(OGM, sostenibilità e mistificazione/1)

Sementi OGM resistenti agli erbicidi: un contributo alla sostenibilità?

Come spiegato alla fine della puntata precedente, lo scopo dichiarato delle sementi transgeniche di ‘prima generazione’ non era di aumentare le rese, bensì di ridurre le applicazioni di fitofarmaci. Motivazione che dovrebbe esaltarne il carattere eco-friendly e convincere così la maggioranza degli ambientalisti che ‘stoltamente’ si batte contro la loro diffusione.

Iniziamo allora con la cosa più superficiale ma ovvia da fare: paragoniamo i trend storici dell’impiego di pesticidi in USA e in Italia, esaminandoli parallelamente alla diffusione delle coltivazioni OGM nella patria dello zio Sam.

 

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Si evince che il consumo per ettaro italiano, in sensibile calo a partire dal 2000 a oggi, è sempre stato molto più elevato di quello statunitense, il quale per altro risulta leggermente in rialzo dal 2010, cioé da quando le  varianti OGM di mais, soia e cotone sono diventate nettamente maggioritarie. 

Scorporando il dato USA tra le varie tipologie di agrofarmaci, si scopre che l’impiego di funghicidi-battericidi è rimasto stabile nel tempo, quello di insetticidi è fortemente calato ma in compenso si è verificata un’impennata nell’uso di erbicidi dal 2005 in poi.

 

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A prima vista, la conclusione da trarre sarebbe che le sementi OGM per resistere agli erbicidi (HT) abbiano sostanzialmente fallito, mentre quelle modificate per incorporare nel DNA la tossina insetticida Bacillus thuringiensis (Bt) si siano comportate a dovere. La questione è però più complessa di così.

OGM resistenti agli erbicidi

La disamina fin qui condotta si espone alla contestazione di fare paragoni in maniera indiscriminata, ragionando sui pesticidi per peso invece di concentrarsi su effetti e tossicità. Cerchiamo allora di approfondire l’argomento.

Prima, però, occorre spiegare la centralità del glifosato nell’intera questione. Commercializzato nel 1974 dalla Monsanto con il nome di RoundUp, presenta non pochi vantaggi rispetto ai prodotti omologhi: meno tossicità per l’uomo, bassa penetrazione nel terreno, facile degradazione in quanto agevolmente attaccato e distrutto dai batteri presenti nel suolo, riducendo quindi la probabilità che i suoi residui riescano a raggiungere le falde acquifere; permette inoltre di evitare profonde arature. Dai campi il suo utilizzo si è esteso anche agli ambienti urbani (giardini, parchi pubblici, ecc.), diffusione favorita nel 2001 dalla scadenza del brevetto; tutti questi fattori hanno contribuito a renderlo il diserbante più venduto al mondo.

Rimpiazzando man mano ritrovati più pericolosi, il glifosato ha gradualmente abbassato il livello generale di tossicità dell’apporto di erbicidi statunitense, sia acuto (effetti a distanza ravvicinata nel tempo) che cronico (dovuto all’accumulo di sostanze nocive): il boom di impiego è avvenuto ovviamente con la commercializzazione delle sementi di mais, soia e cotone modificate per resistere alla sua azione. Senza entrare nel merito riguardo ai diversi pareri sulla cancerogenicità che hanno visto lo IARC scontrarsi con EFSA e ECHA (rimando ad alcune considerazioni espresse da Claudio Della Volpe su La Chimica e la Società ), è sicuro che una sua proibizione generalizzata provocherebbe ripercussioni enormi sull’intero settore agricolo globale. Anche perché è dagli anni Ottanta che non vengono realizzate e immesse sul mercato nuove classi chimiche di erbicidi.

Il periodo d’oro del glifosato e delle sementi HT ha raggiunto il culmine nel 2005-06: i sostenitori della transgenesi esaltavano gli aumenti produttivi in presenza di un trend calante di fitofarmaci (prova tangibile dell’efficacia degli OGM), mentre l’ex brevetto Monsanto sembrava destinato a soppiantare i concorrenti più tossici e obsoleti.

Le cassandre di turno, però, ammonivano a non cantare troppo presto vittoria, dal momento che la natura si sarebbe ‘vendicata’ sotto forma di piante resistenti al glifosato, cosa effettivamente verificatasi dal 2007 in poi. La resistenza agli erbicidi, di per sé, affligge tutti i sistemi agricoli che ricorrono alla chimica di sintesi contro le infestazioni vegetali: tuttavia, prima della diffusione delle sementi transgeniche, era un fenomeno più marcato in Europa che negli USA, successivamente la situazione si è invertita.

