Premesso che ho una marginale conoscenza di Extinction Rebellion – Italia e nessuna di Extinction Rebellion – Regno Unito, vorrei commentare due articoli recentemente pubblicati che avanzano delle critiche pesanti al movimento.

Nel primo articolo, “No, Extinction Rebels, nonviolence is not the only way”, si critica la pretesa di Extinction Rebellion di ottenere dei risultati usando una via rigorosamente non-violenta, ispirata a importanti movimenti politici del passato come l’indipendentismo di Gandhi o l’anti-razzismo di Martin Luther King.  L’articolista fa notare che, in queste come in tante altre vicende, in realtà ci furono notevoli dosi di violenza, tanto da parte di chi chiedeva le riforme, quanto da parte di chi vi si opponeva.  E’ vero, ma ciò non inficia due considerazioni che credo comunque valide:

1 – Nei movimenti citati, come in moltissimi altri, il successo almeno parziale fu dovuto più alla componente non violenta che a quella violenta che, semmai, favorì l’irrigidimento delle autorità.   Inoltre, nei casi in cui un parziale successo c’è stato, è dipeso non solo dai movimenti politici e culturali, ma anche ad un insieme di fattori storici ed ambientali  all’interno dei quali l’azione politica si è svolta.  Ad esempio, lo stesso articolo cita il ruolo fondamentale della I guerra mondiale nella parziale emancipazione delle donne europee.   Dunque il punto fondamentale è che i movimenti politici raggiungono lo scopo quando riescono ad inserirsi in maniera efficace in dinamiche più ampie.

2 – La nonviolenza non garantisce né il successo, né l’incolumità, ma riduce considerevolmente i rischi per chi fronteggia un avversario nettamente più forte.  Inoltre, quando fallisce,  la nonviolenza ben difficilmente conduce a carneficine come spesso succede quando ci si oppone con le armi ad un regime.  Le “primavere arabe” ce lo dovrebbero aver insegnato.   Molto meno drammaticamente, anche il confronto fra le manifestazioni di Extinction Rebellion a Londra e quelle dei Jilets Jaunes a Parigi mi pare che sia significativo.

Il secondo articolo “Dentro Extinction Rebellion è esploso il dibattito su classe e razza”, è molto più insidioso perché va a toccare una serie di “punti molli” non solo di Extinction Rebellion, ma anche dell’ambientalismo nella sua più vasta accezione.  Vale quindi la pena di rifletterci a fondo perché alcune delle critiche sono a mio avviso del tutto pretestuose, mentre altre, contengono degli elementi di riflessione.

Extinction Rebellion
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Il primo punto sollevato dall’articolista è che Extinction Rebellion sarebbe un movimento razzista, perlomeno a Londra che ne è la culla ed il principale bastione.  Non lo esplicita, ma lo lascia intendere e riporta alcuni dati.  Per esempio, che i 9/10 degli arrestati sono bianchi in una città in cui questi sono solo i 6/10 della popolazione.   A rinforzo, si cita l’atteggiamento molto rispettoso e perfino amichevole di Extinction Rebellion  nei confronti della polizia, anziché stigmatizzare i casi di brutalità di cui la stessa polizia talvolta si macchia, assai più spesso nei confronti delle persone di colore che verso quelle di pelle bianca.
Ciò indica però un atteggiamento razzista nella polizia, non nei manifestanti che,  al contrario, potrebbero voler proteggere i membri più vulnerabili ponendo in prima linea coloro che corrono meno rischi.  Anche la presenza di personaggi come Monbiot e Jane Fonda, cui nessuno torcerà mai un capello, può essere letta come una protezione per i tanti “nessuno” che partecipano alle manifestazioni.
Inoltre, non dimentichiamoci che i poliziotti vivono sullo stesso pianeta dei manifestanti e che il collasso ecologico minaccia anche le loro famiglie.  Far capire questo alle forze dell’ordine avrebbe una rilevanza politica enorme.
Comunque, la massiccia maggioranza di bianchi alle manifestazioni londinesi potrebbe anche indicare che la comunità bianca è più sensibile ai temi ambientali rispetto alle altre.   Ed ecco che parte il secondo siluro: Extinction Rebellion è classista.
Si, perché, daccapo, la maggior parte degli arrestati sono persone della classe media ed il relativo disinteresse degli oriundi africani ed asiatici si spiega semplicemente con il fatto che sono poveri ed hanno quindi altro cui pensare.  Ergo, o Extinction Rebellion si fa paladina di una maggiore giustizia sociale, o dimostra di essere classista.
Anche in questo caso si potrebbe dare la lettura opposta, cioè che coloro che possono manifestare si impegnano anche a favore di coloro che non possono.   Ci sarebbe del vero in questo, ma la questione è più vasta perché la crescente disparità sociale è un fatto ben vero e ben grave.  Nessuno in buona fede lo potrebbe negare e la questione è cogente non solo perché chi è ricco inquina di più, ma soprattutto perché la distanza fra la top class e tutti gli altri è ormai tale che i suoi membri sembrano non accorgersi che un tale eccesso sta minando le fondamenta dell’edificio sociale che li sostiene.
Dunque è un argomento oggettivamente importante che mette il movimento di fronte ad una scelta strategica fondamentale: accettare, riformare o rifiutare il capitalismo?

