Sovranità è una parola sempre più spesso impiegata, ma raramente spiegata. Se si da un’occhiata all’enciclopedia, si trovano in bell’ordine diversi significati, a seconda del contesto: sovranità nazionale, sovranità popolare, sovranità territoriale, sovranità monetaria, sovranità alimentare, eccetera.
Qui vorrei proporre una riflessione personale da un punto di vista leggermente diverso: sovranità rispetto a cosa?   Vedo infatti due ordini di problemi che occorre tener distinti: sovranità rispetto ad organizzazioni politiche e sovranità rispetto ad organizzazioni commerciali.  I problemi che si pongono sono infatti diversi e parzialmente antitetici.

Sovranità rispetto ad organizzazioni politiche.

Per abitudine, siamo portati ad associare l’idea di “sovranità” agli stati-nazione, così come ci sono stati insegnati a scuola.  Ma di solito a scuola omettono di spiegarci che questo particolare tipo di stato rappresenta un’assoluta eccezione nella storia dell’umanità.  Comincia infatti a formarsi in Europa con la Pace di Westfalia (1648) che pose fine alla terrificante guerra dei trent’anni, ma non giunge a compimento che con Napoleone, paradossalmente sotto l’etichetta di “impero”.  Etichetta a parte, lo stato napoleonico piacque molto alle élite dei paesi che sconfissero il dittatore corso, ma che ne copiarono buona parte delle riforme.  Fu così che, nel corso del XIX secolo, lo stato-nazione divenne la regola in Europa e (mutatis mutandis) nell’America Latina ribelle all’Impero Spagnolo. Ma la sua diffusione globale si concluse solo nella seconda metà del XX secolo, con la disintegrazione degli altri imperi coloniali europei.
Dunque un esperimento che, ad oggi, ha fra i 200 ed i 50 anni di età a seconda dei paesi e forse vale la pena di ricordare che la loro costruzione è avvenuta quasi sempre mediante conquiste militari, repressione di rivolte, assimilazioni forzate ed acculturamento sbrigativo.    Senza voler cadere negli eccessi della demagogia neo-borbonica, l’unità d’Italia ha comportato non poche sofferenze e non poca perdita di identità e di sovranità da parte di molte popolazioni.  E lo stesso vale per gli altri stati-nazione attuali, tanto che ancor’oggi in quasi tutti si trovano regioni e minoranze che rivendicano sovranità e autonomia.
Del resto, gli stati-nazione sono solo una delle molte fonti di sovranità possibili.   Per limitarci ad uno solo dei molti aspetti della questione, non è mai stato chiarito (e non credo sia possibile chiarire) quale sia il livello organizzativo che ha diritto ad esercitate la propria sovranità.  Per esempio, oggi la Catalogna rivendica la propria sovranità rispetto alla Spagna, ma non rispetto all’Unione Europea, mentre molti a Barcellona rivendicano la propria sovranità rispetto alla Catalogna.
L’Inghilterra ha votato la “brexit” rivendicando la sovranità del Regno Unito rispetto all’Unione Europea, ma la Scozia e l’Ulster rivendicano la propria rispetto all’Inghilterra e l’elenco potrebbe proseguire a lungo.  Forse l’esempio più paradigmatico è rappresentato dal Kosovo: regione storicamente serba, ma attualmente a maggioranza albanese, in cui ci sono però città a maggioranza serba, all’interno delle quali ci sono quartieri albanesi e così via.  Il Kosovo è albanese o serbo?

In un sistema di “matriosche”, quale è la bambola che fa aggio sulle altre?  La più grande o la più piccola?  Oppure una intermedia?  Se del caso, quale?  Fra l’ONU ed il municipio, quale è il livello che ha diritto alla maggiore sovranità?  E sulla base di quali parametri si stabilisce la legittimità di tali pretese?
Personalmente, non credo che alcuna di queste domande possa avere una risposta univoca.   In pratica, la soluzione viene comunque da temporanei equilibri fra le differenti forze centripete e centrifughe. Dunque dipende da combinazioni sempre cangianti tra fattori storici e culturali, ma anche economici, energetici e militari, per citarne solo alcuni.

