Con questo tweet Enrico Letta ha festeggiato l’esito delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre:

 

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C’è chi invece ha voluto leggere nel voto particolari significato simbolici, come Il primario del reparto Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova (nonché virologo televisivo) Giorgio Bassetti: a suo parere, i vaccini sono stati i veri trionfatori, perché ritiene che la consultazione “abbia premiato la scienza e la medicina e che siano stati bastonati alle urne quei partiti che sono andati contro la scienza, che hanno portato avanti l’anti-vaccinismo”. Al di là questa posizione personale, la grancassa mediatica ha indicato nel voto un chiaro segnale di fiducia  verso l’operato del governo Draghi e il suo ‘riformismo’, che riscuoterebbe pertanto il consenso della maggioranza dei cittadini, mentre sarebbero stati sconfessati ‘sovranisti e populisti’.

Chi non si lascia abbindolare dalla semplice esposizione dei valori percentuali ed è consapevole di quanto l’astensionismo possa gonfiare i  numeri (a livello nazionale, ha votato solo il 54,7% degli aventi diritto), sa bene quanto sia vuota la retorica del ‘trionfo’. Se esaminiamo le principali città coinvolte dal voto (dove in tutte l’affluenza è stata inferiore al 50%), constatiamo addirittura candidati sindaci del centro-sinistra perdenti del passato (il caso di Ferrante a Milano è emblematico) capaci di ottenere molti più voti di quelli attualmente vittoriosi al primo turno.   

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Quindi, al di là di panegirici e simbolismi soggettivi, il risultato del voto si deve a due fattori sinergici:

  • il voltafaccia dell’elettorato di M5S e Lega dopo le recenti giravolte dei loro ex beniamini in favore del PD e/o del governo Draghi;
  •  la persistenza di uno zoccolo duro di elettori del centro-sinistra, per quanto sempre più levigato con il trascorrere del tempo, fedele e obbediente ai suoi leader o comunque convinto che PD e soci rappresentino un male minore preferibile alla destra. Una ‘sintonia con il Paese’, per usare le parole di Letta, che si fa sempre più flebile e che oggi, nel momento del supposto ‘trionfo’, si trova in uno di minimi storici. 

 

Nella migliore delle ipotesi, le nuove amministrazioni rappresentano un 35% scarso della cittadinanza, quindi, benché godano della legittimazione giuridica a governare, mancano di quella politica. Ciò deve significare ampi margini di manovra per i gruppi di cittadini organizzati e, soprattutto, molto poco spazio per il verticismo da parte dei nuovi sindaci, i quali devono rendersi conto di rappresentare  veri e propri governi di minoranza. Se la democrazia non viene ridotta al rito di apporre una croce su di una scheda ogni tot anni, dovrebbe trattarsi di una constatazione abbastanza scontata.

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