“Trionfo di Boris Johson” (Repubblica), “Elezioni in Gran Bretagna, vittoria schiacciante per Boris Johnson” (Corriere della Sera), “Boris Johnson stravince le elezioni: laburisti travolti, l’Inghilterra grida Forza Brexit” (Libero), “Boris Johnson ha stravinto. ‘Ora subito la Brexit'” (AGI), “Johnson sbanca le urne, Londra vola verso la Brexit” (ANSA)… Il racconto dei mass media di qualsiasi orientamento riguardo alle Elezioni Generali britanniche del 12 dicembre scorso è stato univoco, perfettamente sintetizzabile nel commento espresso da Biagio Simonetta sul Sole 24 ore:

Con la vittoria del conservatore Boris Johnson alle elezioni del 12 dicembre, il divorzio del Regno Unito dall’Unione europea il 31 gennaio 2020 sembra scontato. Per Johnson, del resto, c’è stato un plebiscito elettorale. Un risultato che, di fatto, legittima ancora di più la Brexit. 

 

In effetti, forte della maggioranza assoluta di 365 deputati su 650, Johnson potrà spadroneggiare in parlamento e imporre senza problemi la propria agenda politica. Tuttavia, qualsiasi giornalista serio dovrebbe sapere che, laddove vige un sistema elettorale uninominale e maggioritario a turno unico – come in Gran Bretagna – sondare orientamenti e umori degli elettori limitandosi alla conta dei seggi ottenuti può rivelarsi fuorviante. Infatti, se svisceriamo il risultato più in profondità, emerge uno scenario abbastanza diverso da quello tanto strombazzato:

 

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  Fonte: Wikipedia

 

Al 56% di seggi conquistati dai conservatori corrisponde il 43,6% delle preferenze dei votanti, cioé l’1,2% in più del risultato ottenuto dal partito nel 2017 sotto la guida di Theresa May; in termini assoluti, il ‘plebiscito’ di Johnson consiste in circa 330.000 schede elettorali di vantaggio rispetto alla sua predecessora. I ripetuti paragoni con le storiche elezioni del 1979 che portarono per la prima volta al potere Margareth Thatcher sono inoppurtuni: malgrado le proporzioni simili del successo (la lady di ferro riscosse il 43,9% dei consensi), il partito conservatore all’epoca conquistò ben otto punti percentuali, interrompendo cinque anni di esecutivo laburista. Considerando tutti gli aventi diritto al voto (astenuti compresi), Johnson ha convinto solo un esiguo 0,7% di cittadini in più rispetto a May, confermando il peso che i tories già avevano sul paese; emblematicamente, nella circoscrizione elettorale di Londra i laburisti hanno mantenuto invariato il predominio.

Se, rispetto ai roboanti titoloni a nove colonne, l’exploit dei conservatori esce in qualche modo ridimensionato essendo gonfiato dai meccanismi elettorali, emerge invece con prepotenza la sconfitta dei laburisti. Marco d’Eramo su Micromega, imitato da tanti altri commentatori, ha spiegato il tracollo della formazione di Jeremy Corbyn con i tentennamenti del suo leader riguardo alla Brexit per evitare spaccature interne al partito:

 

È infatti il fattore Brexit a spiegare il crollo dei laburisti: Jeremy Corbyn sapeva bene che il proprio elettorato era spaccato in due sulla questione. Da un lato l’intellighentsia genericamente progressista e metropolitana (quella che Thomas Picketty chiamava “i bramini”) decisa a restare in Europa. Dall’altro la sua base proletaria (non necessariamente operaia) decisamente a favore della Brexit. È per questo che Corbyn sulla Brexit ha fatto per quattro anni il pesce in barile e ha cercato, senza riuscirvi, di spostare il terreno elettorale dalla Brexit all’economia, alla sanità, alla rinazionalizzazione dei servizi: sapeva che qualunque posizione netta avesse preso sull’Europa, sarebbe stato punito. Ma anche non aver preso posizione con chiarezza è stato sanzionato dagli elettori.

 

I numeri confermano lo scontro mortale intellighentsia filo-UE vs proletariato pro Brexit? Non proprio. Ad esempio, non c’è traccia di un travaso di voti dai laburisti alle formazione anti-europeiste: il principale partito di sinistra ha perso circa 2,6 milioni di voti e, anche ammettendo che tutti coloro che hanno deciso di astenersi rispetto al 2017 e tutti i guadagni di preferenze per conservatori e Brexit Party (partito di Nigel Farage che ha rimpiazzato l’UKIP) siano da considerarsi voti mancati per Corbyn, ciò giustificherebbe comunque un salasso non superiore ai 385.000 voti.

Al massimo, si può ipotizzare che il quasi milione e mezzo di consensi guadagnato dai  liberaldemocratici derivi principalmente da una diaspora dell’ala moderata di ispirazione blairiana, che però potrebbe essere stata dettata non tanto da ambiguità di Corbyn sulla Brexit quanto dal rigetto per la sua piattaforma programmatica socialisteggiante. Per altro, trattasi di vittoria di Pirro per i liberaldemocratici perché, malgrado il sensibile aumento di consensi, non riuscendo a concentrare i voti nei singoli collegi elettorali hanno finito addirittura per perdere un deputato rispetto alla precedente legislatura. Meraviglie del maggioritario: gli indipendentisti scozzesi, nonostante abbiano ottenuto un terzo dei voti, portano a casa un numero di seggi quattro volte maggiore. Chiamatela democrazia…

Se la sconfitta laburista è difficilmente imputabile all’Europa, allora è forse il caso di mettere in discussione un altro assunto dell’articolo di d’Eramo universalmente condiviso dai media, quello della netta affermazione del sentimento pro Brexit:

 

Se nel referendum del 2016 i filo-europei avevano perso per relativamente pochi voti, la schiacciante vittoria di Boris Johnson nel voto di martedì mostra che un secondo referendum avrebbe dato una vittoria molto più netta alla Brexit. Tutti coloro che reclamavano un secondo referendum si sbagliavano di grosso e avevano perso contatto con la realtà sociale britannica. Perché il voto britannico è stato soprattutto un plebiscito per la Brexit.

