“Quasi dappertutto – e anche, di frequente, per problemi puramente tecnici – l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero” (Simon Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici)

 

Scritte nel 1943, cioé nel bel mezzo degli orrori della seconda guerra mondiale, queste parole oggigiorno suonano mille volte più significative. Da allora, le strategie comunicative dei mass media hanno promosso inesorabilmente la logica biasimata dalla Weil, mentre i social network l’hanno portata al parossismo attraverso un dibattito pubblico a colpi di like e dislike, dove ogni cosa è ridotta a feticcio del bene o del male, a seconda delle proprie visioni personali.

Così facendo, si genera inevitabilmente un’isteria collettiva utile per creare fazioni e promuovere campagne di opinione, ma estremamente dannosa per comprendere la realtà effettiva delle cose. Senza contare il rischio di stritolare le persone coinvolte in questo tipo di querelle, nel momento in cui credibilità e reputazione sono basate unicamente sulla capacità di calamitare consenso.

il 27 luglio scorso si è tolto la vita Giuseppe De Donno, ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova salito agli onori della cronaca come principale alfiere della terapia a base di plasma iperimmune contro il Covid-19. Da semplici spettatori, è stupido congetturare sui motivi che lo hanno indotto alla sciagurata decisione, attualmente è in corso un’inchiesta giudiziaria per istigazione al suicidio alla scopo di accertare eventuali responsabilità. Ha invece molto senso ripercorrere la storia di cui è stato protagonista tenendo a mente l’ammonimento della Weil, per comprenderla al di là del clima da stadio che l’ha pervasa, al fine di trarne qualche insegnamento utile per il futuro.

L’origine della terapia e il caso mediatico

Il 16 marzo 2020, nella fase acuta della prima ondata pandemica, viene siglato un protocollo che coinvolge l’ospedale Carlo Poma di Mantova e il Policlinico San Matteo di Pavia, al fine di avviare un trattamento sperimentale basato sulla somministrazione di plasma iperimmune, ottenuto prelevando gli anticorpi di pazienti riusciti a sconfiggere il coronavirus. Trattasi di una prassi ideata già a fine Ottocento e impiegata un secolo fa contro difterite e spagnola, più recentemente utilizzata con successo contro Ebola e influenza H1N1; a Febbraio, è già stata tentata con buoni risultati a Wuhan, città cinese epicentro del contagio.

Verso la fine di aprile, iniziano a circolare le prime notizie positive sulla validità della cura, importanti segnali di speranza nell’Italia in lockdown, dove la malattia uccide quotidianamente diverse centinaia persone. Il 5 maggio la nota trasmissione di Italia 1 Le Iene dedica alla plasmaterapia il primo di una serie di servizi che si susseguiranno per i mesi successivi. Il messaggio che arriva agli spettatori è di una cura facilmente attuabile, molto economica e, soprattutto, estremamente efficace: tutti i pazienti intervistati raccontano di un rapido decorso positivo dopo il fallimento di terapie precedenti, qualcuno parla esplicitamente di miracolo. Molta enfasi viene posta sul caso di Pamela, donna che ha contratto il Covid-19 mentre era incinta riuscendo a guarire e a proseguire con successo la gravidanza.

Tuttavia, la trasmissione denuncia gravi ostacoli alla diffusione del trattamento, accusando il governo di non impegnarsi a sufficienza per rimuovere gli impedimenti burocratici, in particolare per quanto riguarda la creazione di banche per la raccolta del plasma su tutto il territorio nazionale. Si sospetta che l’inerzia sia dovuta alla paura di ledere gli interessi delle case farmaceutiche, desiderose di promuovere la diffusione dei costosi anticorpi monoclonali e timorose che il plasma possa intaccare un business multimilionario.

Nel mirino finiscono pure i virologi divenuti presenza in fissa in televisione,  i quali sono soliti raffreddare gli entusiasmi sul plasma. A Che tempo che fa, Roberto Burioni  lo descrive come un farmaco poco congeniale, costoso da preparare e rischioso, ragion per cui ritiene gli anticorpi monoclonali una soluzione di gran lunga preferibile. Le Iene scoprono un suo rapporto di consulenza con l’azienda Pomona srl, che detiene brevetti sulle monoclonali, lasciando intendere eventuali interessi economici dello scienziato nella loro commercializzazione (Burioni querela la trasmissione e l’autorità giudiziaria interviene dandogli ragione). In generale, i servizi tendono a contrapporre i ‘medici da salotto’ a quelli in prima linea, impegnati in reparto a salvare la gente.