Uno dei fattori più sovente trascurati, malgrado la sua rilevanza, è quello entropico.
Per funzionare, una qualunque organizzazione deve dissipare energia in quantità proporzionale alle proprie dimensioni ed alla propria complessità.  Contemporaneamente, chi riesce a dissipare più energia acquisisce un vantaggio sui concorrenti, così da accedere più facilmente alle riserve di bassa entropia di cui ha bisogno.  E così da meglio scaricare ad altri l’alta entropia risultante dai propri processi economici e sociali.   La guerra è un caso estremo di accaparramento di risorse ed esportazione di alta entropia, ma non è certo né il solo, né il principale, almeno oggi.
In estrema sintesi, quando aumenta la loro disponibilità di bassa entropia (energia, risorse, ecc.), le società tendono a crescere ed assorbire o eliminare quelle che sono meno efficienti nel fare altrettanto.  Contemporaneamente, devono scaricare fuori dal proprio sistema sociale ed economico il massimo possibile di alta entropia (rifiuti, violenza, sovrappopolazione, ecc.).   Viceversa, quando ci sono difficoltà di alimentazione e/o di scarico, i sistemi socio-economici necessariamente si disgregano e semplificano.  Non necessariamente del tutto, ma spesso a vantaggio di altri sistemi che crescono “mangiandosi” quelli che vanno in crisi.  Un processo storico, questo, costantemente all’opera, tanto che ne possiamo seguire le vicende giorno per giorno sui giornali.
Ecco perché la decrescita è una strategia valida a livello individuale o di gruppo perché riduce la propria vulnerabilità alla contrazione dell’economia generale.  Ma a livello di stati o di meta-stati è una strategia suicida, a meno che non si sia in grado di impedire ad altri di approfittare della nostra decrescita.  Il che non è certo facile.

In sintesi, non credo che lo stato-nazione ottocentesco sia necessariamente un buon riferimento.   In molti casi è anzi contemporaneamente sia troppo grande per garantire l’identità delle realtà regionali, sia troppo piccolo per difendersi da super-stati quali USA, Russia e Cina.
Al contrario, credo che ci sia tutto l’interesse a far parte di organizzazioni il più vaste e complesse possibile, compatibilmente con le possibilità di rifornimento e scarico di bassa e alta entropia.  Certo ciò comporta una perdita di sovranità verso “matrioske” più grandi, ma evita di essere inglobati in altre, magari più scomode.   Insomma, meglio far volontariamente parte di organismi di cui si ha un parziale controllo, piuttosto che essere asserviti ad organismi che non si possono influenzare.
Visto il progressivo impatto con dei limiti globali sia dalla parte dell’approvvigionamento che da quella dello scarico, le grandi organizzazioni dovranno progressivamente disarticolarsi in sistemi più piccoli e semplici, ma non lo faranno né tutte insieme, né tutte alla stesso modo.  E quelle che si smembreranno per prime serviranno almeno in parte da “cibo” per quelle capaci di resistere più a lungo.  Del resto, si è già visto anche di recente.  Negli anni ’90, l’UE si è allargata considerevolmente a scapito dell’ex-Impero Sovietico, mentre oggi è l’UE che sta perdendo pezzi, alcuni dei quali forse saranno assorbiti da un parziale recupero dell’impero russo.
L’Iran si è appena “mangiato” il grosso di Siria, Iraq e Libano, mentre la Cina, attualmente lo stato più potente del mondo, sta rapidamente crescendo a scapito di tutti gli altri, approfittando soprattutto della pertinacia con cui USA, Russia e paesi Europei si danneggiano vicendevolmente.

 

Sovranità rispetto ad organizzazioni commerciali.

Mentre la questione della sovranità rispetto ad organizzazioni politiche risale a prima ancora che esistessero gli stati e continuerà finquando ci saranno uomini sulla Terra, la questione della sovranità rispetto ad organizzazioni commerciali e economiche e’ recente.  Beninteso, i centri di potere economico hanno sempre avuto influenza sui centri di potere politico, ma se si eccettuano alcuni casi storici piuttosto remoti (tipo la Compagnia delle Indie), solo da pochi decenni gli stati hanno cominciato a rinunciare a quote importanti di potere a favore di imprese commerciali.   Alcuni trattati in discussione, come il TTP, cercano addirittura di formalizzare un rapporto paritario fra compagnie commerciali e stati su alcune materie.   Anche se certi estremi stentano ad affermarsi, sia gli stati-nazione che le organizzazioni meta-statali (come l’UE) hanno di fatto già rinunciato a parte della loro sovranità a favore delle grandi holding.
Un ruolo chiave in questa dinamica lo ha giocato il processo di globalizzazione, spesso confuso con l’internazionalizzazione del commercio e l’integrazione europea, che, al contrario, sono sempre stati antitetici alla globalizzazione e sono stati da questa sovvertiti.   In particolare, Il processo di europeizzazione mirava ad eliminare le frontiere interne all’Unione, rinforzando nel contempo quelle esterne con lo scopo dichiarato di giungere ad una qualche variante di federazione; cioè a qualcosa che avesse un livello superiore di sovranità grazie al suo maggiore peso politico.
L’internazionalizzazione, invece, consiste nell’aprire le frontiere alle merci, ma non alle persone ed ai capitali, come invece avviene con la globalizzazione. E’ una novità assoluta nella storia che i grandi capitali possano spostarsi liberamente o quasi da una parte all’altra del mondo e che sia i pochi grandi capitalisti, sia le masse dei disoccupati si possano passare da un paese all’altro.   Se la cosa aveva dato risultati positivi in un ambito ristretto e relativamente omogeneo come l’Europa occidentale, un simile approccio applicato su scala globale ha necessariamente creato una serie di conseguenze che cominciamo appena a vedere.
Fra queste, quella che qui ci interessa maggiormente è che ha posto gli stati nazionali in competizione fra loro per attrarre i capitali internazionali.  Cosa che, all’atto pratico, significa concedere vantaggi fiscali, oltre che allentare le normative di tutela ambientale e sociale.  Ma vuol dire anche che, nella perenne contesa fra capitale e lavoro, il capitale può fare “cappotto”.   Dal momento che si può spostare facilmente verso paesi più appetibili, o, in alternativa, spostare masse di gente riproponendo il fenomeno dei “crumiri” su scala globale, è in condizione di dettare lui stesso le regole.

