Le opinioni sul recente voto presidenziale USA che imperversano sui media e sul Web spaziano, a seconda delle tifoserie, dal ’25 aprile americano’ al ‘trionfo del Nuovo Ordine Mondiale’, entrambe visioni estremizzate molto lontane dalla realtà. Del resto, fin dall’inizio si stavano scambiando lucciole per lanterne: appena prima dello spoglio delle schede postali – cioé quando Trump, in ritardo nel voto popolare, sembrava avviato alla riconferma grazie al meccanismo dei grandi elettori premiante il radicamento territoriale del consenso – Biden veniva additato a candidatura debole e si rimpiangeva a gran voce Bernie Sanders, malgrado l’ex vice di Obama si avviasse già a riscuotere più consensi di chiunque altro nelle elezioni a stelle e strisce.

Tali considerazioni, inoltre, dimenticano che il Partito Democratico è complementare a quello Repubblicano, nel senso che rappresenta una fazione interna al mondo degli affari (il vero Deep State, al di là della retorica militante alla Qanon), per cui è fuori discussione una leadership di esponenti in stile Sanders, almeno finché si professano ‘socialisti democratici’ o avanzano dure critiche al capitalismo. Quindi, buona o cattiva che fosse, la candidatura di un centrista come Biden era comunque obbligata, vista la natura profonda dei Democratici.

Per inciso, ritengo che questa elezione abbia messo in evidenza i limiti dei social media come strumento di propaganda politica. Chi decide di seguire un profilo social di un personaggio pubblico lo fa perché ha già maturato simpatia nei suoi riguardi, non è mosso da curiosità o dubbio: di conseguenza, su Facebook, Twitter, Instagram si tende a un discorso autoreferenziale volto a galvanizzare e compiacere i follower, atteggiamento che induce inevitabilmente a radicalizzare le posizioni, mossa non particolarmente adatta per conquistare nuovi seguaci. L’entourage di Trump ha forse pensato che bastasse conservare lo zoccolo duro di elettori del 2016 per spuntarla nuovamente, puntando quindi su di una tattica molto aggressiva, in linea con il temperamento del tycoon newyorkese; l’effetto collaterale è stato però di convincere indecisi e democratici delusi a recarsi alle urne, diversamente da quattro anni fa, per sostenere il suo avversario.

Le presidenziali 2020 hanno inoltre confermato un trend oramai evidente da anni (analizzato, tra gli altri, da Thomas Piketty in Capitale e ideologia), tale per cui le categorie contemporanee di Destra e Sinistra si possono descrivere sinteticamente in questa maniera:

Destra: schieramento della upper class, degli abitanti di campagne, piccoli centri e aree suburbane; più in generale, espressione della popolazione più ricca e dei perdenti della globalizzazione.

Sinistra: schieramento espressione della classe media urbana e istruita, nonché di coloro che a vario titolo traggono beneficio dal cosmopolitismo promosso dai processi di globalizzazione.

Personalmente ero curioso di vedere se, dopo il primo mandato, la classe lavoratrice bianca (artefice del successo di Trump nel 2016) avrebbe garantito nuovamente il suo sostegno, non parendomi poi tanto scontato: alla fine, al di là di qualche chiacchiera sulla necessità di introdurre misure protezionistiche e rilocalizzare le attività industriali, le manovre economiche degli ultimi anni sono state all’insegna di maxi-detassazioni per le classi più agiate e tagli al welfare, nulla di particolarmente diverso dalla solita minestra neoliberista. Esaminando la geografia del voto, si direbbe che tale supporto non sia mancato e possa persino essersi accresciuto, al punto da indurre Trump a definire i Repubblicani “nuovo partito della classe lavoratrice”.

Di fatto, negli USA e in tutto l’Occidente si sta verificando un problema caratterizzante le società che hanno raggiunto una fase postindustriale e terziarizzata, una volta delocalizzata in maniera massiccia la manifattura e tante altre attività produttive nei paesi emergenti. Al vecchio proletariato operaio, grande protagonista dei ‘trenta gloriosi’ del boom economico e capace di trattare quasi alla pari con il padronato, è succeduta una massa eterogenea di cui solo una minoranza è riuscita a integrarsi vantaggiosamente nella nuova società dei servizi  e dell’high tech (incapace di garantire i livelli occupazionali precedenti), mentre la maggioranza naviga a stento tra disoccupazione, contratti part time e lavoretti della cosiddetta gig economy (i ‘bullshit job’ di cui parlava il compianto David Graeber).

