Anche io voglio sfruttare l’onda di interesse che lo “sciopero per il clima” ha sollevato, prima che tutti torniamo ad occuparci d’altro.  Però non parlerò di Greta, anche se mi è simpatica.  Parlerò invece di cosa si può e di cosa non si può fare non per fermare, ma per mitigare il disastro in corso.
Ridurre le emissioni” è la parola d’ordine, ma si può?   A conti fatti, se lo facessero Cinesi  e Americani varrebbe la pena di farlo anche in Russia, India, EU e Giappone; magari Brasile.  A quel punto tutti gli altri potrebbero fare quel che vogliono, che non farebbe differenza.  Se, invece,  cinesi e americani non si impegnano sul serio, tutti gli altri non potrebbero cavare un ragno dal buco.
Dunque, che gli rispondiamo a Greta e ad i suoi followers?  Che stiamo aspettando che Trump e Xi cambino idea?   Io credo che potremmo rispondere qualcosa di più sensato perché se, per ora, non possiamo fare molto sui fattori climatici globali, possiamo invece fare molto sui fattori regionali e locali e, come ha detto Greta, “Abbiamo bisogno di speranza, ma la speranza verrà dall’azione”.
Dunque vediamo se, emissioni a parte, possiamo fare qualcosa qui ed ora.  La risposta è : SI.

Siccità.

La siccità è un fenomeno complesso che deriva in parte da fattori climatici globali, in parte da fattori climatici locali ed in larga parte dall’inaridimento attivo del territorio. E’ anche il fenomeno che sta causando i danni di gran lunga maggiori in Europa (e non solo), molto maggiori dei ben più spettacolari nubifragi.   La siccità non provoca infatti milioni di danni in poche ore, ma provoca miliardi di danni in pochi anni.  Colpisce in maniera spesso irreversibile i suoli e la vegetazione, facilita gli incendi, lesiona le fondamenta, provoca subsidenza, porta i contadini alla bancarotta, aumenta l’erosione ed il rischio di alluvione; per citare solo alcuni degli effetti, in ordine sparso.
Ma la gente che conta sta in città, come i loro elettori che, finché vedono uscire l’acqua dal rubinetto, pensano che una domenica di sole sia una bella cosa, anche se non piove da mesi.   E quando l’acqua smette di uscire non protestano perché sono state esaurite le falde freatiche senza che nessuno li avvertisse, bensì protestano perché vogliono altri pozzi, altri tubi, altre pompe.
“L’acqua è un diritto”, d’accordo, ma quanta?  Quanta ce ne è; e ce ne è sempre meno.  Ma nessuno si sogna di razionare l’acqua, malgrado la siccità sia un fatto ormai cronico da 30 anni in buona parte della Penisola, perché sarebbe un suicidio politico immediato.
Che si può fare?  In effetti, sono un paio di secoli che gli stati, le comunità ed i privati si affannano ad inaridire il proprio territorio in molti modi.  La figura rappresenta il porto di Altopascio, fra Lucca e Pistoia, dove arrivavano chiatte da Pisa, per via d’acqua; ma anche Lucca e Firenze avevano dei porti fluviali e canali navigabili.   L’unica cosa sensata è rifare il più possibile di ciò che è stato disfatto.
Riallagare le paludi, allargare e abbassare gli argini dei corsi d’acqua, ridare sostanza organica a struttura ai suoli agricoli, abbandonare colture idroesigenti (come il mais) per colture seccagne (come il grano, il sorgo o il miglio). Sono tutte cose non sempre possibili, ma degli spazi di manovra ancora ci sono ed anziché spendere per drenare, si dovrebbe spendere (in molti casi risparmiare) per rallentare in tutti i modi possibili il deflusso delle piogge se quando ci sono.   Cioè esattamente l’opposto di quanto stiamo facendo.
Se poi siamo in vena di opere pubbliche, invece di trivellare pozzi per depauperare ulteriormente una risorsa già degradata, si potrebbe investire in depuratori urbani che, ovunque, sono insufficienti e/o fatiscenti.   L’acqua reflua di questi potrebbe essere utilizzata per alcuni processi industriali o per ricostituire aree umide artificiali.  Più difficilmente per irrigazione, ma dei margini ci sono anche in tal senso. Fermo restando che, comunque, l’irrigazione deve essere ridotta, anche se ciò comporterà necessariamente un calo delle produzioni.   Il che vuol dire soprattutto una riduzione degli allevamenti intensivi ed il razionamento della carne.

 

Ondate di calore.

Oramai 38-40 gradi sono diventati la nuova normalità delle nostre estati.  Possiamo fare qualcosa?  SI.
L’intervento più importante in assoluto è mettere le città e, parzialmente, le campagne all’ombra.   Gli alberi sono la più potente arma di cui disponiamo per combattere il caldo. Tutti i comuni dovrebbero essere parossisticamente impegnati a piantarne in ogni angolino possibile, perfino eliminando dei parcheggi per fare posto agli alberi.  Cioè, ancora una volta, dovrebbero fare esattamente il contrario di quello che stanno facendo.
Certo, più alberi si piantano, maggiore è il rischio che ne cada uno in testa ad un passante.  Esattamente come più auto circolano, maggiore è la probabilità che qualcuno venga messo sotto, ma nessun sindaco manda in giro squadre di operai a demolire le auto per strada.  Perché?   Perché la “sicurezza” è semplicemente un pretesto; il punto è che gli alberi fanno foglie e spazzare le foglie costa.  Se vogliamo gli alberi dovremo quindi tagliare da un’altra parte e qui casca l’asino perché la stragrande maggioranza della popolazione è disposta a tagliare su parchi e giardini, piuttosto che su altro.

