Da molto tempo oramai, i temi ambientali erano completamente scomparsi dalle agende politiche italiane, europee e mondiali, a parte il pietoso ed ossessivo richiamo a concetti astratti quali “sviluppo sostenibile”,  “eco-efficienza” e simili viatici di nefandezze.  Nel disinteresse di tutti, le associazioni ambientaliste storiche proseguivano nella loro agonia, mentre gli aderenti ai movimenti “decrescisti” e “transizionisti” parevano perlopiù interessati all’orto di casa, piuttosto che al destino del Pianeta, dato oramai per perso.
Nel giro di un anno tutto è cambiato: milioni di ragazzi sfilano per le strade, migliaia di attivisti organizzano azioni di disturbo e si fanno arrestare, talvolta anche picchiare.  I media principali non possono più ignorare il tema, i social sono invasi dalla crisi climatica.
Certo, molti dei ragazzi fanno solamente forca a scuola e molte delle cose che si dicono e si scrivono sono sbagliate o stupide, ma intanto se ne parla.  E non tutto ciò che si fa e si dice è sciocco o banale; molte cose rimaste finora nei circoli degli addetti ai lavori stanno finalmente filtrando verso un pubblico ancora di nicchia, ma già molto più vasto di un anno fa.
Lo dimostra il fatto che in molti stanno cercando di soffocare il movimento, mentre altri stanno cercando di cavalcarlo.  E’ inevitabile che accada, ma intanto un gran numero di persone si sta rendendo conto per la prima volta di essere davvero in pericolo e cerca di aggregarsi in modo da poter reagire.  Non è un piccolo risultato.
Non sappiamo cosa il movimento otterrà, né quanto durerà o come si trasformerà, ma sappiamo che in questo momento si è aperta una finestra attraverso la quale è possibile far passare una ventata di idee, informazioni e richieste alle autorità.   E su quest’ultimo punto io credo che si stia commettendo un errore tattico.

emissioni climalteranti
  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr
Tanto Fridy for Future che Extinction Rebellion chiedono molte cose, ma la richiesta che emerge in primo piano è quella di “emissioni zero netto” entro il 2030, vale a dire entro una decina d’anni.   E’ una buona idea?
Ripartiamo da un dato politico: questi movimenti sono presenti in molte parti del mondo, ma per ora sono importanti e possono sperare di ottenere qualcosa solo in alcuni paesi dell’EU.  Altrove sono assenti o molto marginali, ma per avere una qualche efficacia sull’evoluzione del clima la riduzione delle emissioni deve essere quantitativamente rilevante a livello globale.
Oggi l’Italia contribuisce alle emissioni climalteranti globali per l’1% circa; la UE nel suo complesso per meno del 9% (8% se alla fine uscirà il UK).   Per confronto, gli USA producono quasi il 15% delle emissioni globali e la Cina il 27% da sola.   Questo significa che una riduzione del 10% delle emissioni climalteranti italiane (un traguardo che costerebbe consistenti sacrifici immediati) peserebbe per lo 0,1% a livello operativo; circa il 1/3 rispetto ad una riduzione di appena l’ 1% delle emissioni cinesi.   Un fatto che non può essere ignorato, specialmente non da chi mette giustamente in capo a tutto l’imperativo di “dire la verità”.
Inoltre, provvedimenti tesi ad ottenere riduzioni importanti sarebbero complesse e costose, dunque richiedono tempo, cosicché gli attivisti si devono necessariamente accontentare di promesse che nessuno garantisce.  Tutta la quarantennale storia politica della crisi climatica è fatta di lunghe trattative, promesse mancate o, al massimo, risultati totalmente insufficienti.

Dunque dovremmo lasciar perdere le emissioni?  Secondo me no, ma occorre aggiustare il tiro.
Sappiamo che il principale inquinatore del mondo è la Cina, ma le emissioni cinesi sono in gran parte dovute alla produzione di beni di consumo per l’estero ed il 15% circa di questi sono importati dalla UE.   Circa altrettanto vendiamo noi ai cinesi, ma attenzione che questi sono dati in valore monetario, non in peso o altra misura fisica.   In effetti, in termini di CO2 equivalente, importiamo enormemente di più di quanto esportiamo perché la Cina ci compra modeste quantità di merci ad elevato valore aggiunto, mentre ci vende miriadi di tonnellate di paccottiglia e generi di largo consumo.
Di conseguenza, anche se in termini economici l’Europa è riuscita a diventare un attore marginale nella scena globale, (sarà bene rendersene conto), ha ancora qualcosa su cui può forse lavorare.  Tanto più che alle cifre ufficiali si dovrebbero aggiungere le emissioni climalteranti prodotte dai trasporti internazionali che non si sa bene se e a chi vengano attribuiti nelle statistiche.
Ridurre le importazioni dalla Cina potrebbe quindi avere un impatto sulle emissioni globali ben più consistente di farraginosi interventi sulle emissioni domestiche.  Io credo che sarebbero anche molto più bene accetti dalla popolazione, malgrado comporterebbero certamente delle rappresaglie da parte della Cina.  Una cosa che certamente preoccuperebbe (e con molta ragione) chi si occupa di commercio, ma che sarebbe un’ottima notizia per chi si occupa di clima e di ambiente.   In fondo, il recente rallentamento nella crescita delle emissioni deriva, almeno in parte, proprio dalle scaramucce doganali fra Cina e USA.

Ci sarebbero però due grossi scogli da superare: il primo è che nessun paese europeo, neanche la Germania, potrebbe permettersi oggi di fare cosa sgradita al sig. Xi.  Per prendere un provvedimento simile (od un qualunque altro provvedimento climatico minimamente serio) dovremmo quindi agire a livello di UE, in modo compatto e senza tirare a fregarci fra di noi, come invece siamo abituati a fare.

