Da alcune settimane si fa un gran parlare del rincaro del prezzo del gas, solennemente preannunciato in Italia dal ministro Cingolani con la minaccia di bollette più salate fino al 40% nei prossimi mesi. Lo spauracchio maggiore paventato dai media è il rischio di una carenza di metano in Europa che potrebbe ripercuotersi negativamente sul riscaldamento domestico e sulla generazione di elettricità.

Le analisi superficiali, come quelle normalmente diffuse dai grandi organi di informazione, trascurano l’influenza esercitata dal settore energetico anche negli altri comparti: il gas naturale, ad esempio, ricopre un ruolo di primo piano (normalmente ignorato) nella produzione alimentare. I fertilizzanti azotati, di gran lunga i più usati in agricoltura, vengono infatti sintetizzati grazie al processo Haber-Bosch, il quale permette di fissare l’azoto atmosferico producendo ammoniaca, attraverso una serie di complesse reazioni chimiche innescate con l’apporto del metano. 

 

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Il prezzo dei fertilizzanti è conseguentemente salito in parallelo a quello di gas e ammoniaca.

 

 

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Da notare come i due picchi precedenti dei prezzi (nel 2007 e nel 2011) siano stati anch’essi causati da dinamiche legate al mercato dell’energia, nello specifico al prezzo del greggio schizzato oltre i 100 dollari al barile, fatto che si è poi ripercosso su tutte le filiere industriali, le quali sono influenzate direttamente o indirettamente dal petrolio. Attualmente, il barile si attesta sopra gli 80 dollari, un rialzo considerevole dopo le lunghe ondate deflattive causate dalla bassa domanda, culminata addirittura con i ‘prezzi negativi’ dell’aprile dello scorso anno.

L’aumento delle spese per i fertilizzanti è uno degli elementi, insieme ai pessimi raccolti dovuti a siccità e fenomeni atmosferici estremi, che stanno portando alle stelle il prezzo del grano. Allargando l’orizzonte oltre la stretta attualità, si può però constatare una tendenza di lungo periodo che, di pari passo con la fine delle risorse energetiche a buon mercato (nel senso di costo di produzione, non di prezzo di vendita) registra un graduale rincaro del cibo dall’inizio del nuovo millennio a oggi. I prezzi attuali, in termini reali, superano quelli registrati agli albori della rivoluzione verde e, se come probabile il trend odierno persisterà, si rischia di raggiungere e superare le punte massime segnate durante grande la crisi petrolifera del 1973.

 

 

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Fonte: FAO

 

Una ricerca dell’università dell’Illinois del 2016 risulta particolarmente interessante ai nostri fini, prendendo in esame le voci di spesa di alcune aziende cerealicole ad alta produttività dello stato, le quali rappresentano sicuramente un’avanguardia dell’innovazione agronomica mondiale. L’analisi conferma un incremento sostanziale dei prezzi, sia per unità di superficie che per unità di prodotto, non solo dei fertilizzanti ma anche di sementi (transgeniche dalla fine degli anni Novanta) e (in misura minore) pesticidi. I rialzi sono stati solo parzialmente compensati dagli incrementi di produttività, come testimonia la maggior incidenza incidenza di tali variabili sui ricavi ottenuti dalla vendita dei cereali.

 

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I fertilizzanti rappresentano la criticità maggiore in quanto tutti sintetizzati a partire da materie prime non rinnovabili: oltre al metano, fosfati e sali di potassio. Se per quanto riguarda questi ultimi non sussistono timori di scarsità almeno a breve termine, sul fosforo si addensano nubi molte più fosche, perché gran parte delle riserve disponibili sulla carta comportano notevoli difficoltà di estrazione, trattandosi di giacimenti a bassa concentrazione o sottomarini.

Esistono poi alcuni ritrovati tecnici per contenere il problema, alcuni già fattibili come i sistemi di trattamento delle acque reflue urbane per il recupero di nutrienti, altri più avveniristici, quali sofisticati sensori in grado di rilevare le carenze dei terreni impiegando in modo più mirato e parsimonioso i fertilizzanti oppure modificazioni genetiche ad hoc delle sementi. Tutte soluzioni che, però, comportano investimenti più o meno consistenti (quindi altre spese) e, soprattutto, evadono la questione focale.

Il sistema alimentare degli ultimi 50 anni, iperproduttivo e capace di trasformare la carestia in un incubo del passato, si è fondato su di un massiccio apporto di combustibili fossili a basso costo in grado di alimentare l’industria estrattiva e chimica per la sintesi di fertilizzanti e pesticidi, azionare macchinari da lavoro e, soprattutto, sostenere la capillare rete logistica che ha permesso di minimizzare il pericolo di scarsità di cibo attraverso adeguati trasferimenti da una zona all’altra del pianeta. Un fatto decantato come miracolo del Progresso, in realtà riconducibile alla ‘capacità di carico fantasma’ (brillante espressione di William Cutton) temporaneamente concessa dall’innovazione tecnologica, a spese però della salute dell’ecosistema.

Oggi è arrivato il momento di pagare un salatissimo conto: come ampiamente noto, le fonti fossili vanno accantonate molto prima del loro possibile esaurimento per non esasperare ulteriormente la già grave crisi climatica (a cui contribuisce attivamente anche il protossido di azoto rilasciato dalle coltivazioni fertilizzate dai prodotti sintetizzati con il processo Haber-Bosch). Persino immaginando di implementare l’utopia dell’elettrificazione totale mantenendo i consumi attuali, l’attuale paradigma alimentare non sarebbe replicabile in toto, in certi casi neppure in linea teorica, essendoci in gioco risorse non rinnovabili.

L’abbandono di un sistema insostenibile in favore di uno ispirato alla resilienza travalica i confini dell’agricoltura e dell’agronomia, richiede di rivedere completamente le basi del funzionamento della società globale, nonché di misurarsi con problematiche scomode, a partire dalla sovrappopolazione e dalle consuetudini alimentari. Per adesso, ci troviamo ancora sulla punta relativamente confortevole di uno scomodissimo di iceberg sul quale, volenti o nolenti, siamo presto costretti a scivolare.

 

 

 

 

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