“Le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori, anche se qualcuno morirà, pazienza”

Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, è stato aspramente biasimato per questa dichiarazione, per la quale si è poi scusato rassegnando le dimissioni dalla carica. Un atto doveroso, ma non posso fare a meno di riflettere sulla buona coscienza di tante dita accusatorie. 

Infatti, se la società industriale è nata un po’ prima del Covid, forse la vera colpa di Guzzini non è tanto il contenuto della sua affermazione, quanto il suo carattere esplicito. Per fare un esempio concreto: secondo i dati della Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), in Italia ogni anno muoiono circa 21.600 persone in conseguenza dell’inquinamento da NO2 e quasi sessantamila per quello da PM2.5. Quando si propongono misure per contenerne le emissioni (blocchi del traffico, limitazione attività industriali, ecc.) politici, economisti, sindacalisti e rappresentanti di categoria di turno ripropongono sostanzialmente le argomentazioni di Guzzini, magari più delicatamente nei modi ma non nella sostanza.

Lo stesso avviene quando si difende a spada tratta la costruzione di una ‘grande opera’, malgrado possa aggravare il dissesto idrogeologico provocando gravi danni e morti alle prime piogge un po’ intense. Addirittura, quando vengono ostacolate le misure per non aggravare eccessivamente la crisi climatica, allora il ragionamento è da intendersi come “se intere fette di umanità moriranno, pazienza”. “Fare rinunce oggi per salvare vite domani”, tanto di moda oggi con il Covid, non è mai stato un programma all’ordine del giorno, è stato anzi sempre ferocemente deriso.

Insomma, la società imperniata sul motto “non si può fermare il Progresso (se muore qualcuno, pazienza)” non può accusare Guzzini di essere un cattivo maestro, ma lodarlo quale bravo allievo, anche se magari un po’ troppo vivace (e loquace).

 

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