  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr
Il secondo è che abbiamo sottoscritto degli accordi e concesso ad organismi come il WTO una quota considerevole della nostra sovranità.  Tornare indietro non solo presuppone un’azione solidale da parte dei 28, ma anche tempi lunghi e procedure complesse.   Tuttavia una scappatoia immediatamente praticabile c’è e ce la ha mostrata Zdeněk Hřib, sindaco “pirata” di Praga (i pirati sono un partito simile ai 5s prima maniera, quando erano ambientalisti).  E’ una storia che merita di essere raccontata.
Il governo Ceco aveva firmato un polposo e molto reclamizzato accordo con la Cina che, come al solito, prevedeva investimenti cinesi in cambio di aperture commerciali e dell’appoggio alla “politica di una sola Cina” (leggi: far fuori Hong Kong e Taiwan, dimenticare tibetani e uiguri, ecc.).
Tutti contenti, ma il sindaco di Praga, semplicemente, non ha sottoscritto il gemellaggio con Pechino, sostenendo che un gemellaggio è un accordo culturale.   Le clausole prettamente politiche dovevano quindi essere depennate, altrimenti lui non firmava.   Apriti cielo!  L’ambasciatore cinese, in preda ad una vera crisi isterica, è arrivato a minacciare apertamente la città e lo stato e, per tutta risposta, il sindaco ha appeso la bandiera tibetana al municipio.
Risultato: brusco calo dei flussi di turisti dalla Cina, cosa che ha molto giovato a Praga (oramai asfissiata da troppo turismo al pari di Firenze, Venezia e altre città) e corrispondente riduzione delle emissioni.   Una cosa così la potrebbe fare qualunque sindaco di qualunque città europea e, se fossero molti, i punti percentuali potrebbero cominciare ad essere visibili.  Paradossalmente, cose che non possono fare i governi o la UE, le possono fare i municipi.

Una seconda strada, molto più complessa e lenta, ma anche molto più efficace, sarebbe una drastica riforma dell’IVA, materia su cui il WTO non ha alcuna balìa.   Potremmo infatti aggirare almeno in parte i trattati commerciali iniqui che abbiamo sottoscritto (e promosso) concordando fra i 28 una riforma dell’IVA tale da castigare i generi di consumo più inquinanti e di breve vita utile; guarda caso molti dei quali prodotti in Cina.
Una riforma radicale dell’IVA, tendente ad internalizzare i costi ambientali e sociali dei prodotti avrebbe anche numerosi altri effetti benefici, a cominciare dallo sblocco del recupero e riciclaggio dei rifiuti.   Attualmente, infatti, le filiere del riciclo pagano l’IVA su ognuno dei loro numerosi passaggi, mentre le materie prime pagano le tasse solo dal secondo passaggio in poi.  Il primo passo, l’estrazione della materia prima è infatti gratis o quasi.   Si pagano gli operai, le macchine, ecc., ma non si pagano la roccia, l’acqua, la distruzione del territorio, eccetera in quanto tali; se non talvolta sotto forma di concessioni il cui onere è risibile rispetto agli impatti prodotti.
Come risultato, le materie prime hanno un prezzo spesso inferiore a quello delle materie seconde, oltre che essere di migliore qualità media.   Una riforma fiscale che inverta questo rapporto avrebbe il risultato di rendere finalmente vantaggioso il recupero dei rifiuti e di chiudere qualche cava (anche se non tutte).

Certo, ci sarebbero anche molti altri modi per ridurre le emissioni climalteranti nazionali, dal dimezzare l’illuminazione stradale a ridurre gli allevamenti intensivi; quest’ultimo intervento viene anzi indicato come quello che avrebbe il miglior rapporto costo/efficacia, oltre ad effetti molto positivi anche sulla riduzione dell’inquinamento a livello locale.   Tutte cose già ampiamente dibattute e mai fatte.
Qui vorrei invece approfittare per suggerire un provvedimento di cui non ho mai sentito parlare.  La sua efficacia in termini di emissioni climalteranti sarebbe inferiore rispetto ad una drastica riduzione degli allevamenti intensivi, ma in compenso potrebbe essere attuato in un fiat e praticamente a costo zero.  Parlo di riportare il wattaggio dei contatori domestici da 6 a 3 kW, come erano fino a qualche anno fa.   Una cosa fattibile direttamente dalle centrali di controllo, senza andare a casa di ogni cittadino.
Non ho idea di quale sarebbe l’impatto effettivo sui consumi nazionali, ma di sicuro avrebbe un impatto psicologico e di conseguenza culturale sulla cittadinanza.
Abbassare il wattaggio e razionare l’acqua, spiegando bene il perché di simili provvedimenti, sarebbero a mio avviso due strumenti formidabili per far capire alla cittadinanza che siamo davvero in emergenza e che lo stile di vita cui siamo abituati è finito per sempre.   Sarebbero anche provvedimenti molto impopolari, certo, e di conseguenza avrebbero un costo politico per i governi e le amministrazioni che li varassero.   Cioè esattamente quello che ci vuole per dimostrare che la “dichiarazione di stato d’emergenza” che taluni stanno rilasciando è presa sul serio e non è un’ennesima pennellata di greenwashing.

Tutto ciò non sarebbe né facile, né indolore, ma niente oramai sarà facile o indolore; men che meno restare sull’attuale traiettoria.   La possibilità di cavarcela a buon mercato l’abbiamo avuta, ma abbiamo preferito ignorarla.  Ora si tratta di scegliere il male minore, sperando di non sbagliarsi.
Per fare una metafora, la scelta è fra sbattere contro un muro fra 10 km andando a 100 all’ora, oppure subito, ma 70 kmh.  Non è una scelta facile, ne convengo.

 

 

 

Share This