All’atto pratico, Trump e le destre genericamente chiamate ‘populiste’ non fanno granché in sostegno di queste fasce sociali, però, contestando (almeno a parole) quei meccanismi internazionali che ne hanno causato l’impoverimento, ne tengono viva l’aspirazione a una società diversa dall’attuale, dove possano di nuovo rialzare la testa; la Sinistra invece, insistendo a proporre una ‘globalizzazione dal volto umano’, si limita a preservare lo status quo indorando la pillola. Anziché ricevere qualche elemosina, gli sconfitti della mondializzazione preferiscono avallare piani economici obiettivamente favorevoli ai più benestanti, a patto che questi si impegnino in un progetto che restituisca loro centralità e dignità (aspetti che la Sinistra, da sempre concentrata sugli aspetti prettamente economicisti, ha troppo spesso ignorato). Così come non bisogna demonizzare la Rust Belt, non è neppure il caso di idealizzarla troppo, anche perché l’infatuazione per la nuova Destra richiama un fatto storico poco nobile, ossia la correlazione tra benessere della working class bianca e subordinazione della popolazione nera.

Prima della guerra di Secessione, i Democratici – all’epoca favorevoli alla schiavitù e radicati negli stati del Sud – denunciavano i propositi abrogazionisti di Lincoln e soci quale minaccia per i diritti degli operai bianchi del Nord, preoccupazione condivisa successivamente dal prima sindacato nazionale statunitense, la NLU (National Labor Union, fondato nel 1866 e sciolto nel 1873), favorevole all’esclusione dei neri (oltre a donne e cinesi) dalle loro fila. Il New Deal non intaccò il regime di segregazione impedendo quindi ricadute sociali favorevoli agli afroamericani (emblematicamente, anche Roosevelt si rifiutò di stringere la mano a Jessie Owen dopo i suoi trionfi olimpici, non diversamente da Hitler), così come la Great Society di Kennedy e Johnson limitò l’emancipazione allo stretto indispensabile, alimentando un malcontento catalizzato da Mussulmani Neri, Black Panther e organizzazioni radicali analoghe.

Gli elevati tassi di crescita economica, allargando la torta da dividere, tendono di norma a rasserenare gli animi rendendo più magnanimi persino intolleranti e discriminatori, riuscendo nel complesso a smussare tensioni tensioni pronte a riesplodere drammaticamente nei momenti di stagnazione e recessione. Compreso il ruolo del razzismo nel delicato equilibrio sociale statunitense, si comprendono meglio le strizzate d’occhio di Trump a suprematisti bianchi e gruppi simili, nonché molti altri aspetti della sua condotta.

 

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Fonte: resilience.org

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A suo modo, l’amministrazione uscente ha cercato di far fronte ai problemi innescati dai tassi di crescita più bassi dell’ultimo mezzo secolo. Se si riesce per un attimo a separe il ‘Trump pensiero’ dall’istrionica e folkloristica figura del primo presidente inserito nella hall of fame di una federazione di wrestling, si riconosce una strategia pensata appositamente per il periodo di vacche magre che stiamo vivendo, dove non si possono riproporre pedissequamente le ricette messe in atto dai due principali partiti in passato. Ecco quelli che ritengo i capisaldi fondamentali:

  • ammissione del declino USA: differenziandosi radicalmente dal neoconservatorismo, si è rinunciato a qualsiasi tentativo di mantenere l’egemonia unilaterale globale, preferendo invece una strategia volta a isolare la Cina attraverso una rete capillare di alleanze (con la Russia di Putin, con gli stati arabi sunniti contro l’Iran filo-cinese, con la Gran Bretagna post-brexit e strizzando l’occhio alle nazioni la cui permanenza nella UE risulta particolarmente disagevole);
  • ridefinizione del ruolo militare USA: i sostenitori di Trump presentato spesso il loro beniamino come garanzia per la pace mondiale rispetto ai ‘guerrafondai’ democratici, portando come elemento a sostegno il ritiro delle truppe da Iraq e Afghanistan unitamente alla crescente insofferenza per il peso economico che gli USA si accollano per il mantenimento della NATO; osservazioni che cozzano contro i 750 miliardi di dollari in spese militari varati nell’ultima manovra economica, più di quanto richiesto dallo stesso Pentagono. L’apparente paradosso si comprende alla luce dell’abbandono del tradizionale ruolo USA di gendarme mondiale, in favore di una strategia più flessibile e meno dispendiosa (ad esempio aumentando la militarizzazione dello spazio, su cui si concentrava gran parte dell’interesse di Trump per le forze armate);
  • protezionismo economico: il libero mercato equivale a un pugilato dove sono abolite le categorie di peso; ti conviene quindi quando sei il più grande e grosso della situazione, ma non se qualcuno ti sovrasta in forza. La politica economica trumpiana, consapevole dell’attuale superiorità cinese, ha optato per una guerra commerciale a base di dazi contro il colosso asiatico, allo scopo anche di metterne un freno al dumping e ai furti di proprietà intellettuale. Le vecchie organizzazioni sovranazionali da sempre espressione del Washington Consensus, come il WTO, sono state bypassate in favore di più agevoli accordi bilaterali con le singole nazioni;
  • cancellazione degli ostacoli ‘facili’ alla crescita economica interna: vedi i tagli al welfare e la soppressione di gran parte della legislazione ambientale, per sostenere il più massiccio piano di sgravi fiscali nella storia recente USA.