Dal battage mediatico che coinvolge la terapia nella prima metà del 2020 emergono principalmente due figure del Poma, il direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale Massimo Franchini e, soprattutto, il primario di pneumologia Giuseppe De Donno. Intanto, anche in altri ospedali italiani si comincia a raccogliere il plasma dei guariti e a somministrarlo per ‘uso compassionevole’, ossia prima della fine della sperimentazione clinica.

Lo studio pilota

Nel dicembre del 2020, Haematologica (rivista open access della fondazione Ferrata-Storti) pubblica uno studio pilota curato da De Donno, Franchini e altri quindici medici degli ospedali di Mantova e Pavia, riguardante l’esito della somministrazione del plasma iperimmune a 46 pazienti del San Matteo affetti da gravi forme di Covid-19. La sperimentazione è iniziata il 25 marzo e si è conclusa il 28 aprile, mentre il paper è stato consegnato alla rivista il 5 giugno.

I risultati sono incoraggianti, perché si registra una mortalità del 6% rispetto a un dato nazionale del 13-20%. Non sono tutte rose e fiori, però, in quanto quattro soggetti (quindi ben l’8,6% del campione) hanno manifestato effetti collaterali gravi dopo aver ricevuto il plasma. Ma a far riflettere è soprattutto la conclusione dell’articolo:

 

In conclusion, we were able to show a promising benefit of hyperimmune plasma in COVID-19 patients, both through a reduction of mortality, an improvement in respiratory function and decreases in inflammatory indices. This was a proof-of-concept study, thus these findings should not be over-interpreted and efficacy cannot be advocated yet. Nevertheless, the results pave the way for future developments including the rigorous demonstration of hyperimmune plasma efficacy in a randomized clinical trial, and possibly, the need for hyperimmune plasma banking to anticipate a potential second wave of the pandemic, the development of standardized pharmaceutical products made from the purified antibody fraction (concentrated COVID-19 H-Ig) and last, but not least, the production of monoclonal antibodies on a large scale.

 

L’auspicio alla “produzione di anticorpi monoclonali su larga scala” cozza decisamente contro l’intera impalcatura narrativa de Le Iene, fatto immediatamente rimarcato da Burioni. In ogni caso, lo studio pilota passa totalmente in secondo piano perché, quando viene diffuso, oramai la figura di De Donno catalizza da mesi l’attenzione generale sul plasma.

L’ascesa mediatica di De Donno

Fin dai primi clamori intorno alla sperimentazione condotta al Poma, De Donno ha subito fatto parlare di sé per la comunicazione diretta e poco improntata alla diplomazia, incline alla polemica e spesso dai toni coloriti, con cui si distingue dai colleghi decisamente più cauti e moderati. Da subito, non lesina critiche al ministro della salute Speranza e non nasconde la profonda avversione per medici e ricercatori resi celebri dalla televisione. Soprattutto per il massimo esponente della categoria, ossia Roberto Burioni.

Il primo screzio si verifica il 29 aprile, quando il ricercatore del San Raffaele, dieci giorni dopo essersi espresso sul plasma da Fabio Fazio, ritorna sull’argomento pubblicando un video su YouTube dove lo definisce una cura interessante ma per lo più adatta a una situazione di tipo emergenziale, utile principalmente allo scopo di produrre anticorpi sintetici. Il giorno stesso, il primario del Poma replica su Facebook senza mandarle a dire:

 

Il Signor scienziato, quello che nonostante avesse detto che il Coronavirus non sarebbe mai arrivato in Italia, si è accorto in ritardo del plasma iperimmune.
Forse il Prof. non sa cosa è il test di neutralizzazione. Forse non conosce le metodiche di controllo del plasma. Visto che noi abbiamo il supporto di AVIS.
Glielo perdono. Io piccolo pneumologo di periferia. Io che non sono mai stato invitato da Fazio o da Vespa.
Ora, ci andrà lui a parlare di plasma iperimmune. Ed io e Franchini alzeremo le spalle, perchè….
Importante è salvare vite!
Buona vita, quindi, Prof. Burioni. Le abbiamo dato modo di discutere un altro po’. I miei pazienti ringraziano.
PS: vedo che si sta già arrovellando a come fare per trasformare una donazione democratica e gratuita in una “cosa” sintetizzata da una casa farmaceutica.
Non siamo mammalucchi!
Sempre vostro
Peppino
PS: condividetelo amici. Forse arriviamo al Prof. E gli potrò chiedere un autografo!
NB: se voi condividete il post, attenzione! La mia introduzione scompare. Rimane solo il panegirico del Prof! Facebook ci spieghi?

