Tempo fa sono capitato su uno spezzone di spettacolo in cui Moni Ovadia parla dell’ Esilio.   Dal punto di vista degli ebrei della Diaspora, evidentemente, ma le sue considerazioni hanno una valenza generale: per i singoli, come per le intere popolazioni in ogni tempo ed in ogni regione.
L’esilio, dice Ovadia, è una condizione esistenziale che caratterizza persone ed interi popoli privati delle loro radici, dei loro riferimenti spaziali e sociali.  L’esilio è impermanenza, incertezza e uno stato di costante fragilità perché l’esiliato non ha un luogo fisico, sociale o anche solo psicologico dove rifugiarsi, in cui sentirsi davvero protetto.

Questo discorso mi ha ricordato una delle prime cose che si imparano quando ci si occupa di ripopolamenti: spostare animali, specie se selvatici, da un luogo ad un altro è sempre pericoloso.   Il problema critico è acclimatarli al nuovo ambiente: operazione solitamente complessa, lunga e delicata perfino quando il luogo di arrivo è più ospitale di quello di provenienza proprio perché l’animale che non riconosce i luoghi, gli odori, i sapori è come in esilio e questo lo sprofonda in uno stato di prostrazione facilmente letale.
L’uomo non è l’unico animale ad essere tutt’uno con il proprio “home range” ed a soffrire quando ne viene estirpato.  La differenza è che la nostra “patria” (in senso etologico) è molto più complessa e riguarda non solo le caratteristiche fisiche e chimiche dei luoghi dove si vive, ma anche quelle culturali, sociali, spirituali, ecc.

L’esilio è dunque ben diverso dal viaggio.  Il viaggiatore, massimamente l’esploratore, è infatti qualcuno che di proposito si spinge in luoghi alieni e forse ostili proprio per gustare l’ebbrezza dell’incerto e della scoperta, avendo però alle spalle un luogo proprio; una patria in cui, salvo incidenti, potrà fare ritorno.  Cosa invece impossibile per l’esiliato perché il ritorno gli è impedito o, magari, perché un luogo dove tornare non esiste.
A maggior ragione, l’esilio è il contrario della conquista perché il conquistatore è colui che ha la forza di estendere il suo mondo natale, sterminando, assimilando, schiavizzando od esiliando altri.   L’esiliato è invece debole e, semmai, cerca di adeguarsi ai luoghi, alle usanze, alla cultura altrui per poter sopravvivere.

Combinazione, proprio nei giorni in cui rimuginavo queste riflessioni, scattò il “lockdown” per la pandemia di Covid-19 e, per restare in tema, ne ho approfittato per leggere “La Peste” di Camus.   Anche Camus parla ampiamente di esilio, ma stavolta per persone che non sono state sradicate dai propri luoghi; anzi gli è vietato uscire dalla città in quarantena.  Ebbene, spiega Camus, malgrado non siano cambiati i luoghi, la gente di Orano si trovava nondimeno in esilio.  Un esilio esistenziale di sradicamento da tutto ciò che costituiva la rete dei punti di riferimento sociali, culturali ed affettivi che costituiscono la trama della vita delle persone normali.  Anche se i luoghi non erano cambiati, in essi ora si annidava infatti un pericolo nuovo e mortale che costringeva ognuno a cambiare radicalmente la propria vita; a non dare più nulla per scontato e per accertato, ad essere costantemente in allarme.  La stessa incertezza e fragilità, dunque, che contraddistingue l’esiliato.
In particolare, Camus insiste molto sulla separazione che la peste impone; alle barriere spesso insormontabili che essa erige fra le persone che si amano e di cui sentiamo lancinante la mancanza.  Una condizione questa che ho avuto modo di sperimentare personalmente, avendo due figli che vivono e lavorano a qualche migliaio di chilometri da dove vivo io.  Una mezza giornata di viaggio prima del covid, una barriera insuperabile durante la quarantena.  E dopo?

