Sulle previsioni di Hubbert relative al picco del petrolio aleggia ogni sorta di mitologia e disinformazione; persino un serio giornalista d’inchiesta come Greg Palast (per la cronaca, colui che nel 2000 ha scoperto la frode elettorale in Florida ai danni di Al Gore), nel libro Manicomi armati si è lasciato fuorviare da derive cospirazioniste (parzialmente ritrattate nella postfazione) secondo cui Hubbert avrebbe mistificato la realtà per sostenere gli interessi della Shell Oil Company, di cui era dipendente. 

Dario Faccini, in un articolo pubblicato sul sito di ASPO-Italia volto a riabiliatare la figura di altri due picchisti, Colin Campbell e Jean Laherrere, dimostra numeri alla mano come il picco della produzione globale del petrolio convenzionale sia avvenuto nel 2005, confermando quindi sostanzialmente le previsioni di Hubbert che lo collocava alla’inizio del XXI secolo. A questo punto, si direbbe che l’unica obiezione valida rimasta (e infatti è abbastanza di moda) sia “Hubbert non ha previsto la ‘shale revolution'”. In realtà, nel suo articolo del 1956 diventato poi riferimento per tutte le generazioni successive di picchisti – Nuclear Energy and the Fossil Fuels – il geofisico statunitense prende in considerazione le riserve di scisti bituminosi, ma senza immaginarne uno sfruttamento intensivo. Una volta, in un breve scambio di commenti su Facebook, Bardi ha ipotizzato che Hubbert dubitasse delle risorse non convenzionali giudicandole scarsamente competitive sul piano economico e, se è vera la stima di Evercore ISI secondo cui dal 2007 a oggi i protagonisti dello shale hanno speso 280 miliardi di dollari più di quanti ne abbiano generati, si direbbe proprio che ancora una volta ci avesse visto giusto. Tuttavia, rileggendo con più attenzione l’articolo del ’56, le ragioni della diffidenza di Hubbert mi sembrano ancora più giustificate.

Praticamente tutti gli analisti del picco si sono concentrati sulle analisi relative agli idrocarburi, trascurando invece quelle dedicate all’energia nucleare che invece meriterebbero altrettanta attenzione, anche se per motivi completamente differenti. Nei prossimi due diagrammi, possiamo apprezzare le previsioni sul picco petrolifero statunitense e globale raffrontate alle prospettive di sviluppo dell’energia nucleare:

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Da non crederci: mentre le teorie sul petrolio presentano un riscontro con la realtà quasi stupefacente,  quelle sull’atomo viste con gli occhi di oggi sembrano partorite dalla mente di un sognatore ottimista (alla faccia della reputazione di Cassandra disfattista!). Ovviamente Hubbert apparteneva alla sua epoca e come tantissimi era ammaliato dalla seduzione nucleare. L’anno scorso, riordinando insieme agli studenti la biblioteca del mio istituto (ITIS Nullo Baldini Ravenna), saltò fuori un libro intitolato L’impiego civile dell’energia atomica, scritto dallo scienziato e giornalista tedesco Egon Larsen, pubblicato in italiano nel 1961 da Einaudi. Al capitolo 7, intitolato molto opportunamente ‘Ai limiti dell’immaginazione’, si legge:

Non vi è dubbio – ammesso che l’uomo riesca a vincere le sue tendenze suicide – che l’energia atomica non sia destinata a portare la più grande trasformazione che invenzione o scoperta abbia mai prodotto sulla Terra; un evento paragonabile al furto di Prometeo. Se tutto andrà bene, i primi cento anni dell’era atomica si concluderanno con generale abbondanza di energia; con il rapido e crescente sviluppo delle zone e delle nazioni troppo a lungo neglette dalla civiltà, e con la possibilità per tutti di beneficiare delle miracolose forze della radioattività. 

(All’alunno che mi suggeriva di destinare il testo all’archivio visti i contenuti un tantino obsoleti, ho risposto di metterlo invece bene in evidenza sulla scaffalatura alla sezione ‘energia’, quale ammonimento a futura memoria)

La storia ha seguito un corso molto diverso: lo sviluppo atomico ha rallentato bruscamente la sua corsa a partire dagli anni Ottanta e gli scenari futuri più credibili attribuiscono al nucleare una quota minoritaria della produzione di energia primaria; dulcis in fundo, la ‘riscossa dei negletti’ è stata molto limitata e, quando avvenuta (Cina e India in primis), non è stato certo per opera del giovane virgulto atomico bensì dell’anziano carbone, che ha conosciuto un’inaspettata seconda giovinezza.

