Ci sono pochissime cose su cui quasi tutti sono d’accordo e una di queste è sterminare la robinia (alias “acacia”, anche se acacia non è).  Perché?   Perché è una specie aliena, infestante ed invasiva; ecco perché!   Vero, ma anche no.

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La Robinia giunse in Europa precisamente nel 1601 sotto forma di semi raccolti in Virginia, uno dei quali fu piantato da Jean Robin (farmacista, botanico e direttore dei giardini del re di Francia) accanto alla chiesa di Saint Julien le Pauvre dove ancora si trova, sia pure puntellata da tre pilastri di cemento armato.   Con i suoi quasi 4 metri di circonferenza è oggi il più antico albero di Parigi ed un vero miracolo, se si considera che nei 4 secoli scorsi è sopravvissuta a guerre, bombardamenti, incendi, rivoluzioni e carestie.
Decisamente Monsieur Robin aveva il pollice verde perché le robinie sono alberi di media taglia che difficilmente superano i 60-70 anni di età. A condizione però di essere lasciate in pace perché, se si tagliano, ricacciano come forsennate ed i polloni sono più vitali ed aggressivi della pianta originale.   Cresce rapidamente anche su terreni poveri ed erosi, basta che non siano troppo aridi o argillosi; dal livello del mare fino ad oltre 1000 m., secondo la latitudine e l’esposizione.
Non è un’acacia, ma è ugualmente una leguminosa e quindi arricchisce notevolmente il suolo, non solo con i suoi batteri simbionti azoto-fissatori, ma anche con l’apporto di notevoli quantità di sostanza organica e di humus.  Malgrado la rapidità della crescita e la relativa leggerezza, il suo legno è duro, compatto e molto resistente, tanto che i vecchi lo trovavano ottimale per una grande varietà di usi: dalla fabbricazione di carri e barrocci, ai pali e puntoni da miniera, fino ai manici per ogni tipo d’attrezzo.   Fornisce anche un’eccellente legna sia per ardere che per carbonella ed è una delle poche specie che sopravvive alla ripetuta ceduazione.  Un dettaglio questo importante oggi che questo tipo di sfruttamento estremo del bosco sta tornando di moda.
I fiori, oltre ad essere molto belli ed abbondanti, sono commestibili e molto apprezzati dalle api e tutti gli impollinatori (il cosiddetto “miele d’acacia” è miele di Robinia), le foglie basse sono un eccellente foraggio per gli ungulati selvatici e le chiome offrono un buon riparo ai nidi, grazie ai rami spinosi.
Resiste bene anche alle tempeste, alle ondate di calore, all’inquinamento e perfino ai tecnici comunali, assicurando così un minimo di copertura e protezione in zone devastate da interventi umani particolarmente “sagaci”.
Ma non è finita: all’ombra lieve delle sue fronde crescono bene le querce, i frassini, i castagni e molte altre specie che formavano le foreste temperate dei tempi andati.
C’è solo una cosa che non tollera: l’ombra.   Specialmente quella delle querce, dei lecci e dei castagni.   Ecco quindi che, per sbarazzarsene, basta essere capaci di gestire decentemente il bosco per 100-150 anni, al termine dei quali una bella foresta mista potrebbe lussureggiare grazie anche alle robinie che hanno protetto il suolo e le piantine, prima di morire dolcemente come solo gli alberi sanno fare.

Un consiglio per tutti quelli che gestiscono dei terreni: se c’è la robinia, tenetevela; se avete a che fare con frane e pendici erose, oppure pianori bruciati dal sole, piantatela per prima cosa (e proteggetela dagli ungulati).   Se invece siete in un posto dove questa specie non c’è ed altri alberi crescono gagliardi, non portatecela: è sempre meglio essere prudenti in queste cose.

Non sappiamo cosa succederà in avvenire, ma sappiamo per certo che le condizioni climatiche peggioreranno e in molte situazioni proprio la robinia ci potrà aiutare parecchio.  Piantiamola dunque di odiarla e impariamo a gestirla, come una qualunque delle tante specie arboree da cui dipende la nostra vita.

 

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