In ottobre l’editore LU::CE diffonderà una nuova traduzione aggiornata della prima edizione di The Limits To Growth (il cui titolo, rispetto alla prima versione pubblicata in Italia da Mondadori, ricalcherà l’originale è sarà pertanto I limiti alla crescita), opera del Club di Roma che rimane un classico del pensiero ambientalista al pari di Primavera silenziosa di Rachel Carson o The population bomb di Paul Ehrlich.  Se alcuni dati risulteranno inevitabilmente obsoleti, lo stesso non può dirsi della metodologia di analisi basata sulla dinamica dei sistemi, pertanto ogni pagina è pura ginnastica per la mente.

A quasi cinquant’anni di distanza, possiamo affermare con certezza che l’umanità si è instradata definitivamente sul percorso descritto dal cosiddetto scenario-base, per cui raramente vengono riproposte le altre ipotesi, se non per ragioni puramente documentarie. Io invece ritengo che presentino ancora un alto valore didattico, quindi le illustrerò in questa sede. Gli scenari sono tratti dall’aggiornamento del 2002 Limits to Growth: the 30-Years Update (uscito in italiano con il titolo I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio) e, andando ben oltre le intenzioni del libro, mi sono divertito ad attribuire nomignoli a mio parere congeniali per descrivere la forma mentis che li caratterizza.

Scenario manuale di economia

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Per spiegare ai lettori il funzionamento del modello informatizzato World3 (artefice delle elaborazioni), gli autori propongono a titolo esemplificativo il cosiddetto ‘scenario 0’ (numero scelto appositamente per far intendere che trattasi di ragionamento per assurdo), dove si assume che le risorse necessarie alla produzione industriale ed il conseguente inquinamento diminuiranno sempre più, che la produttività della terra aumenterà indefinitamente, che lo spazio sottratto all’agricoltura dagli insediamenti abitativi diminuirà progressivamente; tutto ciò in modo rapido e a costi irrisori. Questo mondo sembra ricalcare quello descritto nei manuali di economia neoclassica, non a caso si riesce senza problemi a perseguire il dogma della crescita economica esponenziale: nel 2080 la produzione industriale è trenta volte quella di inizio secolo e non accenna a calare, è stata raggiunta la piena transizione demografica dopo aver toccato il picco di 9 miliardi di abitanti, c’è cibo a volontà, la speranza di vita si è decisamente allungata e l’inquinamento è quasi un ricordo. Che dire: forse ha ragione Kenneth Boulding a pensare che gli economisti siano pazzi, si deve però ammettere che la loro costruzione intellettuale non fa una grinza. Dato a Cesare quel che è di Cesare, lasciamo l’Iperuranio per tornare sulla Terra.

Scenario sviluppo sostenibile (detto anche scenario dei comunisti liberali)

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Se negli anni Settanta l’espressione ‘sviluppo sostenibile’ poteva vantare dignitose credenziali ecologiste, oggi è oramai un’espressione abusata dal marketing, costantemente sulla bocca persino dei peggiori inquinatori della storia. Attuali grandi fautori dello sviluppo sostenibile sono quelli che Slavoj Žižek chiama ‘comunisti liberali’, categoria di cui fanno parte personalità quali Bill Gates, George Soros, Warren Buffet o la famiglia Rockfeller,  ossia membri della super élite consapevoli del pericolo di atteggiarsi alla maniera dei nobili dell’Ancien Régime, rimanendo totalmente sordi agli allarmi provenienti da società e ambiente.

La loro parola d’ordine è ‘tecnologia’, asso nella manica capace di ridurre l’inquinamento e aumentare le rese agricole, assolvendo quindi contemporaneamente alla necessità di preservare la salute del pianeta e sfamare una popolazione crescente. Efficienza energetica, fonti rinnovabili, meccanismi per il sequestro del carbonio, transgenesi e tecniche agronomiche più avanzate, ecc. sono la via per un capitalismo ‘verde’ e ‘filantropico’ (e soprattutto gattopardesco).

Per quanto si tratti di uno scenario decisamente più realistico del precedente, i ricercatori del Club di Roma hanno volutamente prospettato miglioramenti che definire ottimistici è un eufemismo. Guardate ad esempio il tasso di abbattimento degli inquinanti in conseguenza del miglioramento tecnologico.

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Il mondo dello sviluppo sostenibile è prospero e gioioso fino al 2040, poi inizia il tracollo. Che cosa è andato storto? Già una decina di anni prima, la produzione agricola aveva raggiunto un plateau, a causa della crescente erosione dovuta al sovrasfruttamento dei terreni, per poi declinare mettendo a rischio l’approvvigionamento alimentare globale. Pertanto, a due secoli dalla morte, Malthus ha la sua rivalsa.

Scenario ipersviluppista

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Lo sviluppo sostenibile? Poco più di una barzelletta catastrofista! Sottovaluta enormemente i passi da gigante che scienza e tecnica possono compiere, permettendo non solo di contrastare l’erosione ma anche di attuare un radicale decoupling tra output produttivo e input di risorse!

