Mi dispiace. La polemica contro la natura umana andava fatta nella prima metà del secolo scorso. Siete in ritardo, cari. Non ha nessuno importanza se allora non eravate ancora nati: peggio per voi. Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere propotenti, ricattori, sicuri e sfacciati: prerogative da cultori del business as usual, cari. Quando sul Web date addosso alla gente comune, io simpatizzo per la gente comune. Perché la gente comune viene da subtopie, consumiste o internettiane che siano…

Ok,  basta così. No, non vi odio, esattamente come Pasolini (a cui stavo molto presuntuosamente facendo il verso) non odiava gli studenti. Semplicemente io, alla pari del grande scrittore, sono molto turbato riguardo a certe idiosincrasie che caratterizzano un gruppo di persone a cui sento di appartenere e che, in linea di massima, stimo e rispetto. Ma per capire dove voglio andare a parare, parto da una discussione avvenuta su Facebook, in seguito a un post in cui si ragionava sulla capacità delle strategie comunicative ambientaliste di influenzare il grande pubblico. Ho occultato i nomi degli utenti per dimostrare che da parte mia non c’è alcun astio personale, vi posso comunque garantire che trattasi di soggetti di provata militanza ecologista.

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Ho una certa dimestichezza con  il concetto di ‘alibi’ perché, essendo di professione insegnante nella scuola superiore, lo vedo in azione piuttosto spesso sia tra gli studenti che tra i colleghi. Tuttavia, raramente mi è capitato di vedere così tante trappole psicologiche nel corso di un’interazione relativamente breve. Nell’ordine:

  • il ‘poco’ che è stato ottenuto è comunque prezioso;
  • le abbiamo tentate tutte;
  • la mente umana è inadatta a comprendere la complessità della problematica ecologica;
  • abbiamo già fatto sufficiente autocritica;
  • la gente è stupida e menefreghista;
  • le grandi trasformazioni culturali richiedono tempi lunghi.

 

Per carità, ‘alibi’ non è sinomimo di ‘balla’. In tutte queste argomentazioni sono anzi presenti indiscutibili elementi verità e, nel complesso, forniscono una perfetta spiegazione della mancata affermazione del pensiero ecologista: troppo perfetta, però, per essere davvero realistica. Non serve essere raffinati psicologi per coglierci, oltre a uno scaricamento di responsabilità su cause esterne, anche una sorta di narcisimo di fondo: noi ambientalisti, infatti, veniamo implicitamente raffigurati quale minoranza illuminata capace di cogliere quel quid in più negato al popolo-bue. Uno come me, che ha bazzicato in gioventù gli ambienti della sinistra, sente echeggiare consolidati complessi di superiorità… che solitamente non ti rendono granché simpatico agli occhi della gente, diminuendo quindi qualsiasi capacità di persuasione.

Seconda discussione su Facebook che mi ha ‘aizzato all’odio’. Un utente condivide un articolo sullo sciopero contro il global warming indetto da  Greta Thunberg, quindicenne svedese la cui iniziativa ha catalizzato grande attenzione e riscosso numerose adesioni. Ecco lo scambio che si crea tra me e un altro stimato e intelligente ecologista (nessuna ironia, è davvero una persona molto valida e preparata).

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(adesso si sarà capita la scelta delle scimmie a sostituire le foto dei profili)

L’idea che la sindrome di Asperger sia un tentativo di migliorare la specie umana ha trovato diversi proseliti negli ambienti dell’ecologismo radicale (quello dei limiti dello sviluppo, per capirci). Ogni volta che mi imbatto in questa concezione che sembra ispirarsi ai mutanti di X-Men (a proposito: R.I.P. Stan Lee), mi sale poco poco il sangue alla testa: anche in questo caso c’entra il mio lavoro, che mi ha portato a contatto con svariati ragazzi affetti da tale malattia.

Contrariamente all’opinione comune, l’Asperger non è una forma di autismo e non compromette le capacità cognitive (per citare malati famosi, si pensi a Steve Jobs, Bob Dylan, Mark Zuckerber ed Henry Ford). Diversamente da quanto pensano tanti amici ecologisti, gli asperger non sono ‘freddi come Spock’; essi amano, odiano, gioiscono e si inkazzano né più né meno degli altri, perché non sono privi di empatia affettiva: patiscono invece gravi problemi a livello di interazione sociale – che, se non adeguatamente attenzionati, possono facilmente degenerare anche in impulsi suicidi – mostrando inoltre la tendenza a comportamenti stereotipati, eccessiva focalizzazione, ritualizzazioni e manierismi motori. Inoltre, solitamente i malati di Asperger che godono di una buona qualità della vita ricorrono a trattamento farmacologico comprendente la somministrazione di antipsicotici, antidepressivi e farmaci contro l’ADHD, il deficit dell’attenzione. Se spesso risultano persone ‘speciali’ è perché, come capita a molti costretti in un percorso di malattia e disabilità, la vita le ha messe a dura a prova dovendo così lottare con tutte le forze per non naufragare, con inevitabili sofferenze che ne hanno però favorito la crescita individuale.

Ciò premesso, perchè mai le nostre passioni umane dovrebbero essere la causa del degrado ecologico e invece la soluzione risiederebbe nel trasformarsi in noiosi e apatici vulcaniani? Importanti esponenti del pensiero sistemico, vedi Fritjof Capra o Gregory Bateson, fanno risalire le origini profonde della distruzione dell’ambiente alla distinzione cartesiana mente-natura, quindi al razionalismo. L’homo oeconomicus teorizzato dall’economia neoclassica, con il suo comportamento egoista provocante la tragedia dei commons, è il prototipo perfetto del razionalismo apassionale: dobbiamo invece elevarlo a figura ideale dell’ecologismo? Così come dobbiamo forse rivalutare gli ‘ottimisti e razionali’ – Chicco Testa e compagnia cantante, giusto per capirci – fautori di un business as usual tinto di verde?