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Fonte: Wikimedia commons, elaborazione dati IEA

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Fonte: IEA WEO 2017

 

Alla luce delle aspettative degli anni Cinquanta-Sessanta sulle meravigliose sorti progressive dell’atomo, non sorprende lo scarso interesse di Hubbert per le risorse petrolifere non convenzionali: l’escalation nucleare civile avrebbe infatti permesso l’elettrificazione quasi totale della società, con gli idrocarburi relegati alle attività dove fungono da materie prime non sostituibili (produzione di plastiche o fertilizzanti azotati, ad esempio). A quel punto, disponendo della cornucopia atomica, che senso avrebbe avuto impelagarsi in un’operazione rischiosa come lo sfruttamento di scisti e sabbie bituminose? Ugualmente, sarebbe stato insensato impegnarsi nell’estrazione del gas naturale, per cui non sorprende che Hubbert non immaginasse un futuro roseo per l’industria metanifera.

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Raffronto tra la produzione effettiva di gas naturale negli USA e le ipotesi di Hubbert. Emblematicamente, la parabola discendente inverte il suo corso divergendo dalla curva a campana a metà anni Ottanta, cioé quando diventa manifesta la fallacia delle mirabolanti promesse atomiche.

Tutta la situazione è per certi versi tragicomica, pensando ai vari pifferai dello sviluppo che hanno tuonato contro gli ‘errori’ di Hubbert che, contrariamente alla vulgata, non sono dovuti al ‘catastrofismo’ bensì a una fiducia eccessiva nell’avanzamento tecnico che avrebbe permesso di sbarazzarsi delle fonti fossili a prescindere dalle riserve rimaste.

Le teorie basate su di una sorta di evoluzionismo energetico, dove una tecnologia ‘prometeica’ (definizione di Georgescu Roegen per indicare una tecnologia che trasforma energia consentendo alla società di compiere un sostanziale salto di scala) si sostituisce a un’altra, si sono dimostrate fallaci, perché il petrolio convenzionale ha ricevuto il passaggio di testimone dal carbone ma il novello Prometeo nucleare non si è rivelato assolutamente all’altezza delle promesse. Lo sfruttamento intensivo di risorse petrolifere non convenzionali e gas, unitamente al revival del carbone degli ultimi trent’anni, ben lungi dal rappresentare la ‘rivincita contro i profeti dell’apocalisse’, attestano invece sul piano energetico il fallimento totale dell’ideologia del progresso e dello sviluppo perpetuo.

Oggi, definitivamente orfani di ogni Prometeo, il nostro futuro è legato a risorse ‘epimeteiche’* – gas, carbone, petroli non convenzionali, rinnovabili, nucleare ridimensionato – ciascuna delle quali presenta vantaggi e svantaggi ben definiti: c’è chi assicura di non far rimpiangere il petrolio convenzionale al prezzo però di intensificare la distruzione ecologica del pianeta e chi invece, malgrado limiti prestazionali intrinseci, può proporsi di arginare la devastazione. Qualsiasi riflessione al riguardo non può prescindere dalla constatazione che, privi di slanci prometeici, non solo non possiamo permetterci ulteriori salti di scala ma bisogna prendere atto che l’attuale società umana figlia del petrolio convenzionale vive ampiamente al di sopra delle sue possibilità; si impone un ridimensionamento programmato a tutti i livelli, se non si vuole subirlo passivamente in maniera incontrollata. Che sia decrescita ‘serena’ (Latouche), ‘felice’ (Pallante), ‘accettabile’ (Pardi e Simonetta), l’importante è che non ci cada sulla testa alla maniera di un meteorite. Epimeteo già una volta ha contribuito all’apertura del vaso di Pandora e non possiamo consentirgli un secondo, tragico errore.

*Nella mitologia greca, Epimeteo è un titano fratello di Prometeo, rispetto al quale difetta di acume e intelligenza mostrandosi decisamente ingenuo e stupido.

 

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