 

Tante delle persone allergiche al carattere di Burioni stravedono all’istante per questo medico di provincia che non si fa scrupoli a rispondere in maniera tanto caustica al blastatore per eccellenza del Web. Qualcuno realizza una catena di Sant’Antonio su WhatsApp che diventa virale, allegando al post di De Donno il seguente messaggio:

 

Ti do una buona notizia, certa, che è arrivata ufficialmente dall’ospedale di Mantova I morti per Covid-19 sono azzerati da quasi un mese. E viviamo in Lombardia, epicentro dell’epidemia. Ripeto AZZERATI. Anche soggetti quasi dati per spacciati, trasportati a Mantova sono guariti. Nessun miracolo, semplicemente a Mantova come sapete (e a Pavia) hanno utilizzato e testato il plasma iperimmune (ricavato dal sangue dei guariti). La fase di test è ultimata e la relazione che uscirà a breve sarà sorprendente.

Quindi la cura esisterebbe, e avrebbe costo quasi zero. Unico limite è che servono donatori, ma con la rete dell’Avis questo è possibile grazie anche all’opera di sensibilizzazione (a Mantova chi esce guarito dall’ospedale dona il sangue anche con piacere). Il noto virologo Burioni, quello che diceva che in Italia il pericolo era zero, ora va in tv (profumatamente pagato) a dire che il plasma ha un limite, e che sarebbe meglio un farmaco sintetizzato (chissà perché).

 

Una settimana dopo, De Donno apparirà a Porta a Porta iniziando una lunga serie di comparsate in televisione ed eventi in Web streaming. Ma sono soprattutto i social network ad avvicinarlo al grande pubblico.

Prima di lui, atteggiamenti da Webstar erano già stati prerogativa di altri medici e scienziati baciati dalla notorietà, a partire dal più volte citato Burioni fino ai tanti virologi divenuti celebri con il progredire della pandemia; tuttavia, con De Donno si assiste a un notevole salto di qualità comunicativo. Su Facebook non si limita a segnalare le iniziative che lo vedono coinvolto, diffonde anche istantanee della lotta quotidiana del Poma contro il Covid, in cui esprime empatia e vicinanza verso pazienti, collaboratori e personale sanitario (“i miei angeli dell’ospedale”), rivendicando orgogliosamente la sua concezione di medicina concreta e disinteressata. Tuttavia, condivide pure momenti di vita privata e riflessioni personali che esulano dalla sfera professionale.

In tantissimi restano affascinati dall’immagine da “umile medico di campagna”, come ama definirsi, e dal suo stile informale, condito di riferimenti alla cultura di massa, del tutto antitetico allo snobismo altezzoso tipico dei colleghi-opinionisti. Si crea così una nutrita fanbase (quasi centomila follower su Facebook) che gli comunica affetto e stima: per tantissimi diventa semplicemente “il Doc”, il medico che si sporca le mani riscattando l’onore della professione dai parolai che sentenziano in TV.

Il primario si trova perfettamente a suo agio nell’arena digitale, imitando da subito i classici comportamenti degli influencer che spopolano sui social media: conia hashtag virali  (#nonsiamomammalucchi il più famoso); chiede like e condivisioni ai follower; si interfaccia con persone famose, ad esempio scrive un post sul profilo di Tiziano Ferro dichiarandosi suo fan e chiedendogli di sostenere la propria pagina; si dà persino agli ‘esperimenti sociali’, creando l’account del fittizio Dr. Joseph Dominus, presentato come un medico statunitense suo amico sostenitore della cura al plasma (“Ho volutamente creato un account secondario, associandovi il mio telefono ed il mio nome, proprio perché non avevo nulla da temere, dal quale ho smitragliato qualche commento saggiando le reazioni altrui”, spiega quando viene smascherato).

Nel frattempo, nascono gruppi on line e associazioni in suo favore, che promuovono raccolte fondi e realizzano gadget ispirati a lui, quali magliette e mascherine con impresse la scritta #nonsiamomammalucchi.

 

De Donno
  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr

De Donno
  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr

 

De Donno
  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr

 

 

Oramai, per il primario del Poma non si tratta più soltanto di veder riconosciuto il valore terapeutico del plasma. Tale battaglia diventa il vessillo di un progetto ben più ambizioso, ossia promuovere una sorta di campagna contro quelli che ritiene essere i mali che affliggono la medicina italiana. E’ così che giustifica la ricerca spasmodica di esposizione mediatica; da un’intervista del 21 giugno 2021 al Fatto Quotidiano:

 

Ma perché non si limita a lavorare e pubblicare i risultati?