 

Energia.

Ridurre i consumi energetici, quali che ne siano le fonti, non solo riduce le emissioni, poco o tanto che serva, ma riduce anche la nostra dipendenza da canali commerciali che diventeranno sempre meno affidabili sia perché tutti i paesi esportatori di energia sono più o meno ostili e/o instabili, sia perché le filiere industriali dell’energia fossile andranno presto incontro a seri problemi strutturali.
Dunque ben vengano isolanti ed ombreggianti, mentre per possedere un condizionatore bisognerebbe ottenere un permesso speciale, difficile da estrarre da una complicata ed inefficiente macchina burocratica.  Insomma, ci vorrebbe una qualche forma di razionamento degli apparecchi particolarmente energivori, oppure direttamente dell’elettricità e dei carburanti.
Ma sono molte altre le cose che si possono fare per ridurre drasticamente i consumi senza spendere un quattrino, anzi risparmiandone un bel po’.   Per esempio ridurre drasticamente i riscaldamenti (ci sarebbe già da decenni  una legge in proposito che nessuno si è mai sognato di applicare) ed eliminare una buona parte dell’illuminazione stradale.  Come per caso, anche qui bisognerebbe fare esattamente il contrario di quel che si fa.
Eolico e solare non potranno mai darci il benessere economico che ci ha dato il petrolio nel suo periodo migliore e il loro effettivo impatto sulle emissioni è discusso, ma di sicuro possono aumentare la nostre resilienza, ma mano che il rifornimento di combustibili fossili diventerà più problematico.
Oggi va di moda il legname e certamente lo si può usare, ma nella nostra furia stiamo trascurando due fatti essenziali.  Il primo è che per far crescere un albero ci vogliono 50 anni, mentre per buttarlo giù bastano 5 minuti.  Il secondo è che nei decenni venturi gli alberi dovranno ricrescere in condizioni ambientali molto più difficili di quelle dei decenni scorsi (meno pioggia e neve, più caldo, più tempeste, più ungulati, ecc.).  In pratica, l’industria del cippato sta usando i boschi come se fossero dei giacimenti di legname pronti all’uso; poi si vedrà, tanto ce ne è assai.

 

Biodiversità.

Ultima, ma prima in importanza.  La distruzione di biodiversità è legata in parte al cambiamento del clima e sinergica con esso; in parte dipende da molti altri fattori come la circolazione di sostanze tossiche, l’urbanizzazione, il degrado dei suoli, il turismo di massa e molto altro ancora.  Ci riguarda molto da vicino perché possiamo immaginare l’ecosistema di cui facciamo parte come un enorme e complicatissimo computer in cui noi siamo lo schermo, tutte la altre specie sono la scheda madre ed il processore.  Noi vogliamo uno schermo sempre più grande e luminoso, ma se continuiamo a fare a pezzi la scheda ed il processore non ci sarà poi molto da guardare.
Anche in questo caso ci sono moltissime cose che si possono fare qui e ora.  Per esempio ingrandire invece di restringere i parchi e le riserve, oppure smettere di usare i boschi come fossero miniere, e molti degli interventi accennati sopra avrebbero impatti molto positivi anche per la biodiversità.  Il punto fondamentale è che, ancora una volta, ci lamentiamo di un andazzo che è esattamente quello che stiamo perseguendo, in modo non dissimile da un alcolizzato che pretenda di curarsi il fegato con la grappa.

 

Chiosa

Avrete notato che ho scritto varie volte la parola “RAZIONAMENTO”.   Orrore e raccapriccio!  Quale politico potrebbe pronunciare l’impronunciabile e non essere spazzato via a furor di popolo?   Ma razionare non solo la carne, ma anche e soprattutto l’acqua e l’energia sarebbe il primissimo provvedimento da prendere e mantenere oramai in via definitiva.  Non solo per gli effetti diretti, ma soprattutto per far capire finalmente alla cittadinanza due punti fondamentali: 1 – siamo in pericolo; 2 – Fare finta di niente serve solo peggiorare la nostra situazione.
Qualcuno obbietterà che gli interventi qui proposti avrebbero impatti violenti sull’economia e sull’occupazione.  Ha perfettamente ragione: nessuna di queste cose potrebbe essere fatta senza danneggiare qualcuno o qualcosa e se si intraprendesse la strada di rendersi conto che siamo in guerra contro noi stessi e che sopravvivere non sarà facile, finiremmo col renderci conto che niente di utile può essere fatto senza farsi male.   Ma al punto in cui siamo farsi male non è una scelta: accade ed accadrà comunque.   La scelta che ci rimane è tra soffrire e lasciare qualcosa a Greta ed ai suoi coetanei, oppure soffrire e non lasciare niente e a nessuno.

Di tutto questo e di molto altro parleremo il 22 marzo a Pisa, nella Sala Convegni del Polo didattico delle Piagge, in via Mateotti 11.   Per informazioni:  https://www.apocalottimismo.it/convegno-resilienza-estinzione-22-marzo-pisa/

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