 

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Evoluzione nel tempo delle erbe resistenti al glifosato sulle colture USA di soia e mais (Fonte: Benbrook 2016)

 

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Le conseguenze sono state abbastanza radicali. Il consumo di glifosato ha cominciato a schizzare e, fatto ancora peggiore, l’abbattimento dei diserbanti di vecchia concezione si è stabilizzato intorno al 2005, evidentemente perché i ‘nuovi’ ritrovati non risultano all’altezza delle aspettative, visto il loro utilizzo marginale. Per correre ai ripari, la Bayer-Monsanto (nel 2018 il colosso tedesco ha rilevato la multinazionale statunitense) ha messo in commercio a partire dal 2016 semi di soia e cotone progettati per resistere sia al Roundup che al dicamba, discusso erbicida prima bandito dall’EPA e poi nuovamente autorizzato dopo un cambio di formulazione.

 

GLIFOSATO

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Fonte: United States Geological Survey

 

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Impiego di erbicidi su mais, frumento, soia e cotone USA (Fonte: Osteen e Fernandez-Cornejo 2016)

 

 

Inoltre, al glifosato si sono affiancati in misura sempre maggiore prodotti tendenzialmente con peggiori profili di tossicità.

 

 

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Apporto di glifosato e altre tipologie di erbicidi su mais, soia e cotone USA (Fonte: Kniss 2017a)

 

 

Oltre al già citato dicamba, troviamo mesotrione (novità specifica per il mais introdotta a cavallo del nuovo millennio), atrazina (di cui non è certa la cancerogenicità, ma presenta sicure problematiche ambientali e sanitarie, ragione per la quale è stata proibita in Italia nel 1992 e nella UE nel 2004), acetochlor (probabile cancerogeno respinto dalla UE nel 2011),  2.4-D (uno dei componenti del famigerato Agente Arancio, a rischio di cancerogenicità secondo IARC ed ECHA), paraquat (fuorilegge in Europa dal 2007), diuron (ammesso nella UE ma  ‘very toxic to aquatic life with long lasting effects’, secondo l’ECHA, oltre a essere sospetto cancerogeno).

 

             

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Fonte: United States Geological Survey

 

 

Analizziamo ora l’evoluzione del rischio di tossicità cronico (chronic hazard) e acuto (acute hazard) relativamente a mais, soia e cotone dal 1990 a oggi.

 

 

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Evoluzione nel tempo della tossicità cronica e acute di mais, soia e cotone (Fonte: Kniss 2017b)

 

Grazie alla progressiva eliminazione di alcuni degli erbicidi più vetusti e pericolosi (come cianazina e alachlor), tutte e tre le colture hanno nettamente ridotto nel tempo il rischio acuto (seconda riga di diagrammi). Dal 2005-06, però, soia e cotone stanno peggiorando il loro rendimento, a causa del maggior ricorso a prodotti come il paraquat, il cui consumo è aumentato rispetto al periodo pre-transgenesi.

Per quanto concerne il rischio cronico, la situazione è decisamente meno rosea: mentre la soia conferma sostanzialmente il medesimo trend del rischio acuto, mais e cotone registrano addirittura valori peggiori rispetto agli ultimi anni dell’era pre-OGM. Questo sia perché non sono mai riusciti ad emanciparsi da alcuni diserbanti di vecchia concezione (atrazina, acetochlor, diuron) sia perché quelli più recenti, come il mesotrione della Syngenta, provocano effetti nocivi duraturi sull’ambiente.

Ne vale la pena?

Nel 2012, il consumo complessivo statunitense di erbicidi delle principali coltivazioni ha superato il picco di fine anni Settanta, problema ampiamente messo in risalto dai contestatori degli OGM e che, in termini di sostenibilità, rappresenta una chiara manifestazione del paradosso di Jevons. I loro sostenitori hanno invece enfatizzato come, oggigiorno, il livello complessivo di rischio sia di gran lunga inferiore, nonostante i maggiori quantitativi adoperati. Lasciano intendere che, nonostante tutto, senza le sementi tolleranti agli erbicidi la situazione sarebbe addirittura peggiore. Ma è proprio così?

Gli studi che rimarcano i risultati positivi ottenuti dalla sementi HT circoscrivono quasi sempre l’analisi ai primi anni successivi alla loro commercializzazione, prima cioé che il fenomeno delle erbe resistenti si aggravasse. Un gruppo di ricercatori nel 2016 ha pubblicato uno studio su Science Advances, condotto su di un arco di tempo più lungo (1998-2011) e avente come oggetto il consumo di erbicidi di più di 5000 coltivatori di mais e soia statunitensi. I risultati delle osservazioni sono decisamente interessanti e smentiscono luoghi comuni radicati, mentre confermano dati dell’USDA riguardo al sostanziale riallineamento tra coltivazioni modificate e non nella quantità di erbicidi impiegati. .