Perché la visibilità serve. La mia Regione si è fidata a lungo di Burioni e poi guardi dove siamo andati a finire. In un altro Stato Burioni non farebbe più il virologo.

Ma che le ha fatto Burioni?

Ce l’ho con certa scienza che non si assume le responsabilità. Galli dovrebbe spiegare perché ha detto certe cose all’inizio, così come Salvarani. Queste persone hanno condizionato la politica.

 

Con il trascorrere del tempo, i toni assumono connotazioni sempre più militanti, se non proprio da spot promozionale. Ecco alcune dichiarazioni alla stampa particolarmente significative del periodo aprile-giugno:

 

“Il plasma, in questo momento, è l’unico farmaco specifico contro il covid. In pratica, è come se noi inoculassimo nei pazienti malati un vaccino che ha fatto il suo effetto dopo 20 giorni. Il plasma, quindi, è un qualcosa di molto più potente di un vaccino…  Con la plasmaterapia riusciamo a svezzare i pazienti dalla ventilazione meccanica in tempi rapidissimi: se prima erano necessari circa 15 giorni, adesso riusciamo a dimetterli dopo 5-6 giorni… In realtà, siamo molto cauti, perché potremmo svezzarli anche prima delle 24 ore” (Radio Radio, 21 aprile)

“Il plasma è democratico perché è il popolo che lo dona per salvare il popolo. Probabilmente a qualcuno non piacerà” (Radio Radio 28 aprile)

“La nostra arma magica. Nessun morto tra i nostri pazienti selezionati e trattati con il plasma. Da ministero e Iss però nessun segnale, stanno alla finestra” (Gazzetta di Mantova, 4 maggio 2020)

“La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari e io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma” (La Verità, 15 giugno)

 

Da queste parole, i lettori a digiuno di ematologia intuiscono che il plasma di quasi tutti i guariti sia funzionale all’uso terapeutico, mentre sussistono non poche restrizioni, sicuramente note allo pneumologo. Deducono che nessun paziente a cui sia stata somministrata la cura abbia perso la vita, mentre solo lo studio pilota segnala tre decessi. Inoltre, leggono di un De Donno preoccupato per la trasformazione del plasma in una “cosa sintetizzata”, eppure è lo stesso l’auspicio riportato in conclusione a un articolo che reca anche il suo nome.

Come spiegare tali incongruenze? Il diretto interessato non può più rispondere, per cui si possono fare solo illazioni. Personalmente, intravedo due problematiche tra loro complementari: la graduale politicizzazione del plasma e il desiderio di alimentare costantemente l’attenzione dei media.

Per quanto attiene al primo punto, le conclusioni dello studio pilota non erano adeguate per creare un forte movimento di opinione, anche perché smentivano uno dei capisaldi de Le Iene, ossia che la diffusione del plasma avrebbe ostacolato il lucroso business delle monoclonali: ecco quindi la necessità di presentarlo come LA cura contro il Covid-19, non una semplice risorsa tra altre. Ma perché i mass media, non certo immuni all’azione lobbystica dell’industria farmaceutica (anzi), avrebbero dovuto assecondare le velleità di De Donno?

Come insegnano i casi di Luigi Di Bella e Davide Vannoni, il guaritore con la cura miracolosa ostracizzato da Big Pharma è un cliché narrativo rispolverato di tanto in tanto dall’informazione-spettacolo per strappare audience. La questione del plasma iperimmune, malgrado sia fondata su basi scientifiche enormemente più solide e non rappresenti il frutto di una mente isolata bensì degli sforzi di più équipe ospedaliere (anche al di fuori dell’Italia), finisce gradualmente per trasformarsi nella ‘cura De Donno’ e instradarsi pericolosamente per quel canovaccio preconfezionato, del resto ampiamente condiviso anche dalle decine di migliaia di follower del primario.

Sembra una situazione di sfruttamento reciproco, dove De Donno approfitta dei mass media per darsi visibilità e questi lo usano per vendere una storia accattivante. Tuttavia, come il medico mantovano constaterà dolorosamente sulla sua pelle, è quanto mai rischioso fare buon viso a cattivo gioco con certi soggetti.