Questo scenario mi ha sempre strappato qualche risata per il suo esito decisamente tragicomico. Anch’esso, come il precedente, collassa a partire dal 2040, ma per una ragione completamente diversa: a un certo punto, a causa degli enormi investimenti necessari per sostenere gli iperbolici progressi in campo agricolo, industriale, nella lotta all’inquinamento e nella preservazione dell’ambiente, succede che… finiscono i soldi! Piccola consolazione: male che vada, visto il quadro finanziario già traballante del settore pubblico e privato, sembra alquanto complesso implementare anche solo parzialmente questa ipotesi, per cui almeno non rischiamo una sorte tanto ingloriosa.

Scenario malthusiano d’accatto

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Da qualche tempo, sto osservando sui social media una strana rivisitazione in chiave salviniana del malthusianesimo, secondo cui l’unico problema ecologico è rappresentato dalla sovrappolazione, facendo intendere che l’onere del risanamento ambientale dovrebbe ricadere esclusivamente sui popoli del sud del mondo ad alta natalità senza contributo da parte dell’Occidente, avendo già superato la transizione demografica.

A giudizio di World 3, se dopo il 2002 fosse stata attuata una pianificazione famigliare globale con l’obiettivo di limitare la natalità entro i 2 figli per donna, il progressivo raggiungimento della transizione demografica avrebbe liberato risorse per migliorare la situazione economica dell’umanità innescando un’impetuoso boom economico, fin quando il livello di inquinamento esorbitante non avrebbe inficiato tutto innescando il declino. Il business as usual, fondato su di una logica di crescita esponenziale, non si salva neppure riducendo le teste, come ovvio che sia: se il prodotto di 5xinfinito è ‘infinito’, anche quello di 4xinfinito, 3xinfinito, 2xinfinito ecc è sempre ‘infinito’.

Scenario ‘grazie può bastare così’

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Ecco finalmente una proposta degna dell’ecologismo radicale: Herman Daly, allievo ‘eretico’ di Nicholas Georgescu-Roegen, da tempo propone un modello economico stazionario, che affianchi alla stabilità demografica quella della produzione industriale. Purtroppo, World3 lo boccia perché i livelli di popolazione e consumi di fine XX secolo erano già eccessivi per la capacità di carico del pianeta, quindi la condizione di overshoot degenera fino a compromettere rovinosamente la produzione agricola.

Scenario ‘mo ti dovevi svegliare prima’

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Alla faccia delle leggende metropolitane, The Limits To Growth non solo non predice alcuna fine della civiltà, ma addirittura propone lo scenario ‘salvifico’: in aggiunta ai provvedimenti della precedente ipotesi, sono presenti anche misure per potenziare le rese agricole e difendere i terreni, nonché miglioramenti tecnologici per ridurre l’inquinamento e sfruttare più efficacemente le risorse.

C’è molto da recriminare a guardarlo? Difficile a dirsi, personalmente lo vedo più che altro come una sorta di orizzonte di riferimento, fatico a ritenerlo un piano mai stato realmente attuabile. Anche perché  una società con le potenzialità tecniche ipersviluppiste ma che si fa guidare dalla saggezza ecologica mi pare un’enorme contraddizione di termini. 

Scenario ‘hai voluto la bicicletta, ora pedala (e se non l’hai voluta idem)’

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Dopo un breve ma proficuo viaggio tra le ipotesi non verificatesi, eccoci tornati alla base, anzi, allo scenario-base; volenti o nolenti, tanto ci tocca. Gli scienziati del Club di Roma hanno sempre insistito sul non attribuire troppa importanza predittiva all’incidenza delle curve delle singole variabili una volta iniziato il declino, anche perché, dopo aver ricevuto la mattonata sui denti, è plausibile che l’umanità agisca diversamente dalle modalità che hanno portato al collasso (altrimenti eccoci servito il bardiano Tracollo di Seneca).

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Gli scenari ‘alternativi’ sono ancora preziosi nel fornirci indicazioni per andare a sbattere più o meno dolcemente contro i limiti, nel tentativo di creare una situazione che sia almeno una parente alla lontana dell’ipotesi ‘salvifica’. Sintetizzerei così gli insegnamenti più importanti:

  • la differenza tra un libro di favole e un manuale mainstream di economia è la capacità di divertire il lettore;
  • a meno che non stiate leggendo un testo risalente agli anni 70-80, la presenza dell’espressione ‘sviluppo sostenibile’ è indice di un probabile alto tasso di fuffa;
  • incaponirsi in modo autoreferenziale sulla produttività agricola è la maniera migliore per causare future carestie;
  • la tecnologia può sicuramente ‘aiutarci’ nell’intraprendere uno sforzo per il risanamento ambientale e il rientro nei limiti, ma non certo ‘salvarci’ (cioé fare il lavoro sporco per noi mentre proseguiamo imperterriti con le nostre abitudini consolidate). I miglioramenti di efficienza agiscono positivamente solo ponendo precisi limiti produttivi (altrimenti buon Paradosso di Jevons a tutti);
  • ridurre la popolazione senza bloccare la crescita economica può sembrare una soluzione sul breve periodo ma pospone solo leggermente il collasso;
  • contrariamente a quello che e-banking, bitcoin e strumenti finanziari vogliono farci credere, esiste un limite anche al denaro;
  • corollario generale: si possono sprecare risorse utili nel tentativo di perpetuare il business as usual fondato sulla crescita esponenziale, con il risultato che, più ti intestardisci, meno mosche ti rimangono alla fine nel pugno.

 

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