Sulle coltivazioni di soia HT, fin dalle origini, è stato irrorato mediamente un quantitativo per ettaro maggiore rispetto alle non-HT; dal 2003 in poi, è anche aumentato il quoziente di impatto ambientale (EIQ). Il mais HT si è  dimostrato più efficace, ma anch’esso dal 2010 incappa nelle medesime problematiche.

 

 

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Differenza nel consumo per ettaro di erbicidi e nel quoziente di impatto ambientale (EIQ) delle sementi GT (‘glyphosate-tolerant’) rispetto quelle non-GT. Diagramma A: soia GT; diagramma B: mais GT (Fonte: Perry e altri 2016)

 

E’ possibile che ricerche analoghe condotte su altri campioni di agricoltori riescano a presentare esiti più favorevoli alle sementi HT, ma non si tratta di creare una competizione sul filo dei decimali tra queste e le convenzionali. Il vero problema è rappresentato dal fallimento della promessa di ridurre considerevolmente l’apporto degli erbicidi, nonché dalle evidenti difficoltà nel limitarne la tossicità dopo gli exploit iniziali. Diventa arduo difendere le soluzioni transgeniche, con tutte le criticità che comportano, quando con le coltivazioni non modificate si riesce a contenere il danno in misura sostanzialmente simile. Non a caso, i sostenitori degli OGM in Italia e in Europa perorano principalmente la causa delle coltivazioni Bt, perché riguardo a esse è possibile ostentare numeri inoppugnabili sulla loro efficacia. Almeno così si racconta… (continua)

 

PS: prima di chiudere, permettetemi di levarmi un sassolino dalla scarpa. Malgrado le notevoli divergenze sull’argomento OGM (e non solo) con Dario Bressanini, non ho nulla contro di lui sul piano umano, come divulgatore ad esempio lo preferisco di gran lunga all’onnipresente Roberto Burioni. Non nascondo però l’insofferenza per la maniera caricaturale con cui tende a dipingere chi si oppone all’introduzione delle sementi transgeniche in Europa: immancabilmente ignorante, prevenuto, vittima di bias e incline al cherry picking, il prototipo dello ‘analfabeta funzionale’, insomma.

Il 12 luglio 2018, sul blog ‘Scienza in cucina’ (ospitato sul sito Web de L’Espresso) il chimico lombardo ha pubblicato un post intitolato ‘La verità, vi prego, sul mais OGM‘, impostandolo come un ipotetico botta e risposta tra lui e un contestatore stereotipato degli OGM. Questi a un certo punto insinua

Comunque con tutto quel mais resistente agli erbicidi l’uso di diserbanti sarà schizzato

Bressanini gli replica

In realtà no. Almeno sul mais. Non è che prima non si usassero i diserbanti. Semplicemente se ne usavano altri. I dati dell’USDA indicano che dal 1996 l’uso dei diserbanti sul mais è diminuito, per poi tornare ad aumentare un po’

portando come prova a sostegno il seguente diagramma.

 

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2018/07/USDA-herbicide-use.png
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Per tutto il post, il chimico ostenta numeri aggiornatissimi sulla diffusione delle sementi transgeniche negli USA e in Spagna, mentre in questo caso non gli riesce di meglio che ripescare una pubblicazione dell’USDA risalente a quattro anni prima (Pesticide Use in U.S. Agriculture: 21 Selected Crops, 1960-2008), i cui dati si fermano al 2008 (guarda caso, fin quando il mais resistente al glifosato sembrava comportarsi a dovere). Ovviamente, una documentazione coeva al post avrebbe portato alla luce che la risalita del consumo di erbicidi sulle coltivazione di mais HT era nel frattempo passata da ‘un po” a ‘un po’ tanto’. Lo dico con assoluta certezza perché, proprio contemporaneamente a Bressanini (cioé nell’estate del 2018), anche il sottoscritto stava reperendo informazioni sull’argomento, servite poi per alcuni articoli pubblicati tra marzo e aprile del 2020 su Decrescita Felice Social Network (in particolare il seguente).

Ovviamente, non possiamo leggere nella sua coscienza, quindi solo il diretto interessato può sapere se tale comportamento si debba a partigianeria o a sincera ignoranza. Possiamo solo limitarci a seguire il consiglio che elargisce nell’articolo: “Nella scienza non ci si deve ‘fidare’ di nessuno”; pertanto verifichiamo sempre le affermazioni di chicchessia, anche di chi passa per  estremamente competente e informato. 

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