Politicizzazione e alleati improbabili

Il 14 maggio, in audizione al Senato, De Donno dichiara che “la scienza è una e non può avere colori”, ma la vicenda che lo coinvolge diventa presto oggetto della polemica politica. La Lega e la destra sovranista eleggono a loro beniamino il medico del Poma, che non nasconde le (legittime) simpatie  destrorse, contesta duramente il governo e accusa  il PD di volerlo screditare per boicottare la cura (magari per favorire gli interessi dell’azienda di famiglia del suo capogruppo a Palazzo Madama, Andrea Marcucci).

Ecco quindi le interviste a Radio Padania, a Maria Giovanna Maglie e la diretta Facebook con Matteo Salvini, il quale più volte nelle sue esternazioni pubbliche farà riferimenti a De Donno e al plasma. Suggestionati dalla figura del medico nemico giurato di Big Pharma, di Burioni e del PD, anche antivaccinisti e complottisti vari sposano la causa del plasma iperimmune e fanno del primario un loro eroe, al punto che alla sua morte la famiglia prenderà le distanze da certe condoglianze decisamente fuori luogo. Infatti, era stato tra i primi a vaccinarsi contro il Covid-19 e, durante il lockdown della primavera del 2020, aveva esortato a non uscire di casa invocando misure ancora più severe di quelle varate; posizioni chiaramente incompatibili con le istanze dei no vax o dei contestatori della ‘dittatura sanitaria’.

In questo clima all’insegna del protagonismo dello pneumologo, che ha abbandonato le posizioni condivise e ha trasformato il plasma in una questione che esula sempre di più dalla medicina per ricadere nella propaganda politica, qualcuno racconta  di segni di insofferenza anche tra i collaboratori più stretti. Il 20 maggio su The Post International, la nota giornalista-opinionista Selvaggia Lucarelli, da sempre ostile alla condotta del primario, scrive un articolo piuttosto velenoso su di lui (‘Autoritarismo, feeling con Salvini e dubbi sulla sperimentazione: chi è davvero Giuseppe De Donno‘), basato sulle testimonianze anonime di imprecisati colleghi e di “chi lo conosce bene”.

Ne viene fuori un ritratto molto diverso da quello mostrato su Facebook, descrivente un narcisista dai trascorsi politici fallimentari in cerca di attenzione mediatica, poco incline alle critiche e autoritario con i sottoposti, desideroso di sfruttare la pandemia per crearsi una fama internazionale di sperimentatore di terapie alternative. Un quadro sicuramente caricaturale e deformante, ma non è inverosimile che l’atmosfera al Poma si sia oramai fatta pesante.

Studio TSUNAMI, realtà negate e rimozione

Il 15 maggio 2020, nel pieno delle polemiche sulla validità della terapia impiegata a Mantova e Pavia, l’AIFA annuncia l’inizio dello studio clinico randomizzato e controllato chiamato TSUNAMI (TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), promosso da ISS e AIFA, per comprendere il ruolo terapeutico del plasma convalescente nei pazienti che hanno sviluppato il Covid-19.

Lo studio prevede due Principal Investigator (uno dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa e uno del Policlinico San Matteo di Pavia), è coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e si avvale di un comitato scientifico nel quale vengono inseriti anche Franchini e De Donno, inizialmente esclusi. Quest’ultimo contesta duramente che Pisa sia stata preferita a Mantova, parlando di scelta dettata esclusivamente da considerazioni politiche.

Quasi un anno dopo, l’8 aprile 2021, l’AIFA dirama il comunicato sull’esito della sperimentazione, dal titolo estremamente eloquente: ”COVID-19: Studio TSUNAMI, il plasma non riduce il rischio di peggioramento respiratorio o morte”. Nel testo viene riportata una frase in grassetto: “Nel complesso TSUNAMI non ha quindi evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni”.

Le principali testate giornalistiche, anche quelle che avevano dato molto credito a De Donno, suonano all’unanimità il requiem per il plasma: “Covid, bocciata la cura al plasma: «Non ha effetti rilevanti sulla malattia»” (Corriere della Sera), “Covid-19, Aifa e Iss: il plasma dei guariti non funziona” (Repubblica), “Bocciata la cura col plasma” (Il Giornale), “Coronavirus Studio Aifa-Iss: plasma dei soggetti guariti da coronavirus non riduce rischi” (Rainews24), “Lotta al Covid, lo studio Tsunami stronca il plasma iperimmune” (Gazzetta di Mantova). Il Messaggero è tra i pochissimi a smarcarsi dal mantra della bocciatura : “Efficace nelle prime fasi della malattia”.