Fra quelli che fanno le spese di tutto ciò vi sono le classi lavoratrici e medie del mondo occidentale che dovevano la propria prosperità ad una combinazione di fattori storici, economici e politici irripetibile.  Un’altra grossa fetta del conto viene pagato dalle classi lavoratrici dei paesi poveri, che sono sfruttate senza pietà grazie ai propri governi che gareggiano nel facilitare lo sviluppo di un capitale che risponde a dinamiche apolidi e globalizzate, anche quando è materialmente detenuto da miliardari locali (come sempre più spesso accade).  Tuttavia, non bisogna per questo dimenticare che gran parte delle disperata situazione dei molte popolazioni attuali dipende in gran parte dal loro tasso di crescita demografica: forse la principale causa di debolezza delle classi lavoratrici nei confronti del grande capitale, fin dagli albori della rivoluzione industriale.
Ma soprattutto, e se ne parla molto poco, a fare le spese di questo fenomeno sono la biosfera, l’idrosfera e l’atmosfera che vengono usate sia come cave, sia come discariche in modo sempre più spudorato; al di là di operazioni di “greewashing” più o meno ben orchestrate.  Ma se riusciremo a scardinare la struttura portante della biosfera (e forse lo abbiamo già fatto), non solo l’estinzione della nostra civiltà, ma anche quella della nostra specie diventeranno inevitabili.

 

Sovranità versus sovranità.

Dunque, se la perdita di sovranità rispetto ad organismi politici può avere sia effetti negativi che positivi secondo i casi, la perdita di sovranità verso organismi commerciali ne ha solo dei negativi.
E’ possibile un recupero di sovranità da parte della politica nei confronti della finanza e del commercio?  Molto difficile, visto il potere che le grandi lobby hanno acquisito presso tutti i governi.   Ma almeno teoricamente sarebbe possibile ad una condizione: che gli organismi politici avessero un potere maggiore di quello delle holding principali.
In pratica, ciò significa che solo degli stati più potenti potrebbero, se volessero, invertire la tendenza in atto.  In pratica, questo significa Cina ed USA; forse Russia, Indonesia e India, ma certamente non paesi che, ad onta del loro passato, sono oramai una periferia fané del mondo che conta.   Vuol dire che per noi, l’unica possibilità sarebbe un’azione congiunta e unitaria da parte di tutti i 27 paesi menbri dell’UE (T. Piketty “Il Capitale nel XXI secolo” 2013).

Oggi, “Divide et impera” è certamente la strategia vincente del potere economico nei confronti del potere politico, ma bisogna dire che davvero non deve faticare per imporla!   Non solo, infatti, i governi in carica competono fra loro per creare condizioni peggiori per i propri cittadini, nell’illusione di attirare investimenti capaci di “rilanciare la crescita”, unico e salvifico scopo di esistere.  Ma, paradossalmente, anche i partiti ed i movimenti che si oppongono a questa che è stata definita giustamente “macelleria sociale”, lo fanno rivendicando una maggiore sovranità a quegli stati-nazione che hanno creato questa situazione.
Questo è un punto che vale la pena di enfatizzare perché quando si rivendica la sovranità degli stati nazionali, non si fa altro che invocare il soccorso di esattamente quegli organi che hanno creato esattamente la situazione da cui si chiede di essere salvati.

Dunque non c’è speranza?  Sono molte le cose che possono accadere ed alcune di queste hanno il potenziale di modificare drasticamente la situazione attuale, forse in meglio, probabilmente in peggio.   Ma quello che sembra davvero impossibile è che emerga una forza politica in grado di coalizzare le residue forze dei 27 stati europei per far fronte comune al Fato che incombe, anziché continuare a beccarsi come i capponi di Renzo.

 

Share This