di Jacopo Simonetta

Subito dopo l’attentato di Manchester (22 maggio 2017) c’è stato qualcuno che ha detto che hanno volontariamente preso di mira dei ragazzini “Perché così anche voi capirete quello che soffrono i nostri bambini ad Aleppo e Mosul”.

Questo merita una piccola digressione perché è vero che Aleppo e Mosul sono state bombardate da Russi ed Americani (oltre che da Siriani e Iraqueni rispettivamente), ma chi ha impedito ai civili  di scappare in zone più sicure sono stati i miliziani che dicono di difendere queste città.   In entrambi questi casi, e nei molti altri analoghi, la gente se ne andrebbe infatti ben volentieri e di corsa.   Sono i cecchini dell’ISIL che glielo hanno impedito perché sanno benissimo che, senza questi “scudi umani”, sarebbero spazzati via nel giro di ore.   Una tecnica quindi efficace nel suo cinismo totale, ma come è nata?

Passato

Fin da tempi molto antichi, invalse l’uso di garantire i trattati con lo scambio di ostaggi.   Se uno dei contraenti mancava ai patti, l’altro gli ammazzava i parenti che teneva in ostaggio, anche se poi non sempre succedeva.   La storia è infatti piena di ostaggi uccisi, ma anche di durature amicizie e perfino di amori fra “prigionieri” e “carcerieri”.   Comunque, la cosa riguardava solamente principi e principesse.

In seguito la pratica si democratizzò e divenne frequente prendere in ostaggio della gente a caso, minacciando di ucciderla se non si ottiene quel che si chiede.   Una tecnica spesso usata da rapinatori ed altri criminali, ma talvolta anche dagli stati.   Il sistema delle rappresaglie indiscriminate, ad esempio, non è altro che un modo per tenere in ostaggio intere popolazioni. Un’altra variante è quella praticata dai movimenti terroristici che colpiscono perlopiù gente inerme per costringere i governi a dar loro quel che vogliono.   Certamente una vigliaccata, ma che ha ancora la logica di minacciare i civili delle parti avverse.   Come e perché è nata e si è diffusa la tecnica di minacciare invece i propri?

Nel 1967 Egitto, Siria e Giordania attaccarono contemporaneamente Israele.   Il risultato fu catastrofico per loro e soprattutto per i palestinesi: 200.000 circa di loro dovettero fuggire, andandosi ad aggiungere ai 600.000 profughi della guerra del 1948.   Senza qui riassumere le complicate vicende che seguirono, sta di fatto che i palestinesi furono largamente strumentalizzati dai paesi arabi, nei modi e nei tempi che facevano loro comodo.   In particolare, numerosi stati continuarono a finanziare organizzazioni terroristiche e militari più o meno clandestine in seno al popolo palestinese, mentre buona parte degli aiuti civili veniva dall’Europa.   Questo creò una situazione in cui l’élite militare che controllava in campi ed i territori palestinesi aveva tutto l’interesse a non trovare un accordo, neppure nelle fasi in cui i governi israeliani erano disponibili a compromessi importanti (v. i governi di Rabin che fu poi ucciso da un’integralista ebreo).

Gradualmente, prima l’OLP e poi Hamas, si sistemarono comodamente nello status quo, ma per giustificare il loro potere era necessario che la guerra continuasse.   Un problema perché in un conflitto convenzionale la strapotenza israeliana avrebbe trionfato all’istante.   Di qui l’idea di utilizzare la propria popolazione civile come ostaggio.   Costruire le installazioni militari all’interno, o addirittura sotto, i quartieri più popolosi costringe infatti il nemico ad usare solo una minima frazione del suo volume di fuoco potenziale e ad usare armi e munizioni estremamente costose e sofisticate.  Spesso i proiettili usati sono  più costosi degli obbiettivi che colpiscono, ma anche così in numero di civili morti (bambini compresi) è molto più alto di quello dei miliziani.   Una strategia senza precedenti storici che ha consentito a organizzazioni di poche migliaia di combattenti con armi leggere e razzi di tenere per decenni in scacco uno degli eserciti più potenti del mondo.   Ecco perché è stata poi copiata in tutti quei conflitti fortemente asimmetrici in cui il contendente militarmente più forte non vuole o non può inimicarsi eccessivamente l’opinione pubblica internazionale.   Giustamente indignata dai massacri.

Il futuro

Tutto questo può durare ancora degli anni, ma non credo per sempre.   I paesi militarmente potenti stanno affrontando difficoltà crescenti man mano che il sistema economico globale si sfalda.   Saranno quindi sempre meno disponibili ad investire risorse smisurate rispetto ai risultati ottenuti.   Inoltre, le loro opinioni pubbliche interne, che sono il punto di forza di questa strategia, stanno perdendo la capacità di indignarsi per la morte di gente lontana.   Mentre la diffusione di varie forme di integralismo, anche in occidente ed in Russia, facilita il processo.   Anche il tema dei “diritti umani”, come arma politica, si sta spuntando man mano che anche i paesi occidentali stanno adottando misure come lo spionaggio di massa e lo stato d’emergenza permanente che, un tempo, erano appannaggio dell’ “Impero del Male”.

Impossibile dire quale sarà il risultato finale di tutto ciò, ma difficilmente sarà favorevole ai popoli ostaggio delle milizie.   Temo che possa diventare prassi quel che è accaduto a Sri Lanka nel 2009 quando il governo cingalese, deciso a chiudere la partita con le “Tigri Tamil”, attaccò senza remore di sorta le basi nemiche, uccidendo indifferentemente miliziani ed ostaggi in una carneficina che nessuno tentò seriamente di fermare.

Forse sarebbe meglio smettere prima.

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