Per tanti TSUNAMI giunge come una doccia fredda anche perché, solo un paio di mesi prima, la prestigiosa rivista scientifica statunitense Mayo Clinic Proceedings: Innovations, Quality and Outcomes ha pubblicato i risultati dello studio RESCUE, condotto da De Donno e Franchini sui pazienti di alcune RSA di Mantova, che riporta un 90% di successo della plasmaterapia. Solo un caso fortuito?

Franchini ha pochi dubbi nello spiegare il verdetto sfavorevole di TSUNAMI. Da una sua intervista del il 17 aprile:

 

L’AIFA ha pubblicato un comunicato stampa sui risultati prodotti dallo studio TSUNAMI che non avrebbero trovato un’efficacia significativa del plasma. Che ne pensa?

Questo studio ha numerose limitazioni delle quali stiamo discutendo nell’ambito del gruppo di ricerca TSUNAMI. Va precisato che gli studi sul plasma si dividono in tre generazioni: quelli di prima generazione, nati ad aprile di un anno fa, valutano l’efficacia del plasma nella popolazione in generale; poi ci sono gli studi che utilizzano il plasma nella fase precoce della malattia e gli ultimi studi, che devono ancora partire, controllano la presenza di anticorpi nei riceventi oltre che nel plasma fornito così da offrire una terapia mirata proprio a chi effettivamente presenza una mancanza di anticorpi.

Lo TSUNAMI appartiene agli studi della fase 1 che non hanno dimostrato un beneficio del plasma quando viene usato a pioggia in tutti i pazienti con il Covid 19. Ora abbiamo scoperto, per esempio, che non è utile usare il plasma nei pazienti malati da una settimana o dieci giorni che magari hanno già tanti anticorpi. Nella nostra esperienza clinica su oltre 400 pazienti trattati, abbiamo trovato che fare un ciclo mirato di plasma iperimmune porta dei benefici significativi.

Perché lo studio TSUNAMI non è riuscito a ritrovare gli stessi effetti benefici che osservate voi all’ospedale Carlo Poma?

Fondamentalmente perché non ha trattato i pazienti precocemente, come invece facciamo al Poma da oramai un anno.

 

Anche Perotti del policlinico di Pavia, uno dei due principal investigator di TSUNAMI, che segue la terapia fin dagli esordi ed è firmatario dello studio di Haematologica, lascia trapelare un certo malumore per come è stata condotta la sperimentazione patrocinata da AIFA e ISS. Intervistato da Andrea Zambrano de La Nuova Bussola Quotidiana, dapprima si mostra reticente (“le perplessità sullo TSUNAMI e le criticità sui risultati preferisco tenermele per me”), poi si sbottona di più quando il giornalista lo incalza chiedendogli se una maggiore celerità nella somministrazione del plasma ai pazienti avrebbe potuto cambiare le carte in tavola: “Credo di sì, ma in Italia ci sono lacci e lacciuoli e un sistema che definirei farraginoso. E poi, diciamo, il plasma costa pochissimo, ma questa è un’espressione elegante per dire altre cose…”.

Daniele Focosi, responsabile della produzione del plasma presso l’Officina Trasfusionale di Pisa, è invece molto più esplicito: “Pur contenendo le sacche di plasma usate in TSUNAMI moltissimi anticorpi, è mancato l’altro fattore chiave: la precocità d’uso. TSUNAMI è stato “disegnato” per trasfondere plasma iperimmune su pazienti con una diagnosi di polmonite di fino a 10 giorni prima. Era troppo tardi, ancora più tardi se si considera che la diagnosi di polmonite arriva solitamente dopo giorni e giorni dai primi sintomi e dal tampone”.

Nell’ultimo servizio de Le Iene dedicato alla plasmaterapia, proprio per commentare i risultati di TSUNAMI, Arturo Casadevall (microbiologo e immunologo della John Hopkins Bloomberg School of public Health) conferma quanto espresso dagli studiosi italiani: “Se si usa tardi il plasma è normale che non funzioni, perché è un antivirale, e quando la gente è molto malata il problema è l’infiammazione”. 