Soprattutto, sono stati freddi e insulsi vulcaniani figure di spicco come Chico Mendes o gli attivisti della Rainbow Warrior, capaci di difendere la natura fino al sacrificio estremo? L’ufficiale dell’Enterprise accetterebbe anche più ‘semplicemente’ di finire manganellato dalla polizia, come gli attivisti dei tanti comitati a difesa dei territori contro le grandi opere? Greta Thunberg, nella sua protesta, sta attingendo a quel misto di coraggio, determinazione e indignazione che le deriva dall’educazione ricevuta, dalle relazioni umane e soprattutto da quella parte più profonda, autentica e insondabile della nostra personalità che ci deriva proprio dall”essere scimmie’. Di sicuro non deve ringraziare minimamente un disturbo potenzialmente molto pericoloso come l’Asperger.

Nei momenti di scoramento, cerco sempre conforto nei miei santini laici dell’ecologia e Donella Meadows rimane sempre una preziosa fonte di ispirazione. In un suo famoso articolo, la grande ricercatrice statunitense, consapevole delle difficoltà a cui va inevitabilmente incontro la narrazione ambientalista (scogli contro i quali è sbattuta innumervoli volte), consigliava un approccio basato su due capisaldi fondamentali:

  • dire la verità;
  • agire con amore.

 

Per quanto riguarda il primo punto, non credo si possa imputare granché all’ecologismo radicale, sul secondo meglio glissare. Capita troppo spesso di imbattersi in individui disillusi e perpetuamente insofferenti contro il mondo, troppo occupati a rammaricarsi dei limiti della ‘natura umana’ e capaci persino di augurare pubblicamente pestilenze o altre catastrofi in grado di sfoltire l’umanità. Una volta, per curiosità, mi sono creato un account email fittizio e ho contattato un gruppo Web sulle scie chimiche, fingendomi interessato: non mi hanno ovviamente sorpreso le teorie totalmente strampalate e la relativa mole di informazioni bislacche a sostegno, ma il calore con cui mi hanno accolto e spronato sì, tantissimo. Mi proposero subito un incontro di persona e si offrirono di aiutarmi a organizzare eventi dove vivo, complimentandosi per il mio impegno a ‘evolvermi’ (paradossalmente, anche i cospirazionisti insistono pesantemente su questo tasto disdegnando l’attuale condizione ‘scimmiesca’). Tutto molto diverso dal clima ‘vulcaniano’ (per certe situazioni sarebbe adatto qualche termine più volgare) che ho trovato in alcuni contesti ecologisti. Riporto tre esempi tra tanti che mi hanno particolarmente amareggiato:

  • viene indetta una manifestazione contro una centrale a carbone, posto l’iniziativa sul gruppo Facebook di una associazione interessata all’esaurimento delle risorse. Ottengo una sola risposta più o meno di questo tenore: “che li appoggiamo a fare, tanto quelli sono NIMBY che sarebbero contrari anche ai pannelli fotovoltaici”;
  • divento amico virtuale di un noto e stimato membro di un’associazione interessata al picco del petrolio, da me sempre molto apprezzato per i suoi interventi. Un giorno lui posta un articolo dove la sovrappopolazione viene presentata quale ‘problema ecologico principale’, mi limito a osservare – in modo per altro del tutto pacato ed educato – come tale proclama possa risultare fuorviante in Occidente, dove la crescita demografica è sostanzialmente zero e l’overshoot è provocato da consumi eccessivi. Per tutta risposta ricevo una serie di assurdi improperi, quasi gli avessi insultato la mamma;
  • voglio organizzare una presentazione di Picco per Capre in una città vicina a Ravenna, mi rivolgo allora fiducioso a un gruppo esplicitamente interessato alle tematiche della transizione, sicuro del loro interesse. Invece la cosa naufraga, riporto testualmente la motivazione principale: “Quando si mescolano il problema e la soluzione in modo polarizzato si finisce inevitabilmente per attrarre chi è d’accordo e respingere chi non lo è e, cosa ancora più critica, si finisce per prevenire l’emergere di nuove ipotesi”. Magari organizzando un incontro pubblico si sarebbe potuto sviluppare un contraddittorio interessante su queste fantomatiche ‘nuove ipotesi’, ma tant’è…

 

Ed ecco quindi il mio ‘odio’ che, come spesso capita, è in realtà amore degenerato dalla delusione. Magari questo articolo sarà ignorato o letto e disprezzato con morigeratezza da schiere di aspiranti vulcaniani, o magari toccherà nervi scoperti e scatenerà reazioni. Ben felice di ricevere repliche negative, ma sentite e appassionate.

 

I am a child of that culture myself, and worse, a scientifically trained one. I have been educated to trust in rationality, not in love. But I have also been trained to see whole systems, and the more I do that, the more I see that rationality and love are in fact the same thing. What is love, but the ability to identify with someone or something beyond your own skin? Love is the expansion of boundaries, the realization that another person, or family, or piece of land, or nation, or the whole earth is so intimately connected to you that your welfare and his, her, or its welfare are one and the same.

In truth, of course, we are all intimately interconnected with each other and with the earth. We have always been. Love has always been a practical idea, as well as a moral one. Now it is not only practical but urgent. It is time to accept the astonishing notion that to be rational, to ensure our own self-preservation, what is required of us is to be GOOD. (Donella Meadows)

 

 

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