Di Maria Luisa Cohen

Esaminiamo succintamente  quello di cui una minorità crescente si preoccupa : il flagello della sovrappopolazione.

Questo tema scottante è stato rispolverato o riscaldato piu’ volte, prendendo spunto dal visionario  economista inglese Thomas Malthus, la cui  filosofia è decantata attraverso l’età d’oro dell’ambientalismo degli  anni 60 e 70, quando il problema della sovrappopolazione era considerato fondamentale per risolvere tutti gli altri e Paul and Anne Ehrlich avevano scritto La bomba Demografica, libro –cult, pubblicato da David Brower presidente del Sierra Club.

Riteniamo significativo parlarne ora perché nel dibattito sull’ attuale congiuntura, l’argomento della sovrappopolazione sta riprendendo fiato. Concorrono a questo risveglio una serie di condizioni concomitanti: il crescente stallo economico, l’inarrestabile flusso migratorio (bête noire della  disoccupazione, della delinquenza e del  naufragio delle identità in un unico mare), la degenerazione ecologica dovuta alla domanda dell’umanità che supera l’offerta della biosfera e la sua capacità rigenerativa. Secondo calcoli del Global Footprint Network(l’Istituzione che misura l’Impronta Ecologica umana a livello globale e dei singoli paesi), siamo già oltre la soglia del collasso della capacità di carico del sistema. L’implicazione è logica, ma per la maggioranza inafferrabile: più persone equivale a maggior consumo di risorse naturali. Distruggere le foreste per l’agricoltura, inquinare i terreni e le acque, sono tutte attività che accrescono e affrettano il tracollo finale. Abbiamo perpetuato ovunque le nostre tracce.
Questa verità è nota  in circoli specialistici di ecologi, ma oltre ad una minoranza di attivisti, la connessione crisi/sovrappopolazione/ consumismo  sembra astrusa e non è nemmeno presentata pubblicamente come urgente, ma anzi viene contraddetta da uno stuolo di economisti e politici e religiosi che paventano  lo scenario di un disastroso calo demografico, come fosse la fine dell’umanità e il trionfo del nichilismo sulla speranza e la virtù. Ed è così che i  governanti , sollecitati dall’interesse politico a  fornire risposte a breve termine, rinforzano  nei   cittadini un rinnovato cargo-cult tecnologico.

Qui non si vogliono recitare le litanie delle rovinose catastrofi ecologiche in conseguenza delle  attività umane in ogni parte  del globo.  Esiste già  un vero genere letterario chiamato catastrofista o picchista, declinato  sia in qualità che in quantità.

Si doverebbero prospettare   delle soluzioni,  visto che stiamo perdendo la speranza che la cosa sia discussa apertamente nell’ambito politico e mediatico. Siamo coscienti che l’argomento tocca troppi tasti ipersensibili, di carattere economico, personale, culturale, religioso, opposti ad una politica antinatalista contro la crescita economica, che va di va di pari passo a quella demografica . E’ anche comprensibile la difficoltà di fare breccia, in società arcaiche dove  credenze e costumi secolari e la timidezza femminile si ritraggono di fronte ad un’intrusione nella sfera segreta della sessualità.
Quella che è bizzarra è l’opposizione di molte associazioni e partiti autodefinitisi  ecologisti, una guerra civile tra  fazioni ambientaliste, che complica la possibilità di agire all’unisono.  In alcuni ambienti è socialmente e politicamente scorretto sottoporre la verità matematica della riproduzione umana  esponenziale, come un evidente segnale di misantropia.

Il fuoco amico è proveniente da  difensori  di diritti umani, che aprono le porte  all’immigrazione,   patiti della giustizia sociale con una limitata e perversa conoscenza della “sostenibilità”. Sono dei movimenti intenti a dividere il problema della  sostenibilità in due separati compartimenti: il consumismo e la procreazione:
Consumare meno per fare posto all’incremento della popolazione, restringersi sempre più per fare posto (“Make Room! Make Room!”, era il titolo del romanzo da cui fu tratto il film Soylent Green, il primo film su una distopia urbana  tra fame, divisione delle classi e atti di violenza) ai nuovi poveri.

“Naomi Klein appartiene a questa specie di falsi ecologisti, che ci presenta una lista lunga di servizi sociali: Classi più piccole, più spazi per day car, più dollari per le arti, aiuti per le lobby etno-multiculturali, incentivi per la natalità, rimborsi per le donne che adoperano la fertilizzazione in vitro…” (Tim Murray.http://candobetter.org/node/2203#comments)
Ma per I marxisti, come per I neoliberisti, gli esseri umani non sono mai troppi.

Sicuramente, siamo noi che sbagliamo, almeno per quello che riguarda la comunicazione. Nessun politico sarebbe eletto con  un programma di  decrescita, che include naturalmente il contenimento demografico. Verrebbe a meno la sua funzione di accrescere la speranza, e la speranza è nelle future generazioni. Un messaggio che involve un futuro troppo lontano per immaginarlo come una minaccia esistenziale è troppo astratto, contro i percepiti vantaggi di politiche in favore degli esseri umani presenti, di cui una gran maggioranza non vede nella natura che un insieme di risorse da sfruttare per bisogni immediati.  Il messaggio che dovremmo inviare sarebbe ottimista ed egoistico..Come dice il PR  guru David Fenton, nell’intervista del  2014 “Volete che tutti divengano ambientalisti? Mai menzionare il pianeta (“Want everyone else to buy into environmentalism? Never say ‘Earth’.”www.declineoftheempire.com/…/adventures-in-flatland-part-ii.html‎)

La battaglia contro la sovrappopolazione si vince solo puntando sull’economia , la giustizia sociale e tutto ciò che interessa il mitico  frequentatore dei vari bar, la donna tuttofare che non può, né vuole, leggere trattati scientifici, tutti coloro insomma che se ne fottono di salvare il pianeta e dovrebbero prendere le decisioni personali che sole contano .

 

 

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