Ovviamente, si possono nutrire perplessità sui giudizi di Franchini, Perotti, Focosi e persino Casadevall, ritenendole figure in qualche modo ‘di parte’ sulla questione. Ma quando a esprimere delle riserve è il più acerrimo nemico di De Donno – sì, stiamo proprio parlando di Burioni – allora è il caso di rifletterci sopra. Infatti, benché il virologo commentando a caldo su Facebook e Twitter l’esito di TSUNAMI si unisca al coro infausto della stampa (“Brutte notizie: si conferma che il plasma iperimmune non è utile nella cura di COVID-19“), alcuni mesi dopo su Medical Facts è decisamente meno perentorio:

 

Qualche tempo fa avete letto su molti giornali che il plasma dei pazienti guariti era il farmaco miracoloso che ci avrebbe salvato dal coronavirus e che poteri occulti ci tenevano nascosto. Purtroppo non era vero. Ieri avete letto su molti giornali dell’uscita di un lavoro che dimostrerebbe che il plasma non ha alcuna efficacia nella terapia di COVID-19. Anche questo, per fortuna, non è vero…

Il limite di questo studio (TSUNAMI, n.d.r.) è che è stato semplicemente usato plasma di pazienti guariti, senza dosare nel plasma la quantità di anticorpi, e in particolare senza dosare la quantità di anticorpi neutralizzanti. Quindi, quello che dimostra questo lavoro è che il plasma dei guariti preso da tutti i donatori, senza ulteriori analisi, sembra non essere utile.

 

Nulla di nuovo sotto il sole, perché già una ricerca dell’università di Yale pubblicata a febbraio era giunta alle medesime conclusioni dello studioso del San Raffaele. In sostanza, tutte le analisi condotte utilizzando indiscriminatamente il plasma dei guariti senza verifica preventiva degli anticorpi e/o senza intervenire precocemente nelle prime fasi della malattia (TSUNAMI sembra rientrare in entrambe le casistiche) decreteranno l’inutilità della terapia, mentre controllando la titolazione e agendo tempestivamente essa si rivelerà utile, come nel caso della sperimentazione condotta al San Matteo e di RESCUE.

A leggere bene il comunicato di stroncatura dell’AIFA invece di limitarsi alle frasi in grassetto, in realtà anche l’agenzia del farmaco ammette sostanzialmente il fatto in questione: “I risultati dello studio TSUNAMI sono in linea con quelli della letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo” (grassetto mio).

Emerge insomma una realtà che smentisce sia la vulgata giornalistica sia la propaganda delle fazioni pro e contro la terapia. Non è vero che “Il plasma dei guariti non sembra servire a nulla nella terapia del Covid” (commento di Matteo Bassetti a TSUNAMI), ma trattasi di uno strumento molto meno ‘democratico’ e versatile di quanto abbia sempre lasciato intendere De Donno, dal momento che solo una ristretta cerchia di donatori può risultare funzionale e l’utilità è circoscritta alle primissime fasi della malattia. Sia lo studio pilota che RESCUE sono stati condotti su di un numero relativamente esiguo di pazienti (rispettivamente 46 e 22), una strategia clinica incentrata esclusivamente sulla plasmaterapia andrebbe incontro a enormi difficoltà dovendo operare su vasta scala.

Nel momento in cui è fondamentale fare chiarezza su come è stato condotto TSUNAMI per comprendere la portata effettiva della cura, giornali e televisioni iniziano a occuparsi di altro e il plasma esce di scena nel giro di qualche mese, con la stessa rapidità con cui era balzato agli onori delle cronache. Del resto, dopo un anno di accese polemiche, sta diventando un argomento stantio anche perché l’agognato vaccino è finalmente arrivato e, quando viene comunicato il verdetto di TSUNAMI, sembra che strategia britannica della ‘dose unica’ stia consegnando alla storia il Covid-19; pertanto, ogni interesse per le cure contro il coronavirus sta gradualmente scemando.

“Ho sottratto troppo tempo alla mia famiglia… ho la coscienza a posto, ero solo interessato a salvare più vite possibile”. Sono le ultime dichiarazioni pubbliche di un De Donno stanco e amareggiato, che ai primi di giugno si dimette da primario del Poma preferendo dedicarsi alla ben più modesta attività di medico di base. Per quanto TSUNAMI non abbia affatto stroncato nel merito il plasma iperimmune, ha però confutato la sua propaganda eccessivamente trionfalista. Si allontana dalla luce dei riflettori e abbandona i social network, fino al tragico epilogo del 27 luglio.

Quale lezione per il futuro?

Ormai i clinici non chiedono più questo trattamento nell’ultimo periodo l’hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l’ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali insieme ad altri farmaci per i degenti… È nata come terapia sperimentale in un momento in cui ci siamo tutti trovati a dover combattere una malattia sconosciuta a mani nude, non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati. Lo testimoniano per esperienza diretta gli stessi pazienti, molti dei quali medici guariti con il plasma iperimmune, che sostengono questo metodo, risultato salva-vita soprattutto per le persone fragili e anziane. Sconta però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno, ma solo tanto lavoro. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci.

