calda. Questo programma è basato su delle ricerche commissionate al professore di economia Edward Barbier , dell’ American University of Wyoming.
Un New Green Deal, ma fortemente influenzato dall’ideologia del mercato e della globalizzazione. E, osserviamo, non è strano che quasi tutti i funzionari dell’ UNEP, nonosante esso sia un Programma Ecologico, sono economisti e non ecologi ?
Secondo le loro previsioni:

– l’economia crescerà e la popolazione pure ;
– ma la qualità dell’ambiene crescerà piu’ dell’economia ;
– l’uso delle risorse si contrarrà un po’, quindi ,
hop!
– l’impatto negativo sulla natura sarà ridotto !

L’ UNEP è pervasa dall’ideologia economica condita da un pizzico di socialismo. Mescola il linguaggio dell’equità sociale e si prefigge l’aumento del capitale naturale del pianeta Terra( sic) e la riduzione della scarsità ecologica e dei rischi ambientali (no, non me lo sono inventato, v. Pavan Sukhdev Study Leader, TEEB & Project Leader, Green Economy Initiative pavan@unep-wcmc.org). Le dichiarazioni scientifiche sono offuscate da un linguaggio politicamente corretto. (v.ecoglobe.ch). Comprendo i loro affanni. Molti posti di lavoro devono essere preservati ad ogni costo e sarebbero a rischio se venisse diffusa la notizia della loro improduttività. E quindi bisogna infondere ottimismo e produrre molti molti rapporti, raccomandazioni e programmi.

“It is difficult to get a man to understand something when his salary depends on him not understanding it” – Upton Sinclair.

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