 

Se davvero il tema ha ricoperto un ruolo prioritario rispetto a qualsiasi altra problematica, se ne deduce che difficilmente gli elettori britannici avranno optato per partiti esprimenti una posizione sulla Brexit diversa dalla loro personale opinione sull’argomento. Che cosa succede sommando le percentuali di voto delle principali formazioni pro o contro la permanenza del Regno Unito nella UE?

 

NO UE: Conservatori + Brexit Party + Unionisti = 43,6 + 0,8 + 2,0 = 46,4%

PRO UE: Laburisti + Liberal Democratici + Ind. Scozzesi + Verdi = 32,1 + 11,6 + 3,9 + 2,7 = 50,3%

 

“La miserabile minaccia di un secondo referendum è stata sventata”, ha dichiarato tronfio Johnson immediatamente dopo la vittoria: forse avrà tirato un sospiro di sollievo in quanto, a differenza di molti giornalisti, non era poi così sicuro di un’affermazione, per giunta netta.

Molto bene, consultando qualche fonte affidabile su Internet siamo riusciti a scoperchiare una verità ignorata e a diffonderla sul Web, potenzialmente fruibile da milioni di utenti! E’ possibile quindi riparare alla propaganda e riaprire i giochi? Oppure tanto vale mettersi il cuore in pace? Esperienza e razionalità, ahimé, propendono per la seconda ipotesi.

Senza per forza scomodare Goebbels, è lapalissiano come la cronaca partorita dei mass media sia infinitamente più potente della semplice constatazione dei fatti, anche qualora provenga da un famoso influencer (cioé l’esatto opposto della mia condizione in Rete). Le affermazioni massmediatiche si comportano alla maniera dei cosiddetti atti linguistici, enunciati cioé che non si limitano a descrivere la realtà, ma compiono vere e proprie azioni sul mondo che rappresentano nel momento stesso in cui vengono proferiti, persino se ci sono di mezzo colossali menzogne.

Ricordate – un esempio tra tanti – le famigerate armi di distruzione di massa di Saddam Hussein? Una totale bufala che, non appena giornali e televisioni rilanciarono le dichiarazioni all’ONU di Collin Powell e le relative immagini con la fialetta in mano, assurse a fatto concreto che riscrisse da capo l’intera discussione sulla legittimità dell’invasione statunitense in Iraq. I dibattiti sui presunti pericoli legati al terribile arsenale di Saddam si sostituirono a quelli sulle fragilissime (meglio dire inesistenti) prove che avrebbero legato il regime di Baghdad agli attentatori dell’11 settembre, confondendo l’opinione pubblica e portando acqua al mulino della guerra a prescindere dall’infondatezza della tesi sostenuta, perché il ‘principio di precauzione’ spinse molta gente a preferire l’intervento militare a rischi, per quanto nebulosi (“e se Saddam avesse veramente armi atomiche e batteriologiche?”).

Come dimenticare i tanti blogger inascoltati che smentirono rigorosamente, colpo su colpo, le  farneticazioni del Segreterario di Stato? Hanno minimamente inciso sul corso degli eventi?

 

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US Secertary of State Colin Powel holds up a vival that he said could contain anthrax during a meeting of the United Nations Security Council, Wednesday, Feb. 5, 2003. (AP Photo/Elise Amendola)

 

Mutatis mutandis, qualcosa di simile sta capitando oggi. Se, alla luce dei fatti, il successo dei Conservatori è stato netto ma non epocale e l’opinione pubblica britannica sulla UE appare ancora spaccata, dopo tanto battage mediatico il ‘plebiscito’ per Johnson e la Brexit assume la dimensione di un dato empirico perché la narrazione di televisioni, giornali, portali Web e social network ha provveduto a ridefinire l’immaginario del grande pubblico, gran parte del quale starà modificando i propri convincimenti originari per uniformarsi a quel popolo conservatore e anti-UE nettamente maggioritario in Regno Unito di cui tanto si sente parlare. Pertanto, se per assurdo si tenesse davvero un secondo referendum, io stesso pronosticherei un’affermazione della Brexit più netta del 2016.

Chiamatela pure fabbrica del consenso, regime orwelliano, Matrix, ecc., la percezione della realtà ha quasi sempre il sopravvento sulla realtà stessa. In fondo, come Jay Forrester e tutti i grandi maestri del pensiero sistemico ci hanno sempre insegnato, quello che chiamiamo ‘mondo reale’ è in realtà un modello mentale influenzato da molteplici fattori, pochi dei quali tanto egemonici quanto i mass media. Constatazione semplice e triste per noi apocalottimisti, che di egemonia possiamo vantarne poca o nulla (tanto vale sperare nella psicologia inversa!)

 

Fonti dei dati: Elezioni Generali del Regno Unito 1979, Elezioni Generali nel Regno Unito 2017, Elezioni Generali nel Regno Unito 2019

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