Non abbiano ancora nessuna idea precisa di quali saranno le conseguenze della pandemia; circolano le ipotesi più svariate, ma solo fra un paio di anni cominceremo a capire cosa davvero è successo al nostro sistema economico e sociale.  Un sistema già in netto declino da almeno dieci anni a livello mondiale e da ben di più per quanto riguarda i paesi “avanzati”.
Non possiamo sapere cosa cambierà nel dettaglio.  Per esempio, quali, quanti ed a che prezzo saranno i voli civili e gli aeroporti serviti; se cioè sarà ancora possibile per la gente comune andare a trovare i figli a Varsavia.  Anche le vite tranquille della piccola gente possono repentinamente volgere in esilio quando la situazione economica e politica diventa instabile.
Per esempio, è ciò che è accaduto ad una mia amica di Wuhan che, nel gennaio 2020, è potuta tornare a visitare i suoi genitori dopo 4 anni di assenza.  Appena arrivata si è trovata per due mesi confinata.  Era nella sua città natale, eppure non lo era più durante le giornate e le nottate trascorse ad ascoltare il silenzio rotto di tanto in tanto dalle sirene o da spari lontani.  Esattamente come le notti di Orano, descritte da Camus.
Infine è potuta rientrare a Parigi dove ha un alloggio ed un lavoro che in Cina non ha, ma non sa quando potrà rivedere la sua famiglia, né se sarà mai più possibile perché, anche se i voli saranno ripristinati, il costo dei biglietti può rappresentare una barriera altrettanto insormontabile di un cordone sanitario.

Indipendentemente dalle vicende pandemiche, sappiamo per certo che l’economia globale, sia pure in modo non omogeneo, continuerà a sgretolarsi e non possiamo sapere quando ed a quale livello ritroverà, eventualmente, un temporaneo equilibrio.   Ciò significa che molti perderanno il lavoro che credono di avere assicurato, così come tutte o molte delle protezioni sociali che ancora oggi ci sono.  Significa che molti dovranno andarsene dai propri luoghi, ma che anche coloro che resteranno avranno difficoltà a riconoscerli e dovranno comunque viverli in modi che oggi neanche si immaginano.  Significa che anche coloro che non saranno strappati dalla propria patria geografica, la perderanno ugualmente perché una patria non è solo un luogo.
Molti anni fa, cercando un indirizzo in una zona di recente e caotica urbanizzazione come tante, mi persi e chiesi ad un’anziana donna che spazzava davanti a casa sua se conoscesse la strada che cercavo.
“Non me lo chieda, per favore.  Io ci sono nata qui, ma non so più dove sono”.  Mi rispose con una tristezza negli occhi che rasentava la disperazione.
L’aspetto, gli abitanti ed i modi di vivere delle città sono rapidamente cambiati continueranno a cambiare, ma mentre il cambiamento del passato è stato dai più sentito come una “conquista”, i cambiamenti in corso ed a maggior ragione quelli in arrivo sono e saranno avvertiti come delle perdite.
Si costruirà ancora, certo, ma molto di più sarà abbandonato alla rovina.   Le alberature, i parchi cittadini, i giardinetti di periferia che non saranno spazzati via dalle motoseghe saranno arsi dalla forza cocente del sole.   Molti dei negozi, dei bar, dei locali, dei cinema e dei teatri che frequentiamo spariranno, assieme a scuole, monumenti e molto altro; dove per incuria e dove per furia.  Tanto in città, quanto in campagna sarà difficile riconoscere il paesaggio dei luoghi che frequentiamo.   Ma perfino laddove l’aspetto dei luoghi non cambierà di molto, cambierà in modo sostanziale in nostro modo di vivere in essi.

L’esilio può avere un termine quando si può finalmente tornare, o quando ci si integra in una nuova patria, ma niente di questo accadrà alla maggior parte di noi perché è l’intero pianeta che sta cambiando nella sua più intima struttura.   Ha ragione Bill McKibben: il pianeta che abitiamo oggi non è più quello su cui hanno vissuto le precedenti mille generazioni umane e molto più diverso sarà nel giro di pochi decenni, facendo di ognuno di noi un esiliato.   Un esilio che sarà per sempre, perché il pianeta che era non esiste più e non ci saranno altri luoghi da conquistare od in cui fuggire; mentre passeranno secoli prima che la Terra ritrovi un suo relativo equilibrio e i nostri discendenti con essa.

Armiamoci quindi di molta pazienza e di una buona dose sia di fatalismo che di umorismo ebraico perché, come giustamente dice Ovadia, la peculiarità dell’esilio degli ebrei è che ha partorito una cultura forse unica nella storia: una cultura che non è adattata ad un luogo, bensì ad un esilio perenne.

“Sai perché gli ebrei suonano il violino e non il pianoforte?  No?  Hai mai provato a scappare con un pianoforte?” (Groucho Marx).

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