 

In un certo senso, Trump ha incarnato davvero una ‘rivoluzione conservatrice’, espressione molto più confacente a lui che al collega repubblicano George W.Bush, al quale viene normalmente associata. Se Biden, come denunciano i suoi detrattori, è un parto del ‘Nuovo Ordine Mondiale’ di cui i maggiori esponenti sono i magnati dell’informatica e delle telecomunicazioni, l’oramai prossimo ex inquilino della Casa Bianca ha rappresentato il tentativo del Vecchio Ordine – tra cui spicca il business as usual dell’ultimo mezzo secolo, in particolare l’industria petrolifera e delle fonti fossili, da cui Biden ha rifiutato ogni forma di contributo per la sua campagna – di farsi ‘resiliente’, cioé di conservare il predominio adeguandosi alla mutata statura internazionale degli USA e all’indebolimento economico. In un certo senso, la Destra che fa i conti con il collasso facendosene beffe allo stesso tempo.

Ovviamente, nessuno ha la sfera di cristallo per sapere come sarebbe proseguita l’avventura dell’amministrazione uscente in caso di rielezione, meno che mai il sottoscritto: mi limito però a supporre che, in breve tempo, alcuni nodi sarebbero venuti al pettine. L’ambizioso programma economico del presidente è stato ben lungi dal concretizzarsi, cosa che lo avrebbe indotto con ogni probabilità a nuove trovate demagogiche per fomentare i suoi sostenitori nel tentativo di occultare i problemi, spaccando una nazione già abbondantemente lacerata. Il suo destino avrebbe potuto ricalcare quello di Bush jr, rieletto in pompa magna nel 2004 per poi incappare in una sorta di damnatio memoriae.

Qualunque sia il futuro politico di Donald Trump, sarebbe sbagliato pensare che il trumpismo finisca con la sconfitta del suo leader perché, nonostante molti aspetti nebulosi e inquietanti, bisogna dargli atto di aver ammesso questioni ineludibili troppo spesso negate a Destra come a Sinistra: su tutte, la fine dell’egemonia americana e della globalizzazione neoliberista così come l’abbiamo conosciuta, nonché la messa in discussione dell’assetto della società postindustrializzata, dove la rinuncia all’apparato produttivo crea una società traballante di (tanti) sommersi e (pochi) salvati. Malgrado la sostanziale inefficacia dei piani di Trump, se la nuova amministrazione pensa di riproporre il consueto social-liberismo democratico riuscirà solo a peggiorare una situazione già altamente drammatica.

Se il Green New Deal, divenuto uno dei pilastri centrali della campagna elettorale di Biden, non rimarrà solo uno slogan, dovrà per forza radicarsi nel tessuto produttivo USA, attraverso la riconversione degli ex distretti industriali tradizionali: tuttavia, nel contesto dell’attuale mercato mondiale, è possibile competere alla pari con Cina e altri paesi emergenti nella produzione di pannelli fotovoltaici, aerogeneratori e tutto l’armamentario necessario per la decarbonizzazione? Ne dubito seriamente, in assenza di opportune misure per difendere importanti segmenti dell’economia americana, abbastanza deficitaria nel settore delle energie rinnovabili.

 

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Fonte: Wikipedia

 

 

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Pertanto, anche senza riproporre il clima teso delle guerre dei dazi, Biden potrebbe approfittare del ‘lavoro sporco’ già avviato da Trump per implementare almeno quella dose di protezionismo necessaria alla scopo. Se ciò avvenisse parallelamente ai promessi piani di aumento della tasse per le fasce più abbienti, ci sarebbe anche modo di ricreare la necessaria coesione sociale.

Insomma, non sarebbe affatto male recuperare alcune intuizioni profonde alla base del trumpismo e di quei movimenti genericamente chiamati ‘sovranisti’ e ‘populisti’ per declinarli in una versione radicalmente diversa da quella proposta dalla Destra, che finisce inevitabilmente per far degenerare tutto in tensioni etnico-razziali, consolidamento dei privilegi sociali, sciovinismo più o meno marcato, cancellazione di ogni forma di rispetto per l’ambiente. In questo caso, la sconfitta di Trump diventerebbe davvero una vittoria per tutti, anche per i suoi più stimabili e rispettabili sostenitori.

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