 

Queste parole rilasciate al Corriere pochi giorno dopo la morte di De Donno dalla dott.ssa Giustina De Silvestro, direttrice del centro immunotrasfusionale di Padova, rappresentano probabilmente la descrizione più equilibrata e obiettiva della cura al plasma iperimmune, nel bene e nel male. Una visione tanto ‘moderata’ sarebbe stata sufficiente per imbastire una campagna in grado di far breccia nell’opinione pubblica? Assai improbabile.

Alla stessa maniera, limitarsi a “lavorare e pubblicare i dati”, come consigliato da tanti, forse non sarebbe bastato per salvare il plasma dall’accantonamento generale. Non si può quindi rimproverare il medico mantovano per aver perso la sua battaglia, ma occorre assolutamente riflettere su come sia avvenuta la sconfitta. A costo di apparire cinici, è doveroso interrogarsi sulla sua condotta e sulle conseguenze che ha generato, a maggior ragione in considerazione della tragedia finale.

De Donno ha semplificato questioni complesse in un messaggio potente facilmente fruibile dalle masse, adattabile agli story telling massmediatici e, soprattutto, costruito sulle dicotomie tanto care alla comunicazione da social media, utili per creare meme: De Donno vs Burioni, medici in prima linea vs virologi salottieri, plasma vs monoclonali, ecc. fino a trasformare la questione in destra vs sinistra. Per rifarci alla Weil, ha incoraggiato quel tipo di dialettica incentrata sul prendere partito pro o contro, dove quasi sempre gli impulsi emotivi si sostituiscono al pensiero razionale.

Invece di convincere con evidenze scientifiche spesso difficilmente comprensibili ai profani, ha utilizzato i media digitali per forgiare un’immagine di medico e di uomo in grado di creare un alone di credibilità e rispetto attorno alla sua persona e, conseguentemente, anche intorno alle proprie posizioni in campo sanitario. Come gli scrivevano tanti follower affezionati, “sei un grande medico e un grande uomo, per questo ci fidiamo di te”.

Tale tecnica di persuasione ha funzionato a dovere per racimolare in poco tempo decine di migliaia di seguaci, pronti a sostenerlo a colpi di like e condivisioni, ma per il resto incapaci di argomentare se non tramite frasi fatte. Troppo spesso si sono segnalati per quel tipo di critica farcita di ignoranza, fake news e sloganismo che alla lunga finisce solo per rafforzare i bersagli della denuncia, i quali sono ben contenti della cortina fumogena di fuffa da dare in pasto a debunker e fact checker, lasciando così sullo sfondo le accuse più serie e fondate, quindi pericolose.

In tanti, alla maniera di De Donno, si sono confrontati con poteri molto più grandi di loro, uscendo sconfitti dal confronto ma lasciando come preziosa eredità gli strumenti per una concreta crescita culturale, cioé quello che normalmente chiamiamo ‘pensiero critico’, ossia la capacità di ragionare al di sopra di schemi preconfezionati di qualunque tipo. Un contributo che il medico mantovano, purtroppo, non ha portato, avendo preferito anteporre le esigenze della comunicazione efficace a quelle della verità. 

Così facendo, De Donno ha ottenuto la popolarità degli influencer, ma anche il loro tipo di pubblico, per il quale tutto si riduce a seguire il proprio guru e a diffonderne il Verbo sotto forma di slogan, meme e hashtag. Gente che avrà anche abbandonato il ‘lavaggio del cervello di televisioni e giornali’ ma solo per sposare quello che mi piace chiamare ‘mainstream alternativo‘, opposto nei contenuti però altrettanto dogmatico e poco propenso all’apertura mentale.

Oggi, la narrazione ‘alternativa’ insiste ancora a presentare il plasma come la cura definitiva contro il coronavirus o addirittura ipotizza un complotto per eliminare il medico mantovano inscenando un finto suicidio: tutte farneticazioni che ostacolano qualsiasi serio tentativo di far luce sulle vere zone d’ombra che coinvolgono la vicenda del plasma iperimmune e, quindi, ne impediscono pure ogni possibile riabilitazione.

Insomma, la triste storia di Giuseppe De Donno forse non ci illumina granché sulla via da seguire, ma ci dice molto su quella da evitare. 

 

 

Share This