Da un lato, il capitalismo, come qualunque sistema votato alla crescita, è intrinsecamente insostenibile ed eventuali riforme potrebbero mitigare, non annullare questo fatto; dall’altro, se vuoi ottenere qualcosa in fretta, lo devi chiedere a chi sarebbe in grado di farlo ora.
Una questione molto difficile che coinvolge anche Friday for Future ad altri movimenti simili.   Credo che dovrebbe essere affrontata con due strategie scalari.   Nell’immediato, rivolgersi alle autorità costituite affinché facciano il più possibile.  Nel frattempo, prendersi il tempo e l’onere di elaborare una lettura originale e convincente dei fenomeni economici e politici in atto, basata sulle conoscenze in ecologia e fisica del mondo di oggi.   Una cosa che il movimento ambientalista, in oltre 50 anni di storia, non è ancora riuscito a fare in maniera convincente e condivisa.   I tentativi sono stati molti, ma nessuno ha finora raggiunto lo scopo, speriamo che sia la volta buona.

Glissiamo sul fatto che Extinction Rebellion sarebbe paternalista, se non maschilista e misogino, semplicemente perché in un video di propaganda una voce recitante maschile si rivolge a dei generici figli.

Una questione invece delicata è quella del “di chi è la colpa” della situazione contro cui ci si ribella.  Molti sostengono infatti che questa sia da attribuire interamente ai paesi “avanzati” ed in particolare alle ex potenze coloniali.   A loro soli competerebbe dunque non solo porre rimedio al disastro, ma anche indennizzare i popoli danneggiati.
Sul piano storico non c’è dubbio che abbiano ragione, non foss’altro perché l’industrializzazione ed il capitalismo li abbiamo inventati noi e poi esportati nel mondo intero.  Se però questo dato di fatto viene utilizzato come pretesto per rifiutare ogni responsabilità ed impegno si fa della demagogia pura e suicida.
Demagogia perché è vero che i colonizzatori hanno sfruttato le colonie e che i paesi europei godono ancora di vantaggi storici, ma è anche vero che le potenze neo-coloniali principali oggi sono USA e Cina, la prima in crisi e la seconda in piena espansione.   A ciò si aggiunga che le condizioni pietose in cui versano molti paesi dipendono solo in parte da fattori finanziari e commerciali effettivamente controllati da paesi stranieri e organismi internazionali (FMI, WB, ecc. in cui gli europei sono ben presenti).  In buona parte dipendono anche da fattori interni quali la pertinace volontà di non ridurre la natalità, la pessima gestione del territorio, la corruzione.
Un approccio che è anche suicida perché il collasso della biosfera e del clima saranno per tutti, indipendentemente dalle colpe e dalle ragioni, anche legittime, di ognuno.

L’ultima critica dell’articolista è che Extinction Rebellion si rivolge ai governi centrali, passando sopra le situazioni locali dove un gran numero di persone da tempo lavora e soffre per cercare di frenare l’assalto alle ultime risorse e agli ultimi frammenti di biosfera in condizioni relativamente buone.  Valga per tutti l’esempio del vero e proprio assalto ai boschi ed alle aree protette che si sta consumando anche in Europa.
La  scelta strategica di Extintion Rebellion, finora, è stata di fare pressione sui governi nazionali per ottenere dei provvedimenti che possano portare beneficio anche a livello locale.
Questo è forse sufficiente in Inghilterra, ma credo che per altri paesi questa strategia dovrebbe essere adattata.  Già in Italia, per esempio, gran parte del potere effettivo sulla gestione dell’energia e del territorio è delegato alle regioni e perfino ai comuni.
Del resto, se il movimento vuole crescere, avrà bisogno di coinvolgere le realtà locali, cosa però non scevra di rischi perché, se si desse ad un acritico inseguimento di istanze di ogni genere, anche quando giustificate, il movimento perderebbe la sua identità che è anche la sua forza.   Secondo me, ciò che infatti consente ad Extinction Rebellion di aggregare persone molto diverse è l’essere mirato su di uno scopo preciso (fermare l’estinzione e stabilizzare il clima) attorno al quale si coagulano gli aderenti.   Per tutto il resto, le idee possono anche essere divergenti.
Anzi, sarebbe una cosa molto utile se i gruppi di Extinction Rebellion potessero diventare dei circoli in cui, condividendo alcune idee, si è capaci di discutere di tutto il resto senza necessariamente trovarsi d’accordo, ma anche senza odiarsi ed insultarsi come spesso accade.
Faccio un esempio tutto inglese: la brexit.   L’argomento ha polarizzato e diviso l’opinione pubblica britannica come poche volte nella storia.   Chiaramente è una questione vitale, l’esistenza stessa del Regno Unito è in forse.   Tuttavia Extinction Rebellion si guarda bene dal parlarne perché fra i suoi aderenti ci sono tanto “leavers” che “remainers” ed è giusto così perché l’estinzione ed il clima sono questioni che trascendono anche l’esistenza o la scomparsa degli stati, delle classi sociali e delle popolazioni umane.   Quello che è in gioco è l’esistenza di una civiltà sulla Terra e forse perfino della Vita: nel giro dei 40 anni scorsi, abbiamo perso circa il 70% della fauna terrestre (in biomassa), il 50% delle barriere coralline, il 50-60% delle foreste (molto approssimativamente).   Le dimensioni del disastro sono talmente grandi da non essere neppure percepibili.

Non è detto che tutto debba finire nel peggiore dei modi, ma vogliamo darci una scala di priorità?

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