Come tristemente noto, la situazione politica del Venezuela è totalmente precipitata, con il rischio di assumere i contorni di una vera e propria guerra civile tra le fazioni a sostegno del presidente in carica Nicolás Maduro (appoggiato da Russia e Cina) e quelle in favore dell’autoproclamato Juan Guaidò (immediatamente legittimato dagli USA e dall’Unione Europea).

E’ dall’inizio della cosidetta ‘rivoluzione bolivariana’ – iniziata con l’elezione di Hugo Chávez nel 1999 a presidente della repubblica e il successivo avvento del suo vice Maduro nel 2013 – che lo stato sudamericano si trova nella lista nera degli USA, i quali hanno sicuramente spalleggiato il fallito golpe del 2002 e foraggiato frange anti-governative: anche oggi c’è chi parla di ‘complotto dello Zio Sam’, ‘rivoluzione colorata’ e simili. Malgrado l’evidente sostegno di Washington alle forze di opposizione, non pare strano che la leadership di Caracas barcolli pericolosamente proprio in uno dei momenti più bassi della storia recente a stelle e strisce, copia sbiadita di quell’egemonia unilaterale che potevano ostentare ancora Clinton e Bush (e per certi versi anche Obama) ma che si era rivelata sempre insufficiente per raggiungere lo scopo?

Siccome al Venezuela vengono attribuite riserve di petrolio tra le maggiori al mondo, molti lasciano intendere che l’ostilità di Trump e soci verso Maduro nascerebbe dal desiderio di mettere le mani su tali risorse. Al di là delle illazioni, l’oro nero ha indubbiamente ricoperto un ruolo di primo piano nella parabola economica, politica e sociale venezuelana degli ultimi trent’anni.

 

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La ‘rivoluzione bolivariana’ si può suddivedere in tre periodi fondamentali:

  • dall’elezione di Chávez fino allo scoppio del crack finanziario del 2008, le ingenti esportazioni di petrolio (più del 90% sul totale del valore dei beni commerciati con l’estero), nel contesto di un trend al rialzo del prezzo del barile, si sono tradotte in un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita, grazie alla possibilità di investire in misure di welfare e sostenere massiciamente le importazioni;
  • dal 2008 fino al 2013, nonostante il calo della domanda di greggio, i prezzi alti hanno garantito proventi sufficienti per evitare tracolli immediati;
  • il crollo delle quotazioni cominciato dal 2014 ha invece inferto un colpo mortale all’economia venezuelana, a cui ha fatto seguito una spirale inflattiva innescatasi nel tentativo di tamponare il drastico calo di introiti. Tutto ciò ha provocato conseguenze gravissime a livello sociale, come un repentino aumento del tasso di denutriti.

 

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Fonte: Wikimedia Commons

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% denutriti sul totale della popolazione (Fonte: www.globalhungerindex.org)

 

Molti stati esportatori di idrocarburi hanno patito problemi analoghi, tuttavia in Venezuela la situazione è stata esarcerbata dal fatto che il suo petrolio appartiene alla categoria extrapesante, richiedendo quindi processi di estrazione e lavorazione particolarmente onerosi che, secondo alcune ricerche, garantiscono una convenienza economica solo con prezzi intorno a $100 al barile o superiori.

 

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Nel dramma sudamericano è all’opera un tipico scenario da Limiti dello sviluppo, dove il rallentamento della crescita economica si ripercuote a cascata fino a condizionare negativamente gli indicatori di benessere.* Il team di ricercatori del MIT fu costretto a condurre un’analisi a livello planetario che, come la classica media dei polli, inevitabilmente trascurava le peculiarità locali: oggi, alla luce delle cosiddette primavere arabe e degli eventi venezuelani, si può affermare con certezza che tra le prime vittime del grande collasso rientrano i paesi la cui economia è incentrata sull’esportazione di materie prime strategiche. Il loro destino – salvo eventi eccezionali – è di rimanere stritolati nella morsa costituita da costi di estrazione crescenti, deflazione del mercato internazionale delle commodity e inflazione interna galoppante; tale dinamica indebolisce fatalmente le istituzioni governative, agevolando le intenzioni destabilizzanti delle nazioni che possono ancora vantare una posizione privilegiata all’interno del sistema-mondo, soprattutto se anche i politici sedicenti ‘sovranisti’ – vedi Matteo Salvini, che ha subito sostenuto l’ultimatum dell’Unione Europea contro Maduro – si scoprono più ‘globalisti’ del previsto.

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*Senza appensantire ulteriormente l’articolo con ulteriori dati, consultando fonti attendibili del Web (IEA, FAO, ecc.) è possibile constatare come in Venezuela siano sensibilmente declinati negli ultimi anni i valori pro capite relativi a consumo energetico e produzione agricola, in perfetto accordo con le analisi de I limiti dello sviluppo.

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